Roma, la città delle contraddizioni

Mentre il sindaco della Capitale d’Italia si dimette ma con riserva di ripensarci, noi vi raccontiamo una storia successa quest’estate. No, non i funerali del boss dei Casamonica. Ma comunque c’entrano pure loro. Però qui a rimetterci è stato un artista, Carlo Zanni, e l’arte contemporanea in generale.

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Carlo Zanni, Localhost - photo Luisa Galdo

Carlo Zanni, Localhost – photo Luisa Galdo

Roma, 21 agosto 2015. Ricordatevi la data, dopo vi servirà. Il progetto Contain Era ieri, 20 agosto, è sbarcato a Roma. 8 container con 8 artisti di 8 Paesi europei fanno il giro del continente. Roma, Berlino, Zurigo, Budapest, Bratislava, Varsavia, Vienna, Praga. Per l’Italia c’è Carlo Zanni, che non dovrebbe avere bisogno di presentazioni per i lettori di questo giornale.
La tappa romana, tra le altre location, prevede uno dei container nell’area prospicente il Tram Depot, un grazioso chiosco nel verde, nella zona di Testaccio. Il progetto è in preparazione da anni, i permessi per occupare il suolo pubblico vengono richiesti per tempo ma tardano perché in agosto i funzionari del Municipio lavorano a mezzo servizio (eufemismo). L’autorizzazione viene informalmente data intanto a voce, assicurando che le carte ufficiali saranno consegnate a breve.
Questo non basta a un Carabiniere che, il giorno successivo all’inaugurazione, nota il container, lo multa, redige un verbale, intima lo spostamento. Neppure il tempo di spostare l’opera d’arte urbana che sopraggiunge la Polizia Municipale: pone i sigilli, considera l’opera un abuso edilizio in zona vincolata e iscrive sul registro degli indagati l’organizzatore romano della tappa di Contain Era.
Intanto gli organizzatori insistono presso il Tribunale di Roma per ottenere il dissequestro. Si tratta di un progetto finanziato dall’Unione Europea e il danno è enorme, anche a livello di immagine. Ma le carte sono lentissime ad arrivare al Pubblico Ministero. Poi lo stesso Pubblico Ministero latita, non si fa trovare, è sfuggente. Dopo due settimane (due settimane!) viene disposto il dissequestro, con l’obbligo però di spostare il container. Il container è difficile da spostare perché tutto intorno, come sempre in quell’area, si affollano auto in divieto di sosta (su quelle i vigili non hanno mai avuto nulla da ridire). Ma andiamo avanti. I dettami del Tribunale, tuttavia, una volta recepiti dai Vigili Urbani, vengono male interpretati e così la Polizia Municipale chiede di spostare sì il container con l’opera di Carlo Zanni, ma di mantenere i sigilli. C’è da ritornare in Tribunale: finalmente Procura e Polizia Locale si capiscono e il container viene parzialmente liberato, giusto per partire verso una delle altre tappe europee del progetto (dopo averne dovute saltare due, però): chi vorrà vedere l’opera di Zanni potrà farlo, sì, ma non a Roma, dove l’intera macchina dello Stato si è accanita su una scultura urbana.

Carlo Zanni, Localhost - photo Luisa Galdo

Carlo Zanni, Localhost – photo Luisa Galdo

C’è tutto: il ruolo kafkiano della legge che sciupa risorse per perseguire pericolosi criminali artistici onde poter dire di non aver tempo per inseguire quelli veri, la miopia dell’amministrazione comunale, l’incapacità di capire che un’opera d’arte non può essere un edificio che crea nuove cubature residenziali, la totale inefficienza, il fancazzismo agostano (e non solo) dei funzionari pubblici, la débâcle culturale romana che tanto abbiamo raccontato in questi ultimi anni, la figuraccia a livello paneuropeo, il rischio di perdere – anche qui come dovunque – finanziamenti comunitari. E poi la corruttela che permea ogni antro del vivere civile nella nostra capitale. Corruttela, sì, perché ogni occupazione di suolo pubblico, a Roma, deve generare introiti per il sistema criminale che ci lucra (dirigenti, uffici, vigili). Se così non è, viene ostacolata e questo è stato il caso.
Basterebbe questa commedia dell’assurdo per tratteggiare l’ennesimo spaccato d’Italia. Per raccontare l’ennesima storia che dimostra l’impossibilità del nostro Paese non solo di competere, ma anche di interloquire con gli altri sistemi culturali e creativi europei. E invece questa storia non è solo folle di per sé: assume un contorno inquietante se la caliamo nell’esatto momento in cui è accaduta. Tutto è iniziato il 21 agosto, appunto. Il giorno precedente si erano svolti con grande clamore mediatico i funerali di Don Vittorio Casamonica a poche centinaia di metri in linea d’aria dal container con dentro l’installazione di Carlo Zanni.

Carlo Zanni, Localhost - photo Luisa Galdo

Carlo Zanni, Localhost – photo Luisa Galdo

In quel caso i Carabinieri, senza far partire alcun allarme, consegnarono ai parenti del defunto agli arresti domiciliari le notifiche coi permessi speciali per partecipare alle funzioni. In quel caso la Polizia Municipale bloccò il traffico sulla Tuscolana per far passare il cocchio che, proprio per non essere stato fermato, è diventato il cocchio più famoso del mondo dopo quello di Cenerentola. In quel caso i Vigili Urbani optarono per chiudere gli accessi a piazza Don Bosco onde poter consentire al “clan criminale più feroce dell’Italia centrale” (così dice la DIA) di posteggiare dovunque, bloccare l’area, affollare la piazza con sciami di motorini guidati rigorosamente senza casco. In quel caso non solo lo Stato optò per non fermare lo scempio, ma non venne comminata neppure una contravvenzione.
Il giorno successivo, con le forze dell’ordine sotto accusa, qualcuno trovò il tempo per multare, apporre sigilli, trasmettere le carte in Procura, far partire un processo per abusi edilizi. Da una parte una rappresentazione di potenza criminale inusitata, dall’altra un’opera d’arte urbana. Amen.

Massimiliano Tonelli

www.containera.eu

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #27

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  • Brividi… :(

  • Angelov

    Ma la funzione di un’opera d’arte è a volte anche quella di far affiorare alla superficie appunto cose e situazioni che altrimenti rimarrebbero latenti o nascoste: in questo caso, le (eufemisticamente parlando) goffaggini burocratiche; del resto una città con un Sindaco eletto con il 60% dei voti, e poi costretto a dimettersi per far largo a qualcuno non-eletto, la dice lunga su come la democrazia è praticata a Roma; a Torino o Milano le cose sarebbero andate diversamente: a volte è troppo facile generalizzare, e poi si sa: Roma Caput Mundi, ma di questo passo sarà piuttosto Roma Kaputt Mundi…

  • angelaeco

    Viviamo in un paese meraviglioso, non è forse l’arte lo spazio delle libertà, anche di far nulla?