BoCS. La residenza raccontata da Vincenzo Rusciano

Continua il racconto in prima persona degli artisti che hanno partecipato a BoCS, la residenza d’artista cosentina curata da Alberto Dambruoso. Questa volta – sarà l’ultima della serie – è il turno di Vincenzo Rusciano.

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Vincenzo Rusciano, Sponda, 2015

Vincenzo Rusciano, Sponda, 2015

Sono arrivato a Cosenza il 12 settembre scorso invitato da Alberto Dambruoso e quella sera, appena approdato, l’accoglienza fraterna dei curatori, degli altri artisti che erano arrivati il sabato precedente al mio e, nondimeno, quella di Natalino e dello staff del settore “ristorazione” mi fecero intuire che sarebbe stata una settimana intensa. Di lavoro, di complicità, di scambio reciproco, di divertimento fatto di pranzi, cene, scherzi e risate.
Si sa che gli alloggi-studi costruiti ad hoc per il progetto di residenze artistiche del capoluogo calabrese sono posizionati di fronte al suo fiume che distingue, o quasi spezza, Cosenza vecchia dalla città moderna, che si sviluppa lungo la riva sinistra del fiume. Avevo già riflettuto a lungo sull’idea del fiume con le sue due sponde. Sull’idea dell’attraversamento da una sponda all’altra, di un passaggio che può essere associato a una visione eroica della vita, e di quando – attraversato il fiume e raggiunta la nuova sponda – tutte le illusioni possano finire. Cosenza, una città del sud Italia che però rappresenta tutti i sud del mondo. La città vecchia, una città quasi “fantasma”, dove le cose sembrano immobili da decenni e il corso della vita pare spezzato, ma dove si respira forte la memoria, la storia, l’arte e la presenza quasi eroica di pochissimi esercizi commerciali e artigiani rimasti. Cosenza, dove tutte le sue grandiose possibilità sembrano congelate, impraticate e “in attesa di”.

Cosenza, lungofiume

Cosenza, lungofiume

La zattera è un’immagine che più di una volta è apparsa nel mio lavoro e, in occasione della residenza calabrese, l’ho sentita particolarmente perché l’immagine della zattera rappresenta proprio quel desiderio, quell’esigenza di percorrere, di attraversare punti, sponde, di raggiungere possibilità diverse. Esigenza forte ma che in realtà non sempre si rivela possibile, e tale impossibilità è rappresentata dal fatto che la zattera è spezzata al centro, e quindi impraticabile, riflettendo un momento storico difficile, quando molti desideri e aspirazioni vengono negati, quando una possibilità sfugge dalle mani per diventare inarrivabile.
Lacerare la zattera, spezzarne l’unità con un solo colpo ben assestato, deciso, vuol dire per me riaprire una ferita sociale e mostrare allo spettatore quella possibilità trattenuta, quell’attraversamento bloccato, quello spettacolo interrotto. “Deterritorializzando” i significati. Vuol dire contraddire l’idea che quella zattera possa dominare l’andamento suadente e vitale del fiume. Accentuare la simbolicità di un elemento che non si mostra “intero”, per chiamare in ascolto di quanto avviene intorno a noi, sottolineando quanto inadeguata sia questa posizione, in cui la storia dell’arte e la storia dell’umanità coincidono in un’unica visione drammaticamente avvolta dall’idea della dispersione e della perdita di un’unità.

Vincenzo Rusciano

www.bebocs.it

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