Polemiche a Cosenza: ai tifosi non piace il murale di Flavio Favelli dedicato al calciatore Gigi Marulla. E interviene lo street artist Lucamaleonte

Print pagePDF pageEmail page

Flavio Favelli, Luigi Marulla, 2015 - l'opera orignale

Flavio Favelli, Luigi Marulla, 2015 – l’opera orignale

UN MURO D’ARTISTA PER UN’ICONA DEL CALCIO COSENTINO. ED È SUBITO POLEMICA
Ecco cosa può accadere quando si affrontano certi temi con la lente e l’approccio dell’artista concettuale. Quando si pesca a piene mani tra sentimenti collettivi, usandoli come materia prima per forme non ordinarie. Essere aniconici, ad esempio, mentre il gusto popolare per l’immagine diventa addirittura culto, nel gioco delle icone pop.
Lo ha sperimentato sulla sua pelle Flavio Favelli, invitato da Alberto Dambruoso per la residenza d’arte Bo_Cs, a Cosenza: appresa la notizia della morte prematura di Gigi Marulla, grande calciatore cosentino, decise di dedicargli un murale, in accordo con l’amministrazione, scegliendo un muro alla fine di Viale della Repubblica, poco prima del ponte Mancini. Progetto ben accolto nelle intenzioni, ma criticatissimo negli esiti. Il fatto è che il ritratto di Marulla era in realtà il ritratto della figurina che portava il suo nome, ma senza la sua faccia e senza il nome stesso: la celebrazione di un simbolo, fra nostalgie d’infanzia e riflessioni sui piccoli simulacri contemporanei, scansando ogni intenzione illustrativa o banalizzazione iconografica.
Tutte sottigliezze teoriche, che il popolo non ha né gradito, né recepito. I tifosi si aspettavano il volto del loro beniamino, eternizzato su un muro della città. E i social si sono divertiti a massacrare l’opera, dileggiandola.
Le pressioni e le sollecitazioni dal basso, arrivate fino al sindaco, non hanno però sortito l’effetto sperato: chi aveva chiesto a Favelli di “correggere” il lavoro, dipingendo il volto del campione su quel rettangolo azzurro, non è stato accontentato. “Non mi è stato possibile risolvere l’opera semplicemente perché un’opera d’arte finita non va corretta affinché risulti piacevole al pubblico o peggio ancora “ortodossa””, ha spiegato l’artista in un testo-opera (che riportiamo integralmente in calce all’articolo): incuriosito dall’appassionata reazione collettiva, non ha esitato a definire la situazione “grottesca” ed “esotica”.

L'opera di Flavio Favelli corretta dai tifosi

L’opera di Flavio Favelli corretta dai tifosi

L’ARTISTA CONCETTUALE E LO STREET ARTIST. QUANDO UN’OPERA NE “RIPARA” UN’ALTRA
Com’è finita? La città, delusa, ha trovato da sé la soluzione. I tifosi hanno agguno da soli, senza porsi alcuno scrpolo, il nome di Marulla all’opera; ma hanno anche invitato un altro artista a lavorare sullo stesso muro, con lo stesso tema, a fianco del dipinto incriminato. Lo street artist Lucamaleonte si è prestato al gioco, venendo in soccorso dei fedelissimi di Marulla e del Cosenza: ecco spuntare il compianto attaccante a coté della figurina di Favelli, stavolta tutto completo, visto di spalle, con il nome stampato sulla maglia e il volto sorridente. Una vera e propria operazione correttiva.
“Lucamaleonte ha dipinto l’immagine del calciatore proprio come è sul poster stampato dai tifosi dopo la scomparsa del giocatore”, ha aggiunto Favelli. “Soluzione letterale, puramente illustrativa, scontata. Quello che appare ora, un’opera “corretta” insieme a una pittura folcloristica, non è altro che un’immagine partorita da un contesto di subcultura”.

Favelli e Lucamaleonte a Cosenza, variazione su tema

Favelli e Lucamaleonte a Cosenza, variazione su tema

Durissimo, verso i tifosi, verso il Comune che ha salutato con gioia il secondo muro, e verso il collega, che ha portato a termine la missione riparatrice: tutti uniti, contro chi aveva scelto una linea coerente con la propria ricerca, poco consueta e nient’affatto ruffiana. Del resto, quanto e come va tenuta in conto la volontà popolare quando ci si approccia a queste forme di muralismo? Un tema su cui la street art, col suo approccio dal basso, si interroga spesso, sapendo di muoversi fra spazi comuni, palazzi privati e sensibilità dei residenti. E quando è giusto, invece, rispettare senza compromessi i propri parametri d’artista, a prescindere dagli umori dei contesti? Per Favelli (che street artist non è), non esiste dubbio alcuno: conformarsi alle volontà di una committenza popolare, mettendosi a mediare, è impensabile. Soprattutto se di mezzo c’è una cosa come il calcio: “I tifosi sono fedeli e con la fede non si ragiona”.

– Helga Marsala

*”Sono stato invitato da Alberto Dambruoso alla residenza d’artista BO_CS a Cosenza, sostenuta da Comune e Provincia della città calabrese.
Il programma prevedeva che alla fine del soggiorno l’artista lasciasse un’opera per la collezione del futuro museo d’arte.
Ho proposto di fare un wall painting su un muro pubblico, visto che è una pratica che seguo ultimamente; sarà quella la mia opera per il museo.
Avevo in mente di dipingere una vecchia pubblicità dell’Itavia Aerolinee soggetto su cui ritorno da anni (fra l’altro molto attiva in Calabria con gli scali di Crotone e Lamezia, così anche quelli che il progetto si deve legare al territorio, sarebbero stati tranquilli). Improvvisamente, il giorno dopo il mio arrivo, il 19 luglio, muore Luigi Marulla, calciatore simbolo della città, il calcio a Cosenza.
La sera stessa cerco su Internet le figurine su cui è apparso durante la sua carriera.
Per me Marulla significa immagini e ricordi di un calcio minore, il fascino di un calcio della provincia meridionale sui campi con poca erba in area, nei servizi sbiaditi di Novantesimo Minuto, che mostravano, oltre alle partite, vedute di luoghi.
Storie lontane, spesso malinconiche, schiacciate da una bellezza ridondante di un passato a pezzi e una desolazione che solo la modernità può dare. In un ambiente fra lo sfasciato e una magnificenza intaccata da un carattere insieme arcaico, commerciale e popolare. Tutto questo è il Sud d’Italia e Luigi Marulla è uno degli dei di questo immenso pantheon.
Ho pensato quindi ad una figurina della Panini di anni fa, con uno sfondo celeste carta da zucchero, un cielo chiaro, forse con un inizio plumbeo.
Alla presentazione il primo agosto 2015, l’opera è stata duramente contestata con giudizi offensivi. Su Facebook è stata dileggiata. Fra i tanti merita attenzione questo intervento di tale Antonio Napoletano -“Praticamente il Tributo a Gigi Marulla sarebbe una figurina di Gigi senza che sia raffigurato. Vi sembra una cosa normale? E non venitemi a dire che l’artista deve essere libero perché non sta disegnando su una tela, ma su un muro della città. Ciò significa che non è libero di fare quello che vuole ma si deve adeguare alle esigenze ed al gusto della cittadinanza che poi lo dovrà vedere tutti i giorni quel murales. Perché prima della realizzazione non si è chiesto un parere ai cittadini? O quanto meno agli ultrà?” – che credo riassuma il punto di vista di molti, anche di artisti, crititici e curatori che amano l’Arte Pubblica.
I locali -siamo pur sempre nella Magna Grecia, nella terra dei Bronzi di Riace- amano e vogliono un’arte figurativa, letterale, meramente illustrativa, come i credenti pagani devoti a Padre Pio o proprio come la scultura di Mimmo Paladino in piazza del Comune che rappresenta l’elmo dei Bruzi, gli antichi abitanti di Cosenza.
Secondo molti la mia opera non corrisponderebbe all’immaginario popolare, sul muro non c’è traccia né del ritratto della persona, né del suo nome; in particolare sono stato accusato di non avere capito bene la realtà del luogo, i sentimenti delle persone, l’importanza del significato di Luigi Marulla per la città.
Da subito mi sono sentito nominato da una sorta di investitura che mi ha dato il contesto, subito dopo la notizia – già trapelata il giorno dopo la sua morte- che un artista,  venuto da fuori, avrebbe dedicato un’opera al campione. Dopo avere realizzato il murale, il Sindaco, dando ascolto ai tifosi, mi ha chiesto se potevo in qualche modo completare l’opera. Non mi è stato possibile risolvere l’opera semplicemente perché un’opera d’arte finita non va risolta e corretta affinchè risulti piacevole al pubblico o peggio ancora ortodossa.
Mi sarei aspettato dagli ultras un gesto istintivo, magari una scritta a vernice sull’opera sull’onda della contestazione e invece c’è stato un momento di strana sospensione durante la concitata discussione, come se solo io avessi il potere di risolvere la faccenda.
La delega ha un significato profondo al Sud.
Leggo sulla pagina Facebook del Sindaco questa frase del 5 agosto:
“L’applicazione del nome è stata concordata con i tifosi alla mia presenza e suggerita dall’artista stesso”.
Io non ho suggerito nulla, dopo un’accesa discussione ho pensato che non c’erano gli estremi per ragionare; i tifosi sono fedeli e con la fede non si ragiona.
Per cui, considerato che gli ultras volevano una risposta, ho permesso che fossero loro a  finire il murale. Lo stesso giorno un gruppo aggiunge all’opera il nome: Gigi Marulla, scritto in maniera ordinata con una bomboletta spray nera.
Un’opera cambiata a furor di popolo.
Ho permesso questo perchè mi sono trovato davanti a una situazione talmente irreale, folle e assurda che l’unico modo per superare l’impasse era cercare di identificarsi e comprendere i sentimenti della gente. Ma non perché lo abbia ritenuto interessante come processo, non sono d’accordo su nessuna delle loro obiezioni, ma perchè tutta la faccenda andava semplicemente vissuta da un punto di vista antropologico, con tinte che definirei esotiche, una specie di abisso pop.
D’altra parte come chiamare un contesto dove un eroe calciatore viene celebrato in processione, portato -bara in spalla- nel campo dello stadio e poi commemorato con un funerale officiato contemporaneamente in due modi, quello cattolico dentro la chiesa -coi poster affissi sulla facciata- e quello pagano all’esterno, coi fumogeni e cori da stadio?
Riflettendo, dopo un mese, posso dire che la mia scelta del soggetto Luigi Marulla è stata forse una scusa, come del resto molte opere lo sono, per scendere in questo milieu a tinte esotiche.
Il 25 agosto viene inaugurato, contiguo al primo (in quale posto al mondo si mettono due opere attaccate?) un secondo murale dello street-artist Lucamaleonte, che chiamato per acclamazione, oltre a lavorare sull’idea di un progetto non suo, ha dipinto l’immagine del calciatore proprio come è sul poster che è stato stampato dai tifosi subito dopo la scomparsa del giocatore. Soluzione letterale e puramente illustrativa.
Quello che appare ora, un’opera corretta insieme ad una pittura folcloristica, non è altro che un’immagine partorita, non so con quale consapevolezza, da un contesto di subcultura.
Mi rimarranno molte immagini da questo caldo soggiorno cosentino.
E fra queste di sicuro la figura del barista del Caffè Europa che accoglie tutti gli uomini con Dottò, Dottore.
Santino fa delle bibite artigianali, la limonata e l’aranciata, quest’ultima con le arance di Trebisacce che finiscono il 15 di agosto e sono, come dice lui, un prodotto eccezionale:
‘A fine dumunnu’.
La fine del mondo.

Questo scritto non è nè una lettera nè un testo, ma un’opera d’arte”.

Flavio Favelli

 

 

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community
  • alekone

    Mi spiace un po’ per Lucamaleonte, che fa la figura del Braghettone

  • Federico Baronello

    Sono venuto a conoscenza solo ora di questa “polemica” cosentina ma mi preme intervenire comunque perché denoto una reiterazione di certi atteggiamenti, che stancamente ricalcano la annosissima “questione meridionale”, di cui avevo già avuto avvisaglie questa
    estate.
    È allora, infatti, che ho incontrato Flavio Favelli, durante la presentazione di un progetto artistico in un piccolo paesino delle Madonie. Introducendo il suo lavoro, Favelli precisava di aver
    già lavorato in Sicilia; regione che stranamente, a suo dire, faceva parte della sua stessa nazione, condizione che – gli premeva sottolineare – non riusciva proprio a comprendere.
    In quell’occasione non diedi troppo peso a quelle parole ma ricordo che, dopo la nostra riunione, era prevista la presentazione di un libro di memorie del figlio di Pio La Torre, leader comunista ucciso dalla mafia negli anni ‘80 del “secolo breve”.
    Solo dopo, immettendomi nelle strade della provincia messinese, mentre guidavo sotto un violento temporale estivo procedendo verso Ficarra, paesino sui Nebrodi dove ero impegnato in un altro elaborato progetto artistico, quella frase continuava a risuonarmi in testa. Mi sarebbe piaciuto chiedere all’artista fiorentino cosa volesse dire
    esattamente con quelle parole. Era a conoscenza che, grazie al lavoro di un gruppo di magistrati siciliani, anzi, “…di Palermo”, i quali pagarono a prezzo della loro vita la lotta alla mafia, si era verificata una discontinuità nella storia della “nostra” nazione? Era a conoscenza, il nostro artista, che la svolta, ancorché giudiziaria, fu culturale giacché definire il fenomeno mafioso con una specifica formalizzazione giuridica permise una volta per tutte di non confondere un gravissimo reato penale con una supposta – e atavica – inclinazione culturale di una intera popolazione (appunto, meridionale)?
    Dai toni della recente polemica cosentina sembra che il Favelli sia alquanto aduso ad etichettare come “esotico” (forse capacitandosi meglio in questo modo all’esercizio della comprensione) tutto ciò che in Italia si colloca geograficamente al di sotto di una sua personale linea gotica. E da questo dualismo, perciò, il nostro artista riesce a trarre quelle nette distinzioni così chiaramente riportate sul suo comunicato/opera-d’arte, ovvero tra cultura e subcultura, ragione e fede, arte pubblica e street art, Nord e Sud?
    Come dicevo all’inizio, vorrei cogliere l’occasione e destinare, al cospetto del Favelli, un altro paio di quesiti, assieme a quello inespresso di questa estate:
    a. Qual è la differenza tra il moto – pop – che spinge l’attenzione dell’artista (concettuale, relazionale, che dir si voglia) sulla figura del calciatore appena scomparso e quello – popolare – dei tifosi ultras che vogliono commemorarlo? È proprio sicuro che il suo gesto “artistico” sia così distante qualitativamente dai rituali mediatici adottati dagli adoratori pagani del tifo calcistico? Ci sarebbe una differenza, mettiamo, tra la scena dei tifosi allo stadio e un funerale di un cantante gangsta-rap per le strade di Los Angeles o New York? Reagirebbe allo stesso modo, il nostro artista, se approntasse una
    simile operazione, come quella di Cosenza, che possa innescare simili
    conseguenze, in una qualsivoglia zona delle suddette città?
    E quindi, continuando l’analogia della cultura di strada…
    b. Perché accettiamo tranquillamente certi codici, ad esempio che una pittura di vagone della metropolitana di New York negli anni ’80 possa venire ricoperta di Tag applicate da artisti appartenenti a gang rivali, ed invece dobbiamo scandalizzarci se una comunità italiana sente di dover apporre una modifica ad una qualifica apportata comunque in uno spazio pubblico di suo dominio?
    Le argomentazioni potrebbero continuare ma mi piacerebbe sentire il parere di Favelli sulle questioni sopra elencate perché io, proprio, non riesco a comprenderlo.
    D’altronde, se non riceverò alcun riscontro, non sarà poi “la fine del mondo”. Questo testo non è un’opera d’arte ma una lettera, aperta.

  • – 6 Aprile 2013 Articolo su Artribune
    “Ma se serve a una performance scrittoria come questa di Pino Boresta, ben vengano.” qui il link: http://www.artribune.com/2013/04/cataloghi-allindice/

    – 7 Marzo 2015 post su Facebook
    “Questo scritto non è né un articolo né un testo, ma un’opera d’arte in vendita al miglior offerente. Una vera opera di Narrative Art (forma d’arte in cui sequenze fotografiche e scrittura convivono costringendo il pensiero a percorsi separati ottenendo una partecipazione emotiva dell’osservatore)” qui il link: https://www.facebook.com/pino.boresta/posts/10205678527739412?pnref=story

    – 13 Giugno 2015 sul mio blog ‘Il Situazionauta’
    “p.s. Questo scritto non è un articolo, ma un’opera d’arte.” qui il link: http://pinoboresta.blogspot.it/2015/06/bbboboboresta-niente-non-ce.html

  • Aggiungo foto come risposta a chi mi ha scritto perché carta canta. La pagina si trova su Juliet n.144 October- November 2009

  • Pingback: BoCS Art. Torna la residenza d’artista a Cosenza | Artribune()