Forum di Prato. Roberto Ago la pensa così

Si avvicinano le date del Forum dell’Arte Contemporanea Italiana, la cui prima edizione si svolge nel weekend a Prato. Fra gli invitati c’è anche Roberto Ago – che i nostri lettori già conoscono per i suoi interventi – e, non potendo intervenire, lo fa qui. Adottando una lente inconsueta attraverso la quale poter osservare il nostro sistema dell’arte: quella della biologia evolutiva. Il tutto nella consapevolezza che, dati i modelli epistemici cui farà riferimento non senza una dose di ironia (tragica), un miglioramento dello stato di cose appare improbabile. Dunque non impossibile.

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Fenotipi adattati – Pierre Huyghe; Charles Avery

Fenotipi adattati – Pierre Huyghe; Charles Avery

Come si può appiattire l’iniziativa umana sulla cieca selezione naturale, oltretutto in vista di un Forum carico di speranze e progettualità? Con l’augurio che un organismo biologico adattato possa illuminare un organismo artistico “dis-adattato”. Il determinismo che orienta il primo potrebbe allertarci sugli automatismi inconsci del secondo, mentre non occorre certo ricordare come l’uomo sia l’unico animale capace di contraddire i piani del “gene egoista” ora con saggezza (si pensi alla contraccezione), più spesso con l’autolesionismo (si considerino due virus autoindotti quali il fumo e l’alcool). Doveroso sarà considerare, d’altro canto, l’esistenza di un eventuale gene maligno che predisponga al masochismo. Se la speranza di poter imprimere allo status quo una piccola scossa è sempre l’ultima a estinguersi, la condizione preliminare per non sperare invano è conoscere l’ecosistema in cui si opera e le strategie di sopravvivenza che lo informano.

POSTULATO DI DIS-ADATTAMENTO
La biologia evolutiva contemporanea, in particolare nella sua declinazione “genocentrica” ad opera di Richard Dawkins (più idonea di altre a descrivere il nostro oggetto), coadiuvata dai modelli matematici della Teoria dei giochi, definisce come “strategia evolutivamente stabile” (Evolutionary Stable Strategy) un pool di strategie rivali geneticamente determinate, in equilibrio differenziale tra loro all’interno di una medesima popolazione e tali perché coevolutesi nello stesso habitat e arco temporale. Sua caratteristica peculiare è quella di garantire una buona fitness relativa a quegli organismi intraspecifici che adottino una o più strategie tra quelle previste, punendo ogni iniziativa individuale che si discosti dal pool genico autoselezionato (Dawkins, 1976; 1982).
Ebbene: il nostro sistema dell’arte, nonostante o in virtù del regno antropico nel quale è inscritto, sembrerebbe interessato da tale modello adattativo in modo disfunzionale e perverso, data la biodiversità da giungla che lo contraddistingue. Non solo, potrebbe non essere in grado di autoriformarsi come tutti ci auguriamo: né per strategie condivise, perché l’habitat artistico della Penisola è frammentario per antonomasia cosicché nessun pool genico efficace potrebbe selezionarsi a un livello generale integrato, né per iniziativa individuale, perché abbiamo visto che verrebbe inesorabilmente punita, nel nostro caso dall’inefficienza generale – l’unico denominatore comune rimasto – dalla quale devierebbe.

Fenotipi adattati – Gianfranco Baruchello; Jordan Wolfson

Fenotipi adattati – Gianfranco Baruchello; Jordan Wolfson

DALLA SELVA AI PASCOLI
Una volta Giacinto Di Pietrantonio, uno dei rari pastori incisivi della Penisola, ha detto una grande mezza verità, guardandosi dal dedurne il seguito. Cito a memoria: “Il problema in Italia è il campanilismo, il fatto che la pecora su cui punta Tizio non coincide con quelle su cui puntano Caio e Sempronio, per un dispendio di energie che nuoce a tutti e tre. Oltralpe, al contrario, i pastori finiscono per convergere sugli stessi capi, che così ricevono il sostegno necessario ad imporsi sui pascoli internazionali”. L’altra mezza verità, logicamente conseguente e un po’ più scabrosa della sorella, la dico io: se i campanili vari della Penisola, distaccamenti all’estero compresi, non convergono su una qualità che, tra esperti, dovrebbe essere una questione in gran parte oggettiva, tanto che valicate le Alpi sanno selezionarla, allora la capacità di giudizio dei nostri parroci non è “digna fide” e loro non sono esperti.
E le dovute eccezioni? Impresa vana è appellarsi alle enclave che sfuggirebbero all’acribia generale, il pubblico dei devoti sta chiedendo da tempo una Chiesa unita ed efficace, non lastricati isolati di buone intenzioni che non convincono più nessuno. Infatti in Italia, dove l’investitura dell’ennesimo artista non è mai negoziata a un livello sistemico né sottoposta a vaglio critico (ESS ottimale), le promesse di latte abbondante non solo non vengono mantenute a posteriori, quando i fatti dimostrano che le scelte operate dalle malghe isolate si rivelano quasi sempre fallimentari, ma sono fallaci a priori, per disegno genetico maligno comune a tutti i campanili (ESS disfunzionale). A tal proposito, eloquente è l’attuale sovrappopolazione di agnelli “international style”, cloni di una Dolly artistica anglosassone della quale si è importato il genoma ma i cui fenotipi, poiché afferenti a differenti distretti, non ottengono riconoscimento reciproco. Non tutto il male vien per nuocere.

Fenotipi adattati – Pitture rupestri della Grotta di Chauvet; Maurizio Cattelan

Fenotipi adattati – Pitture rupestri della Grotta di Chauvet; Maurizio Cattelan

Tale verità ricomposta è la quintessenza del nostro sistema dell’arte o la “non-Strategia evolutivamente stabile” di pascoli infestati da specie artistiche d’ogni sorta, i quali mai conoscono una squadra efficace di allevatori, selezionatori e maestri caseari. Ma perché nel pool delle strategie possibili si è autoselezionata una “strategia paradossa” degna delle analisi di John Maynard Smith e Robert Axelrod? Per una ragione tanto semplice quanto misconosciuta: gli artisti italiani emersi in questo scorcio di millennio, mediamente considerati, sono organismi mediocri impossibilitati ad attecchire fuori delle loro nicchie ecologiche, tanto che un forum nazionale volto a tamponare la situazione, inconcepibile in Inghilterra o in Germania, è alle porte. Non è tutto. Per sopravvivere alla loro vulnerabilità adattativa, i nostri artisti cooptano curatele paradossali o schizofreniche perché punitive e assistenziali allo stesso tempo, come già l’etologo Luca Rossi ha rilevato da tempo. (A proposito, vorrei prevenire ogni accusa di conflitto d’interessi dichiarando una volta per tutte che non mi considero un artista né un critico, ma un “iconologo” creativo che, oltre a scrivere, ama esporre i precipitati delle sue indagini.) In caso contrario non sarebbero i loro stessi mentori, parassitati – ma l’opzione è reciproca come nei simbionti – e anch’essi mediamente inconcludenti, ad affollare un forum nazionale volto a tamponare la latitanza delle razze italiche dai pascoli che contano, se non addirittura il rischio di una comune estinzione. I paradossi non finiscono qui.
Se, per assurdo (sic), da domani la gran parte dei talent scout non si disperdesse più alla cieca sui troppi dinosauri mai estinti o sulle schiere progressive di vitelli d’oro puntualmente sacrificati, ma convergesse con decisione sui rari manzi che anche l’estero sarebbe disposto ad accogliere per la transumanza, scoprirebbe di essere in esubero. In attesa di vivai e mandrie migliori, la verità è che potrebbe tranquillamente occuparsi d’altro.

Fenotipi adattati – Sarcofago dalla Tomba di Seti I; Pietro Roccasalva

Fenotipi adattati – Sarcofago dalla Tomba di Seti I; Pietro Roccasalva

LA CURA(TELA) IMPOSSIBILE?
Chi è causa del male suo come di quello altrui “curi” innanzitutto se stesso. Se un falco di Maynard Smith compendiasse le strategie curatoriali delle tante colombe nostrane, scoprirebbe che l’attuale azienda italiana dell’arte non può che essere in rosso (se non è già fallita), che da tempo non vince quasi nessuno ma a tutti è concesso di non perdere, che non siamo né gli Usa né l’Europa del Nord dove il merito è moneta corrente e, se non ottieni il risultato, vai a casa. In poche parole, scoprirebbe che il principale responsabile del crollo più che decennale delle nostre esportazioni – non basta trasferirsi – non è certo un prodotto artistico che, allo stato attuale, difficilmente si può sdoganare, quanto quei quadri dirigenti che su di esso hanno scommesso, complici molti organi d’informazione (critica) che non hanno vigilato ma diligentemente preso nota o, all’opposto, distolto lo sguardo del tutto.
Ora, poiché alle colombe conviene restare miopi, non crederebbero alla buona vista del falco nemmeno se fosse offerto loro di salirgli in groppa per un volo panoramico, continuando a prosperare indisturbate nel loro habitat senza prospettive. Così anche il forum indetto dal Pecci, nonostante le migliori intenzioni di organizzatori e partecipanti, rischia di volare basso. Si può essere certi che nessuna colomba riconoscerà pubblicamente la propria miopia, se a parole tutti si atteggeranno a falchi, nei fatti si è costruito quello stesso arcipelago di “colombaie” che si pretende di unificare e riscattare, che ci culla e ci affligge a seconda dell’oscillazione ciclotimica. Alla presa di coscienza collettiva della scarsa fitness generale (e cioè di nessuno in particolare), non potrà che accompagnarsi la segreta convinzione che è sempre e solo l’Altro, magari quello che ha appena preso la parola, ad essere uno dei mediocri responsabili dell’insuccesso nazionale, e con lui le immancabili istituzioni che non aiutano. Così dall’aia non si uscirà mai.
Chi ha apprezzato la lente euristica che ci ha accompagnati fin qui può utilizzarla in quel di Prato, se crede. Hai visto mai che durante il dibattito possa innescarsi una mutazione nel “meme” dialettico propedeutica, s’intende, a un “fenotipo esteso” (artisti, curatori, opinionisti ecc.) finalmente adattato?

Roberto Ago

Riferimenti bibliografici:
Axelrod, Robert (1984), “Giochi di reciprocità”, Feltrinelli, Milano 1985
Dawkins, Richard (1976), “Il gene egoista”, Zanichelli, Bologna 1982
Dawkins, Richard (1982), “Il fenotipo esteso. Il gene come unità di selezione”, Zanichelli, Bologna 1986
Maynard Smith, John (1982), “Evolution and the Theory of Games”, Cambridge University Press, Cambridge

www.forumartecontemporanea.it

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  • Ecco già questo testo dimostra il senso del reale di questo convegno, cosa ne uscirà, tanti semi sterili?

    e da chi?

    da gente che da anni è nel sistema stesso?

    e come mai non ci sono riusciti prima?

    etc.. etc..

    va beh speriamo in un bel selfi di gruppo!

    d.o)

    • paolocarniti

      Perché non pensi che questa possa essere l’occasione di un confronto propositivo che possa ridare slancio al sistema italiano?

      • Come idea sicuramente potrebbe essere ottima, ma riflettiamo un attimo sull’evento,

        hai letto il programma?.

        si parlerà di tutto, due orette su ogni complessa tematica …

        chissà quante meravigliosi proposte idee e soluzioni …

        poi vediamo i partecipanti, molti da anni operano nel sistema, per cui da anni hanno prodotto i risultati che stanno criticando…

        forse meno parole e più fatti?

        vuoi altri stimoli?

        Da anni vado dicendo che i musei di arte contemporanea in Italia andrebbero privatizzati, visto che ci sono collezionisti che hanno migliaia di euro da spendere lasciamo a loro giocare a questo divertente intrattenimento, visto che oramai l’arte che da anni viene proposta raramente è cultura molto spesso è un ottimo affare soprattutto per chi vende.

      • baobab

        è il contrario: c’è troppo sistema, non poco

        • Stefano

          e pochi artisti

  • Fabrizio Casetti

    Quando i fringuelli di Darwin iniziarono a cantare nessuno sapeva chi sarebbe arrivato in finale, solo Charles prese nota, molti anni dopo, di chi cantava meglio. Ad oggi non sappiamo quale sarà la prossima hit.
    I successi vengono individuati, a posteriori, dai posteri. Voler dare ai contemporanei la facoltà di sceglierli sarebbe eugenetica.
    Del passato abbiamo prevalentemente opere belle perchè quelle brutte sono prevalentemente finite nella spazzatura.
    Tra vent’anni sarà chiaro chi oggi ha ragione e saremo tutti d’accordo che era chiarissimo da vedere, ma lo diremo seduti nelle fosse ricolme di senno. Ma proprio in questa indeterminazione risiede il fascino del contemporaneo, sennò che divertimento sarebbe???

    • Roberto Ago

      Caro Casetti, la sua onestà intellettuale nel ritenersi incapace di riconoscere la qualità in presa diretta le fa onore, in troppi nel nostro sistema dell’arte nemmeno sospettano di non capirci un tubo. Ma non pretenda di estendere la necessità di un expertise a posteriori al mondo intero e addirittura a quello naturale, s’immagina se una fringuella non sapesse discernere tra un fringuello canterino e uno stonato che tragedia per la sua discendenza e per le nostre passeggiate nel bosco? O se Giulio II non avesse saputo distinguere tra Michelangelo e un pittore amico di suo nipote per le orde dei turisti romani? Guardi che l’eugenetica, come la chiama lei, è costantemente all’opera sia in natura che in arte. Pensi piuttosto all’eugenetica d’Italia, dove ogni guaglione è bello a mamma sua coi risultati che sappiamo. Per fortuna (ancora) ci restano i boschi. Saluti RA

  • Whitehouse Blog

    hkk

  • Whitehouse Blog

    Bellissimo articolo di Roberto, condivido in pieno. Ma sono più ottimista, perché credo che la consapevolezza e un linguaggio conseguente possa salvare ognuno di noi e quindi tutti. Io invece parteciperò al tavolo “Quantità di pubblico VS Qualità della proposta”. E per poter passare prima possibile, eventualmente, dalle parole ai fatti, ecco la mia pre-riflessione:

    Quantità di pubblico VS qualità della proposta. L’obbiettivo è quello di trasformare “VS” in “E”. Non solo in termini di significato ma anche linguistici, ma vedremo perché. Esistono due ordini di problemi che devono trovare una mediazione:
    1) La “proposta” non può essere qualcosa che piomba dal cielo, un’astronave atterrata, e il museo una cattedrale nel deserto. Ci vuole consapevolezza del contesto, l’attinenza al contesto e al pubblico è una VALORE. Se faccio una mostra nel porto di Livorno devo parlare ai pescatori di Livorno, non a Daniel Sbirimbaum di New York. Parlare ai pescatori anche in termini oppositivi, ma parlarci. In questo modo divento anche più interessante per Daniel Sbirimbaum di New York, che è stufo di vedere sempre la solita mostra che assomiglia a quella che vede a New York ogni fine settimana.
    2) Serve un nuovo protocollo di formazione per il pubblico prima e durante la nostra proposta. Soprattutto prima, diversamente saremo sempre costretti a proposte che devono interessare in pochi secondi, scivolando nel “luna park per adulti” e mettendoci in competizione con proposte di intrattenimento ben più forti. L’arte si deve sottrarre da questo giochino dell’intrattenimento e della contemplazione, o quantomeno deve avere forte consapevolezza di questo. Formare il pubblico non significa educare in modo didattico, le persone dopo 8 ore di lavoro non vogliono tornare a scuola. Formare il pubblico significa creare uno spazio di opportunità dove il pubblico si possa appassionare e interessare. Il primo problema a questo proposito è pensare a CHI FORMA i FORMATORI. Serve una formazione che esca da schemi precostituiti. Sulla formazione dei formatori e del pubblico il blog Whitehouse dal 2010 ha proposto diversi progetti che sono una goccia del mare ma efficaci (Corso Pratico di Arte Contemporanea, Duchamp Chef, MyDuchamp). Parliamone.

    Una formazione continuativa prima della nostra “proposta” e durante la proposta stessa, potrà favorire la qualità della proposta. Ma cosa significa qualità? Come fare le differenze e definire oggi la qualità nell’arte contemporanea senza alcun cronfronto critico vitale? Gli articoli monografici e i testi per giustificare le proprie scelte curatoriali, non contano. Bisogna recuperare un valore condiviso dell’arte. Non parlo di oggettività assoluta e verità assolute. Ecco perché da sei anni cerco di stimolare in tutti i modi il confronto critico in Italia. Non creare l’ennesima opera ma cercare di fare le differenze fra le opere. O al limite esorbitare lo stato di crisi e arrivare a ridefinire l’idea di mostra, artista e museo. Una valore condiviso dell’arte permette un interessamento serio da parte della politica, diversamente siamo come il “circolo degli “scacchi”, perché la politica dovrebbe interessarsi? E perché non dovrebbe fare scelte di convenienza?
    In Italia una formazione nuova del pubblico e una nuova sensibilità nella selezione della “proposta” potrebbero trasformare “VS” in “E”. In questo modo passeremo anche dall’inglese all’italiano, diventando anche più interessanti agli occhi del mondo.

  • art indip

    Complimenti Ago per l’articolo .
    E anche per il senso dell’ironia, mantenuto pur dicendo cose assai penetranti e non sempre allegre.
    Sono un’artista piuttosto indipendente (e fiero di esserlo anche se la posizione è spesso scomoda) e da giorni mi chiedevo se fosse il caso di andare al convegno di Prato oppure no.
    Tra l’altro proprio in questo periodo devo fare diversi viaggetti qua e là per organizzarmi il prossimo anno. insomma pubbliche relazioni.
    Ma mi ero detto, brutalmente, che mi sembrava un convegno dove si parla di cazzate e dove ci sono tanti partecipanti che mi piacciono poco perchè da anni scrivono cose misere o insulse sponsorizzando arte mediocre. Mi ero anche detto che questi convegni sono un modo per allacciare o rinforzare relazioni e ho anche pensato che anche questo servisse sopratutto per critici e curatori ( la gran parte dei partecipanti registrati ) e fosse quindi un modo, per loro, per mantenere una sorta di rilevanza in un sistema (comunque in crisi) dove gli artisti sono un pò delle comparse intercambiabili a loro convenienza.
    Ammetto che non vedo di buon occhio tutti questi convegni e concorsi per curatori . Si badi bene che con questo non intendo certo dire che i curatori e i critici non debbano esistere.
    Mi sono anche detto che comunque il mondo non è fatto secondo i propri desideri e bisogna sapersi confrontare anche con opinioni e persone diverse. Per un’attimo ho pensato che dopotutto avrei potuto andarci almeno sabato e domenica così anch’io magari avrei potuto conoscere qualcuno eccetera. Ma poi rileggendo la lista dei partecipanti e i temi ho pensato che non valeva la pena: era più utile passare dai galleristi a Milano e andare alla mostra del curatore che dopo anni forse ha capito che lavoro faccio. Ho una certa età , ho letto qualche libro, ho pensato parecchio sul mio lavoro e non ho bisogno di un’altro che mi spieghi cosa faccio o cosa devo fare: se voglio me lo scrivo pure da solo. Se vi piace lo esponete se no ne trovo altri. Non mi esponete nei musei? Ma dove sono finiti tutti quelli che avete esposto?
    Ora leggo questo articolo e purtroppo mi trovo a concordare in pieno e quindi alla fine ho proprio deciso che non vado: perchè devo convincere conoscere sentire venti o trenta persone quando mi bastano due o tre gallerie e due o tre critici curatori? Se devo leggermi qualcosa mi leggo Zizek Deleuze o Perniola che sono più intelligenti.
    Scusate le offese, e con tutto il rispetto per le pur valide persone che non mancheranno al convegno ma io non ho più tempo di cercare un’ago :) in un pagliaio e il casino non l’ho fatto certo io.

    • Roberto Ago

      Caro “art indip”, come ama sempre dire Politi di Flash Art a quelli che, come lei, l’arte la vivono come una dannata necessità a prescindere da un consenso che tarda ad arrivare, sia felice di poter contare sull’apprezzamento anche solo di pochi, ché mi creda molti artisti più gettonati di lei se la passano assai male essendo il consenso suddetto mai abbastanza. Però eviti gli insulti e se riesce, al convegno, ci vada che c’è sempre da imparare. Buone cose RA

      • art indip si fa per dire

        caro Ago si lo so la ringrazio per l’incoraggiamento ma le manie del sig, politi sul successo ecc mi hanno fatto sempre ridere anche quando avevo qlc anno di meno
        e a corto di quattrini .Ma di consensi ne ho avuti e li ho cercati e i risultati sono andati a a intermittenza :) ma sono ancora in giro . E al convegno ci saranno sicuramente tante persone interessanti come anch’io ho ammesso ma devo selezionare e tanti mi sembrano irrecuperabili, francamente, e non me lo rimangio, mi scusi . Però anche lei mi sembra un pò scettico sull’insieme anche se, alla fine, ora ha qualcuno che la leggerà con più attenzione perchè non la conosceva. Quindi dopotutto un’Ago nel pagliaio l’ho trovato senza prendere il treno :) Saluti

  • Angelov

    L’Italia è il paese al mondo con più BIO-DIVERSITA’ di ogni altra; a questo ha anche contribuito la posizione geografica, ideale al centro di un mare, quasi fosse un’isola, che le ha conferito un clima mite e diversificato; ma oltre alle gloriose Alpi, che ci hanno difeso per millenni da attacchi esterni dal nord, purtroppo ci sono stati anche i trasversali Appennini, che la hanno divisa ulteriormente tra est e ovest.

    Volendo tener conto di questi fattori ambientali, ed anche di moltissimi altri, e della gloriosissima storia artistica trascorsa, retaggio troppo difficile, se non impossibile, da gestire per i più, uno potrebbe chiedersi: “Ma chi me l’ha fatto fare di complicarmi la vita a tal punto, per fare sbocciare e gestire un talento artistico che per millenni è sempre stato considerato un dono divino dato dalle mani di una Dea, per giunta bendata, etc?”
    E dire del resto: “O ce l’hai, o non ce l’hai”, non risolve neppure così la situazione.
    Le prove iniziatiche implicano percorsi complicati e misteriosi, questo è evidente; ma spesso, a posteriori, si è poi verificato essersi trattato di semplici mistificazioni, per la maggior parte di esse.
    La cultura imperante oggi, quella anglosassone, alla quale si è obbligati ad ottemperare, e che crede possibile, attraverso la ragione, di poter imbrigliare tutto il fruibile e lo scibile, analizzando fino a livelli subatomici l’essenza stessa della vita, dovrà fare i conti con le conseguenze stesse della sua continua implementazione nel mondo, ed allora sarà troppo difficile fare marcia indietro, per ricominciare a lavorare umilmente su ciò che nel frattempo sarà sopravvissuto.

  • Ale Light

    Ago, il tuo edi

    • Roberto Ago

      Carissimo ma in arte il dibattito non usa, non siamo mica a Filosofia. Anche al forum combineranno poco o nulla, e nessuno litigherà purtroppo. Come disse un mio illustre concittadino, con questa classe dirigente non vinceremo mai. Il mio umile compito era quello di fotografare la situazione, la scalata per mandare a casa molti quadri fallimentari non spetta a me, ma a chi ha scelto di operare nel sistema dell’arte. Credo che sarebbe giunto il tempo di faide intestine e attacchi frontali in particolare sui risultati mancati, il problema è se le nuove leve (non necessariamente giovani, anzi) saranno in condizione di farlo. In gran parte formate dagli stessi che dovrebbero sostituire, la vedo dura. Ma proprio la rete con portali pluralisti e aperti alla discussione come questo potrebbero essere di ispirazione per qualcuno o per gruppi di lavoro, hai visto mai. Mah, parteciperemo stando sopra un albero, come disse un altro illustre osservatore. A presto R