Bob Dylan secondo Francesco Bonami

Questo è l’ultimo che vi regaliamo: se volete leggere gli altri ritratti scritti da Bonami sui personaggi dell’artworld, dovete comprarvi il suo ultimo libro edito da Electa. Però chiudiamo col botto: eh sì, perché qui si parla di Bob Dylan in versione pittore…

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Bob Dylan nell'aprile del 1965 - photo Evening Standard/Getty Images

Bob Dylan nell’aprile del 1965 – photo Evening Standard/Getty Images

Quando racconto che Bob Dylan è stato a cena a casa mia non ci crede nessuno. Eppure è successo, quando ho organizzato la mostra di una serie di suoi quadri a Milano. La gente mi diceva: “Gli fai la mostra solo perché è Bob Dylan!”. “Certo”, rispondevo io, “ci mancherebbe altro!”. Dylan è la persona più vicina a Dio che io abbia mai conosciuto. Non tanto come musicista, ma per la fama: è quasi famoso come Dio. Ora, se Dio fosse un pittore, anche scadente, e io lo incontrassi, la mostra gliela proporrei di sicuro. Se poi venisse anche a casa mia ancora meglio.
In realtà a me i dipinti di Dylan piacciono. Mi piacciono non perché siano belli, ma perché sono fatti per il piacere di farli. Se uno è Bob Dylan non ha certo bisogno di dipingere per diventare famoso. Io Dylan l’ho incontrato in un paio di occasioni a Los Angeles. La prima volta ero leggermente intimidito. La seconda invece siamo stati a chiacchierare del più e del meno per molto tempo. E se avrò un’altra occasione, gli proporrò di rifare un’altra mostra. Il povero Dylan è un pittore penalizzato dalla fama del Dylan musicista. Se si chiamasse Jennie McCurry nessuno si meraviglierebbe e i suoi quadri verrebbero guardati con molta più attenzione. Nella mia carriera di curatore ho fatto esporre opere molto meno meritevoli dei quadri di Dylan. Opere considerate capolavori nel mondo dell’arte.

Francesco Bonami, il Bonami dell'arte - Electa, Milano 2015

Francesco Bonami, il Bonami dell’arte – Electa, Milano 2015

Devo riconoscere che vederlo seduto nel mio salotto mi ha fatto una certa impressione. Per fortuna ho dei testimoni, altrimenti non ci crederebbe davvero nessuno. Un tizio, al quale ho raccontato di questa cena, mi ha risposto: “A me la musica di Dylan non è mai piaciuta”. Che è come dire, appunto: “Sono ateo, e che Gesù sia venuto a cena da te non mi interessa per nulla”. Insomma, un po’ di sincera e ingenua meraviglia nella vita si deve conservare, altrimenti si fa la figura dei cretini.
Quando Dylan è tornato a suonare a Milano il suo manager mi ha detto che gli avrebbe fatto piacere vedermi. Pochi minuti prima che finisse il concerto il manager ha chiamato me e la mia dolce metà, Vanessa, dietro al palco e ci ha fatto aspettare nel buio. Poi da dietro una tenda è sbucato “lui”. “Hi Francesco!”, poche parole sull’arte contemporanea (che per inciso lui non capisce), ed è volato via, ma non senza dirci “Maybe I come to visit you tomorrow”, forse vengo a trovarvi domani. Non è venuto, chiaramente, e del resto è così che si alimentano le leggende: con illusioni e delusioni. Ai miei nipoti potrò dire: “Ho bevuto il caffè con Dylan”. Chi può dire lo stesso scagli la prima o l’ultima pietra.

Francesco Bonami

Francesco Bonami – Il Bonami dell’arte. Incontri ravvicinati della giungla contemporanea
Electa, Milano 2015
Pagg. 125, € 12,90
ISBN 9788837099053
www.electaweb.com

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  • Angelov

    in questa foto Bob assomiglia vagamente a Mike Buogiorno da giovane; beh, anche lui era americano…forse tutti gli americani si assomigliano

  • Daniele Ardemagni

    A dire il vero Mike Bongiorno era americano di origini italiane, l’immenso Bob è americano di origini ebree (anche se convertito al cristianesimo da oltre 30 anni)

  • Giampaolo Abbondio

    Sa che le dico? Non solo ha ragione, ma se l’occasione per un’altra mostra si presentasse galleria Pack sarebbe a sua disposizione.

    Una situazione analoga secondo me è quella di Dario Fo, cosa mi interessa se come pittore non è Vermeer, ma poter incontrare l’unico premio Nobel italiano vivente per la letteratura per me non ha prezzo, l’aver potuto parlargli alcune volte rimane una di quelle cose da raccontare ai nipoti. Ma “il Postino di Neruda” non ha insegnato proprio nulla?

    • ruotaia

      Abbondio per favore noooooo!

  • Ferro da stiro

    Ma a me Bonami fa proprio ridere : non rido per quelle che lui scrive pensando siano battute, perchè in genere il nostro è deboluccio nel senso dell’umorismo ed è divertente, secondo me, quanto un lampione.
    Mi fa ridere perchè quello che scrive può essere ribaltato in sensi che non so fino a che punto lui ha previsto.
    Faccio l’esempio: quella di parlare di Dio come un tizio che puoi incontrare al bar o in galleria è una vecchia consuetudine che vorrebbe simulare disinvoltura in questioni in realtà un pò complicate e la trovo davvero ormai abusata. Ma il bello è che implicitamente, tra le righe, lo scaltro curatore sembra dire: io i padreterni li espongo in ogni caso anche se dipingono delle croste. Si tratta di un doppio senso voluto? mah non saprei ma se Bonami fosse così furbo da averlo suggerito volontariamente perchè non è così intelligente da sapere che noi lo sapevamo già che lui espone solo i padreterni, indipendentemente dalla qualità? Pensa che siamo scemi noi?
    in un’altro punto dice che nella sua carriera ha esposto opere meno meritevoli di quelle di Dylan e queste opere erano considerate “capolavori nel mondo dell’arte”. Il ragionamento che ne risulta è un pò questo: le mostre curate da Bonami sono “nel mondo dell’arte” (che è inteso quindi come qualcosa di unitario e omogeneo) e che in questo mondo dell’arte sono considerati (da chi?) capolavori opere ben peggiori dei quadri di Dylan (che quando dipinge New Orleans riesce a realizzare dei dipinti che non ne restituiscono nè il clima nè il fascino e nè ahimè le fattezze anche più superficiali).
    Cittadinanza americana ma visceralmente italiano il nostro curatore si vuol mostrare uomo di mondo e si descrive un pò come un turacciolo che galleggia sul mare mosso , scettico sul senso delle onde ma sempre pronto a imbarcarsi sulla nave più sicura. E che altro dovrei fare secondo voi, sembra dirci. Ovviamente il nostro non si vende nemmeno come un flosofo greco della scuola degli stoici e non pretende di conoscere la saggezza, ma quello che alla fine rimane sono poche battute che lasciano il tempo che trovano e pochi ragionamenti infantili che si danno la zappa sui piedi, che ironizzano sull’opportunismo del loro autore in cerca di giustificazioni pubbliche per il proprio opportunismo. Ma l’opportunismo è un fatto personale che non si giustifica neanche con l’autoironia, per quanto scadente.