Biennale di Venezia: il curatore Alejandro Aravena presenta la 15. Mostra Internazionale di Architettura. Titolo Reporting from the Front, poco spazio alle archistar

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Alejandro Aravena (foto Cristobal Palma)

Alejandro Aravena (foto Cristobal Palma)

Come abbiamo già fatto per la conferenza stampa della Biennale d’Arte diretta da Okwui Enwezor, anche quest’oggi – lunedì 31 agosto – eravamo presenti a Venezia, sempre presso Ca’ Giustinian, per riportarvi in presa diretta i contenuti della 15. Mostra Internazionale di Architettura, in programma dal 28 maggio al 27 novembre 2016. Direttore della prossima edizione è l’architetto cileno Alejandro Aravena, relatore di questa presentazione insieme al presidente della Biennale, Paolo Baratta. Concluso il live blogging, eccovi il dettagliato resoconto della presentazione.

Baratta illustra le motivazioni della nomina di Aravena

Negli anni, la Biennale ha riscontrato un sempre maggiore scollamento tra architettura e società civile. Certa committenza ha utilizzato l’architettura per esibire pubblicamente successi e potere, mentre gli architetti hanno brandito la tecnologia per innalzare spettacoli.
Non si sa più cosa chiedere, all’architettura.” Chipperfield e Koolhaas si sono chiesti, con le rispettive edizioni, se esiste ancora l’architettura o sono rimasti soltanto gli architetti, indagando il mondo della progettazione in un momento in cui viene messo in dubbio.
La Biennale ha combattuto dal canto suo i due grandi nemici di un’istituzione culturale: il conformismo e l’accettazione passiva. Questa Biennale vuole parlare di esempi nei quali l’incontro tra domanda e offerta ha prodotto risultati in termini di bene pubblico, la cui fruizione è gratuita. Sarà una Biennale ottimista, che mostra casi di successo, alternative allo status quo in cui l’architettura si è posta nuovamente come strumento di organizzazione di vita privata e pubblica.

Il titolo della Biennale 2016: Reporting from the Front

La 15. Mostra Internazionale di Architettura guarda alla disciplina come un campo di battaglia, dove occorre agire e assumersi responsabilità. L’accettazione passiva è il vero nemico da sconfiggere. Aravena spiega che, prima ancora di dare risposte, è importante identificare le domande giuste: andare oltre l’interesse personale, il “non mi riguarda” perché “non è un problema mio”, fino a trovare i problemi che interessano tutti i cittadini.Stabilita la premessa, il direttore insiste subito sulla necessità di superare la diagnostica: ci dev’essere il desiderio di fare, formulare proposte una volta inquadrato lo scenario – politico, economico, anche estetico e culturale – e quindi le necessità della popolazione. In questo senso, Aravena è convinto che la Biennale abbia il potere di “riunire la conoscenza esistente al mondo, imparare dalle esperienze condivise“.

Qualche esempio di “architettura alternativa”?

Aravena dichiara esplicitamente che, al momento, può citare – soltanto – i risultati raggiunti con ELEMENTAL: housing sociale che riesce a migliorare il costruito – e quindi la qualità di vita delle persone – nonostante un budget ridotto. Ridotto, al punto che la prima difficoltà è consistita nel comprendere cosa costruire – e cosa no: gli architetti avevano risorse per costruire appena metà di una casa vivibile. Ma non hanno utilizzato lo status quo come un alibi per non tentare neppure l’impresa: hanno costruito effettivamente metà di una residenza, quella parte che soltanto architetti e imprese avrebbero potuto realizzare – muri, servizi e via dicendo – lasciando il “raddoppio” della casa alle tecniche di auto-costruzione e l’iniziativa degli stessi abitanti.

Che possibilità c’è di applicare queste alternative nel resto del mondo?

Aravena ribadisce che il primo punto della Biennale sarà porre correttamente la domanda cui l’architettura deve rispondere, fornendo esempi concreti in cui le problematiche sono state in qualche modo affrontate: “Normalmente, noi architetti rispondiamo bene alla domanda sbagliata. Perché non abbiamo interrogato i diretti interessati“. Funzione di questa Biennale sarà innanzitutto esporre che si può fare altrimenti, che da qualcuno è stato fatto: condividendo domande e casistiche, la coscienza civile di una comunità potrà far notare come, a parità di problemi, altrove ci sono state soluzioni, alternative e migliori.

C’è posto per le archistar nella Biennale di Aravena?

In alcune condizioni, il direttore riconosce che “c’è bisogno di genio“, quindi anche di risposte spettacolari a una determinata problematica. Ma l’eccezionalità della soluzione non può diventare un cliché perché – è chiaro che sia questo il leitmotiv del progetto curatoriale per il 2016 – “se cambia la domanda, anche la risposta dell’architettura dovrà essere diversa“.

La Biennale di Architettura come occasione di formazione

Baratta riprende la parola, in relazione a questa volontà di fornire nel 2016 una panoramica di livello mondiale su problemi e soluzioni in ambito architettonico. Il presidente sottolinea come la Biennale non sia una vetrina dell’architettura italiana per il mondo, semmai il contrario: una vetrina del mondo dell’architettura, anche e soprattutto per gli studenti e le nuove leve in Italia. Alla Mostra Internazionale di Architettura partecipa tutto il mondo degli addetti ai lavori, perché è un’occasione unica per conoscere non solo il progetto, ma il modo in cui l’architetto l’ha sviluppato.
Anche in questo caso, la parola chiave implicita è “incontro”: tra necessità sociali e proposte architettoniche, tra i migliori professionisti – anche archistar, perché no – e aspiranti tali.

Non ci resta che attendere di conoscere i primi nomi – di progetti e progettisti – che Aravena selezionerà come rappresentativi di un modo “belligerante” di fare architettura, intesa come sfida allo status quo e allo stesso tempo proiezione creativa di una società migliore.

– Caterina Porcellini e Arianna Testino

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