Biennale di Venezia. Il padiglione di Cuba raccontato da Giacomo Zaza

Sull’isola di San Servolo c’è un progetto presentato da otto artisti, otto cellule differenti che esprimono rispettivamente otto esplorazioni identitarie. Dalla russa Chernusheva a Gómez a Stampone. Uno dei due curatori del Padiglione di Cuba, Giacomo Zaza, ne descrive il percorso.

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Lida Abdul, In Transit, 2008 – still da video

Lida Abdul, In Transit, 2008 – still da video

Cuba partecipa alla 56. Biennale di Venezia con il progetto El artista entre la individualidad y el contexto, curata da Jorge Fernández Torres e Giacomo Zaza. In mostra sull’Isola di San Servolo i lavori di quattro artisti cubani (Luis Gómez ArmenterosSusana Pilar Delahante MatienzoGrethell Rasúa Celia-Yunior) in dialogo con le opere dell’afghana Lida Abdul, della russa Olga Chernysheva, del cinese Lin Yilin e dell’italiano Giuseppe Stampone.
Il curatore italiano qui approfondisce alcuni temi e prospettive.

Potresti descrivere il titolo (El artista entre la individualidad y el contexto) e il tema scelti per rappresentare Cuba alla 56. Biennale d’Arte a Venezia? 
Il concepimento curatoriale del padiglione, nato insieme a Jorge Fernández Torres, ha tracciato per la 56. Biennale di Venezia una linea guida intorno alla figura dell’artista, che incorpora nella sua pratica la dualità tra individualità e contesto: vale a dire l’artista come decodificatore della realtà e delle sue manifestazioni, dei segnali e dei messaggi assimilati all’esterno e nello stesso tempo filtrati attraverso il proprio metabolismo. L’artista come ri-editore di strutture e sovrastrutture sociali, ideologiche, storiche.
Il Padiglione di Cuba rivendica una zona di convergenza di flussi speculativi e immaginari, insita sia nel cosmo identitario del Paese, sia nella pratica artistica cubana e internazionale.

Luis Edgardo Gómez Armenteros, La Rivoluzione Siamo Noi, 2015 - graphics 3d by Yusnier Mentado - Courtesy of the artist

Luis Edgardo Gómez Armenteros, La Rivoluzione Siamo Noi, 2015 – graphics 3d by Yusnier Mentado – Courtesy of the artist

Come dialogheranno i lavori dei cubani con le opere dell’afghana Lida Abdul, della russa Olga Chernysheva, del cinese Lin Yilin e dell’italiano Giuseppe Stampone? E su quali piani, invece, avete dialogato, tu e Jorge Fernández Torres?
Partendo dal presupposto che Cuba rappresenta storicamente un luogo di incroci, contaminazioni e convergenze, il progetto mescola tutte le componenti antropologiche, ontologiche, sociali, politiche. In esso dunque oscillano diversi immaginari che vanno a istituire storie correlate, narrazioni fuori e dentro l’isola che sottopongono a scrutinio gli ideali assolutistici di emancipazione sociale e politica, nonché i loro effetti sul tessuto ordinario dell’esperienza. Metafora di un grande mix di culture sradicate dal loro luogo di origine e confluite nell’orizzonte creolo e nello spazio del molteplice, della sfera del mutevole e dell’espansione.
Sotto questo importante aspetto transterritoriale vanno considerate le singole pratiche artistiche proposte dal Padiglione. Esse rappresentano un insieme di dialoghi distinti: sono differenti politiche estetiche accomunate dalla partizione del mondo sensibile e dal setaccio delle personalità che si incrociano dell’individuo. Ciascuna pratica attraversa le frontiere culturali, linguistiche, mitiche, le derive ideologiche o gli accecamenti etnocentrici.
Le otto pratiche si costituiscono come otto cellule differenti che esprimono rispettivamente otto esplorazioni identitarie. La singola unità molteplice apre lo sguardo agli splendori e ai bisogni della specie umana, ai capricci economici globali e alle sventure collettive. Il dialogo non è tra le pratiche, ma è interno a ciascuna esperienza. Inoltre la peculiarità dell’accostamento di cellule artistiche cubane e cellule transnazionali risiede nel carattere condiviso di uno scavo necessario nell’individualità e nei contesti, non solo cubani, ma anche di aree come la Russia, la Cina e l’Afghanistan.

Grethell Rasúa, De la permanencia y otras necesidades, 2014 – still da video

Grethell Rasúa, De la permanencia y otras necesidades, 2014 – still da video

Entriamo un poco nel dettaglio dei singoli lavori?
Andiamo dall’installazione site scecific di Giuseppe Stampone, Casa particular, simbolo della microeconomia quotidiana cubana, in cui lo straniero viene ospitato e integrato, all’opera Notes on the Ice di Celia-Yunior, che proietta su scaffali riempiti di risme di fogli una lunga carrellata di intitolazioni relative agli studi effettuati dal Dipartimento di Sociologia dell’Università de L’Avana dal 2001 al 2011. Dalle riflessioni sulle relazioni del potere nei territori dell’arte di Luis Gómez Armenteros con La Rivoluzione Siamo Noi, e dalla navigazione in Rete nelle dominazioni finanziarie dell’avatar Flor Elena Resident per Dominadoras inmateriales di Susana Pilar Delahante Matienzo, all’azione inconsueta Triumph di Lin Yilin, per la quale l’artista cammina con un polso ammanettato alla caviglia. L’arte non è uno spettacolo banale, ma catalizza i problemi globali dell’umanità che sorgono costantemente e la doppia morale insita nel mondo dell’arte.
E ancora, dal gesto De la permanencia y otras necesidades di Grethell Rasúa, impegnato a leccare un cactus, unendo la sensualità e naturalezza del gesto alla crudeltà delle spine pungenti, alle narrazioni poetiche di Lida Abdul e Olga Chernysheva (con l’installazione Screens), al confine tra realtà attuale, relitti del passato socio-politico e aperture oniriche.

Quando sei venuto a contatto con i lavori degli artisti cubani? E quali aspetti dei loro percorsi estetici e socio-culturali ti hanno colpito?
Ho conosciuto questi artisti a Cuba l’anno passato durante viaggi di approfondimento. L’interesse maggiore è nato dal fatto che cavalcano da tempo le trasformazioni e i mutamenti in atto per Cuba in particolare e il Sudamerica. Tra di essi assume particolare rilevanza Luis Gómez Armenteros, artista e professore presso l’ISA a L’Avana, esperienza importante per l’arte contemporanea cubana, totalmente inedita per l’Europa in quanto esperienza che si è mantenuta fuori dai circuiti del mercato. Gomez è il precursore a Cuba della videoarte e dell’arte che fa uso delle nuove tecnologie.
I quattro artisti cubani sono protesi verso l’orizzonte globale, lo assimilano e lo discutono, si muovono tra deregolamentazione e liberalizzazione, pronti a sposarne gli ideali. Rimangono critici e preferiscono pensare in termini di una propositiva politica della civilizzazione che sappia dare voce all’umanità, a quello che Edgar Morin chiama “benessere psicologico e morale”.

Susana Pilar Delahante Matienzo, Dominadora inmaterial, 2012-13

Susana Pilar Delahante Matienzo, Dominadora inmaterial, 2012-13

Quali luoghi, paesaggi e territori sono evocati dal vostro progetto curatoriale?
Gli artisti da ogni area geografica sottoposta a limitazioni e strutture blindate intende aprirsi e attraversare, spesso in modo inconsueto e contraddittorio, tutte le condizioni di incertezza, di vulnerabilità e precarietà umane, aumentate in maniera esponenziale dopo il tramonto delle utopie assolutistiche all’inizio degli anni novanta.
Ad esempio Cuba, privata della protezione di Mosca, è rimasta senza un tutore della fede comunista. Tuttavia non si è mai affievolita l’ideologia castrista, ancora appoggiata, sebbene ci siano le questioni aperte sul flusso migratorio e l’evidente impossibilità del governo a sovrintendere sul magma economico culturale politico del Paese.
Nel Padiglione entrano in gioco anche tematiche quali la speculazione e la monocoltura, l’offerta turistica e l’avvento dei resort, che probabilmente saranno il futuro di Cuba, un futuro rintracciabile in altre zone del pianeta dove i nuclei urbani centrali diventano dei centri di amministrazione e di turismo. E a Cuba sono stati predisposti impressionanti piani di costruzione per lo sviluppo economico e turistico dell’isola. Ad esempio, i dati di questi nuovi obiettivi del Paese sono stati rivelati in una installazione intitolata Comienzo Fresco di Celia-Yunior.

Lin Yilin, Triumph, 2009 – still da video - Courtesy of the artist

Lin Yilin, Triumph, 2009 – still da video – Courtesy of the artist

Quale è, a tuo modo di vedere, una definizione della Repubblica di Cuba? E come viene rappresentata?
Gli artisti cubani si trovano ad agire e a creare all’interno di una sfera culturale costellata da micro-esperienze che uniscono la individualità, il bagaglio personale, e il contesto politico, sociale, religioso nel quale vivono.
Come sottolineato nel libro pubblicato con la casa editrice Maretti per la 12. Biennale de L’Avana che si terrà dal 22 maggio al 22 giugno, Cuba possiede un carattere performativo molto forte e dominante. La sua realtà è in divenire e in perenne sconfinamento. Il suo contesto architettonico, sociale, religioso e politico ingloba un aspetto importante: l’ibridazione e l’interazione. Inoltre presuppone turbolenze e complessità. La Repubblica di Cuba è “tragicamente” una frontiera in sviluppo, sempre instancabile.
Con gli artisti cubani si scava e si esplora l’umanità e le potenzialità del pensiero oltre i protocolli delle relazioni “piramidali” e preferenziali e le ansie dello star system. Stare con l’arte significa diventare compagni di vita.
Le pratiche artistiche del Padiglione rivendicano una radicalità linguistica tale da rendere transclassiste (direbbe Pasolini) le arti. Questa radicalità unisce l’intelletto e la materia sensibile. Adopera una molteplicità di strumenti e di segni/simboli comuni tale da restituirci una diagnosi della realtà, prendendo in analisi una grande quantità di questioni: l’egemonia delle informazioni, la confusione del lessico di strada, l’invisibilità di un patriottismo organico, gli spazi ristretti e il tempo immutabile, l’incertezza e il vuoto.

Ginevra Bria

www.venicebiennalecuba.com

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