Il design va in residenza

Hanno fondato IN Residence, il workshop che dal 2008 crea un ponte fra studenti e giovani promesse del design. Barbara Brondi e Marco Rainò ci spiegano come ci si ritaglia un ruolo da “attivatore”. E ci dicono la loro sullo stato dell’arte del design contemporaneo.

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Barbara Brondi e Marco Rainò - photo Tullio Deorsola

Barbara Brondi e Marco Rainò – photo Tullio Deorsola

L’anno scorso al Fuori Salone IN Residence ha presentato Desiderabilia, una collezione che esplorava la legge del desiderio che lega i designer ai propri artefatti. Quali sono le novità per questo Salone del Mobile?
Marco Rainò: Per la prima volta in un anno IN Residence pubblica due numeri del suo Diario, la collana editoriale che documenta le attività dei nostri workshop. Il 14 aprile in Ventura Lambrate presentiamo i volumi numero 7 e 8 della serie, a testimoniare gli esiti dei due workshop tematici del 2014, anche comprendendo l’edizione speciale che ci ha visto ospiti del Padiglione Svizzero nel contesto della Biennale di Architettura di Venezia. L’evento che accompagna la presentazione di questi libri è invece il lancio della prima collezione di oggetti firmata IN Residence, disegnati nel tempo dai designer che invitiamo come protagonisti dei workshop. Per darti un’idea, in otto edizioni abbiamo ospitato una settantina di giovani designer di talento: rileggere l’elenco completo dei nomi per noi, oggi, è davvero emozionante, visto il successo che nel tempo molti di loro hanno avuto.

In effetti siete diventati famosi per aver dimostrato un fiuto eccezionale nel talent scouting…
Barbara Brondi: È una cosa buffa, in effetti ora tutti ci chiedono “chi sarà il designer del futuro quest’anno?”, perché molti dei designer che abbiamo invitato a IN Residence sono poi stati nominati Designer of the Future a Design Miami.
M.R.: Tornando alla collezione, ci piacerebbe immaginarla come una collezione di “manufatti di esplorazione”. Il primo pezzo lo abbiamo disegnato noi e dovrebbe rappresentare una sorta di manifesto delle intenzioni per “orientare” la collezione a venire. Sei la prima persona a cui ne parliamo! In sintesi, si tratta di un sistema che conterrà un numero limitato di libri, una struttura “minima” utile a custodire – ed esporre – i testi che ciascuno ritiene possano rivelare il proprio universo interiore; è un progetto che parla di affezioni, ideali, anche di ossessioni personali, così come di volontà di rappresentazione delle identità individuali attraverso la selezione di testi “chiave”: una piccola architettura, un dispositivo per rivelare la ritualità della lettura connessa al piacere e la meraviglia di ampliare le proprie conoscenze.
B.B.: In questo senso la collezione che andiamo ad attivare non è semplicemente una linea di prodotti, perché a noi interessa che questi “sistemi” siano intesi come stimoli alla riflessione sulla relazione che stabiliamo con gli oggetti che ci circondano.

Quali saranno le modalità di produzione e distribuzione della collezione IN Residence?
B.B.: L’idea è quella di assumere il ruolo di attivatori per mettere in contatto aziende italiane, selezionate per la qualità del loro prodotto e delle tecniche sperimentate, con i designer appartenenti alla “famiglia” IN Residence. Il nostro piano prevede libertà di accordo tra le aziende e i designer, mentre per la distribuzione vorremmo creare una filiera senza passaggi intermedi, dando la possibilità a chi compra di ordinare il prodotto desiderato direttamente all’azienda.
M.R.: La possibilità di creare connessioni significative tra gli attori di questo processo, attivando la nostra capacità di selezione, è una cosa che stiamo testando anche con il progetto MARCA, promosso dalla Camera di commercio di Torino per avvicinare aziende e giovani designer del territorio. In occasione del Salone, in zona Brera, lanciamo il terzo oggetto di questa collezione, un dispositivo “sensibile” per misurare e rivelare in modo inedito la densità delle polveri sottili negli ambienti domestici.
B.B.: È un oggetto divertente, caratterizzato da un’espressività ad alto impatto  emozionale, perché capace di produrre segnali decifrabili secondo modalità che non desiderano essere allarmanti: il dispositivo emette delle suggestioni luminose, inducendo una presa di coscienza sulla qualità dell’aria nei luoghi abitati.

Il payoff di IN Residence è “Design Dialogues”. Come avete individuato nel dialogo la modalità privilegiata per svolgere i workshop?
M.R.: Il linguaggio è la prima forma di attività di progettazione. Il dialogo è lo strumento che ti permette di capire la direzione da intraprendere, il mezzo attraverso il quale attivare una riflessione: mediante la parola condivisa si possono esprimere concetti, visualizzare contenuti, trasmettere messaggi.
B.B: Per formazione – noi siamo architetti – pensiamo che il confronto sia veramente fondamentale. In generale, notiamo una diffusa tendenza a sviluppare progetti fortemente individualisti; IN Residence produce esiti condivisi, concertati, frutto di un dialogo, come si diceva. Durante lo svolgimento pratico dei singoli workshop, ad esempio, i designer invitati lavorano in coppia e necessariamente si devono confrontare, tra loro e con gli studenti partecipanti. Questo ha prodotto risultati inaspettati e altamente positivi, apprezzati da tutti.

In Italia siamo stati abituati a considerare le riviste di design quali luoghi privilegiati per la formazione, il confronto e il dialogo. Un ruolo che appare in crisi…
M.R.: Non sono convinto che, tout court, la capacità di approfondimento delle riviste di settore sia da considerarsi completamente in crisi. Registro però un diffuso e generalizzato appiattimento verso un modo di comunicare che predilige la “cronaca” alla “critica”. Forse è una tendenza derivata dall’uso dei social network, in cui c’è un abnorme e ingiustificato ricorso al taglia e incolla. È necessario recuperare la capacità di sviluppare un pensiero critico analitico.
B.B.: Io penso anche che nella società contemporanea sia in atto un cambiamento molto importante: in questo momento tutto è basato sulle comunicazione attraverso le immagini, e si tende a dire che oramai non c’è più bisogno di critica perché la selezione è essa stessa una forma di critica. Non sono d’accordo, credo che il contenuto sia realmente ciò che fa la differenza rispetto al semplice “aspetto”, tuttavia non credo che stia scomparendo. Stiamo vivendo un momento di transizione che non giudico né in maniera positiva né in maniera negativa, ma che già di per sé è interessante.

IN Residence - photo Tullio Deorsola

IN Residence – photo Tullio Deorsola

Per tornare al tema del talent scouting: come monitorate i designer che vi sembrano più significativi?
M.R.: Non abbiamo un unico canale di acquisizione delle informazioni; inevitabilmente la ricerca via web è lo strumento principale, ma consultiamo anche la carta stampata e viaggiamo molto. Oggi siamo un po’ più fortunati perché beneficiamo di quel minimo di visibilità che abbiamo acquisito tramite le nostre attività precedenti, e così molti designer ci scrivono per informarci sui loro progetti e iniziative. In generale, la nostra ricerca parte sempre da un dato anagrafico, sia per IN Residence che per altre attività curatoriali: il pensiero dei giovani interpreti è quello a cui riserviamo particolare attenzione. Se la tua domanda riguarda il “filtro” che usiamo per operare le nostre selezioni, dobbiamo tornare al discorso sulla capacità – anche sintetica – di esprimere dei concetti, di produrre del senso. Indipendentemente dalla loro vocazione ad aiutarti nella vita quotidiana, e abbiamo un infinito rispetto per chi sa tutto di ergonomia, gli oggetti dovrebbero essere qualcosa di più, dei vettori di senso che iniettino anche un po’ di poesia nelle nostre giornate.
B.B.: Si dice che “the best way to predict the future is to create it”; in un certo senso creiamo delle piattaforme per dare modo ai designer giovani di esprimersi. I Diari di IN Residence, i libri della collana pubblicata da Corraini che vengono distribuiti in tutto il mondo, sono sicuramente un’ottima vetrina per i designer coni quali stabiliamo una connessione.

Proprio per questo confronto con le giovani e giovanissime generazioni, come valutate le scuole italiane? Oggi la loro capacità formativa viene spesso messa in discussione, soprattutto rispetto ad altre realtà quali la Design Academy Eindhoven o il Royal College of Arts.
M.R.: Questo è un tema su cui riflettiamo da tempo. Io ho la ventura di aver insegnato più a lungo; in questo momento lo faccio alla Domus Academy di Milano, una scuola che, anche grazie all’istituzione del Metaphysical Club, si sta seriamente interrogando sullo stato dell’arte della situazione formativa nel nostro Paese. In termini più generali, le esperienze che ho fatto in precedenza in Italia mi hanno spesso offerto l’occasione di registrare una certa difficoltà a intercettare con prontezza i segnali della contemporaneità. Le esperienze della Design Academy Eindhoven o dell’Ecal di Losanna, per citare un’altra scuola che secondo noi porta avanti iniziative molto interessanti, guardano alla società contemporanea attraverso una lente analitica e interpretativa concettuale, che tuttavia non preclude una riflessione sviluppata anche attraverso la pratica manuale. Si sono fatte delle scelte, ci si è ritagliati un ambito di indagine. Lo Iuav è un’ottima università in Italia, perché ha anche un buon corpo docente; tolto questo caso, però, difficilmente riesco a intuire con chiarezza le intenzioni strategiche – e quindi anche didattiche – che muovono le scuole nazionali. Non vorrei semplificare, ma la nostra capacità di organizzare le situazioni formative è un po’ specchio della società in cui viviamo. Una società straordinariamente interessante e complessa, ma in cui il grado di complessità maggiore è dato anche dalla sua quotidiana contraddizione.

Giulia Zappa

http://inresidence.it/

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #24 – speciale design

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