Cucchi – Despotović, la pittura senza maschera

Che succede quando un pittore lavora al fianco di un maestro con il doppio dei suoi anni? Quali dinamiche che si creano, c'è una trasmissione di esperienze? Risponde Nebojša Despotović, che a Treviso espone assieme al grande Enzo Cucchi

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Nebojša Despotović

Nebojša Despotović

Nei mesi scorsi a Palermo con il Laboratorio Saccardi, membri under 40. Ora a Treviso con Nebojša Despotović, anni 33. A dispetto di un fisico, di un atteggiamento generale e anche di un look giovanile, Enzo Cucchi ha quell’età – non tanto anagrafica, quanto intesa come bagaglio di esperienze, di certezze, di problematiche metabolizzate – che si addice al Maestro, nell’accezione, in questo caso, della bottega medievale e poi rinascimentale. E questa pare essere una via importante che ha scelto di percorrere in questo momento storico: mettendo a disposizione delle nuove generazioni dei pittori la pregnanza data dal confronto con il suo lavoro. E si tratta di una “bottega” itinerante, come quella dei cantastorie che si muovevano fra le corti nel Rinascimento. Ora, come accennavamo, la nuova tappa giunge fino a Treviso: per un confronto generazionale con l’artista serbo – ma formatosi in Italia, e ora berlinese di adozione – Nebojša Despotović: un confronto reso ancora più solenne dalla coincidenza “numerologica” dell’anagrafe, 66 anni lui, 33 il giovane collega. L’occasione è la mostra La pelle del serpente, curata da Daniele Capra negli affascinanti spazi di Treviso Ricerca Arte, a Ca’ dei Ricchi: una quindicina di opere dei due artisti – dipinti su tela, su carta e una scultura in bronzo – realizzate appositamente per lo spazio. Dei contenuti avremo modo di occuparci presto con una recensione: intanto ci siamo fatti raccontare da Nebojša Despotović cosa ha significato, per lui, lavorare con un maestro studiato in accademia…

Cucchi ha esattamente il doppio dei tuoi anni: tu trentatré e lui sessantasei…
In realtà il fattore anagrafico è una delle molte coincidenze da cui ha preso forma la mostra. Ne abbiamo registrate altre durante il processo che ci ha portato alla realizzazione delle opere e all’allestimento conclusivo. È come se, pur lavorando separatamente, Cucchi ed io fossimo arrivati a sincronizzarci dal punto di vista esistenziale e da quello, più propriamente artistico, delle istanze immaginifiche e rappresentative. Penso che la mostra dimostri una grande compenetrazione di intenti, aspetto che di fatto annullato il gap anagrafico di cui parli, che suppongo sia stato non solo per me uno stimolo ulteriore.

Despotovic e Cucchi, Roma, 2014

Despotovic e Cucchi, Roma, 2014

Ma a quali coincidenze ti riferisci?
Sono molte, alcune delle quali è difficile credere anche per me! Spaziano dalla numerologia alla collocazione spaziale delle opere nel luogo espositivo. Trentatré, sessantasei o la loro somma ricorrono ad esempio nelle misure delle distanze tra le opere. Ma ugualmente il soggetto delle opere che ha anticipato quello che via via accadeva durante l’allestimento. Al di là dell’intellettualizzazione di chi è stato coinvolto in prima persona, sono legami che evidentemente l’osservatore non può cogliere direttamente. Però si sente l’energia, uno strano magnetismo.

Ti era mai capitato di lavorare assieme a un artista di un’altra generazione?
Certo, ma non con questa sintonia ed affinità intellettuale. È stato come andare nella stessa direzione, pur lavorando lui nel suo studio di Roma ed io a Berlino. Io, all’Accademia a Venezia, ho lavorato frequentemente con artisti molto più giovani di me, puri e sinceri, non contaminati con il mondo dell’arte: ho sempre cercato di spingerli più in là, oltre le esperienze di un ventenne ancora studente. Ugualmente Enzo ha fatto con me, e gli sono grato per l’impulso intellettuale che personalmente mi ha dato: confrontarsi con chi ha più esperienza ti dà le certezze e i dubbi che ti servono ad evolvere. Bisogna progredire e tutto il resto non conta, è solo l’ombra di quello che facciamo.

Quali sono le dinamiche che si creano? C’è una trasmissione di esperienze, e come si concretizza?
Con Cucchi è capitato così: una breve introduzione e poi ci siamo buttati subito sui problemi esistenziali legati al mondo della creazione delle immagini e dall’analisi di quello che è il contenuto del fare arte. Senza maschere e in modo molto diretto, come se avessimo una lingua comune che ci permetteva di parlare senza filtri. Uno delle sue riflessioni più profonde riguarda il fatto che i problemi che il mondo ci pone, non solo come artisti, si possano risolvere con una sana ribellione. Ma davvero è difficile poter spiegare fino in fondo la sensazione e il flusso dei pensieri. È un fiume in piena…

Raccontaci qualche aneddoto di questo vostro incontro…
Davvero non c’è una cosa più importante delle altre: tutto ha la propria importanza. Il viaggio che ci ha portato alla mostra, se possiamo chiamarlo così, è un aneddoto ininterrotto quasi surreale, ma piacevole e rischioso. Incredibilmente le leggi della ragione le abbiamo abbandonate prima di cominciare il progetto de La pelle del serpente.

Enzo Cucchi

Enzo Cucchi

Alla luce di questo confronto: quale credi sia l’approccio alla pittura di un maestro come lui, rispetto a quello delle ultime generazioni?
Peso che noi pittori abbiamo sempre a che fare con gli stessi problemi, dai tempi di Giotto, Piero della Francesca o Caravaggio. Può sembrare una boutade, ma siamo tutti sulla stessa barca, giovani o più avanti con la carriera. Noi parliamo sempre la stessa lingua e ci comportiamo gli uni con gli altri in maniera gentile e spietata. Ci piace così. Di certo Enzo ha già molta esperienza che gli consente un grande livello di autocoscienza nei processi che generano l’arte. A noi più giovani, questo ci sprona ad avere fede nei confronti di noi stessi.

Cucchi è anche un “personaggio”: dopo averci lavorato assieme, puoi dire di aver conosciuto un artista diverso da come immaginavi?
Mi erano arrivati aneddoti sulla sua estrosità, ma sinceramente non avevo elaborato alcuna idea pratica su di lui, non ne sentivo forse la necessità. Non sono stato sorpreso dal suo atteggiamento verso il mondo in generale: ciascuno ha la sua modalità di stare al mondo e l’artista deve vedere le cose in modo non allineato. Semplicemente, nel suo studio, era lì davanti a me, pronto a confrontarsi con un giovane artista che aveva visto le sue opere alle mostre e sui libri di storia.

Massimo Mattioli

Inaugurazione: sabato 28 marzo 2015 – ore 18.30
Dal 29 marzo al 17 maggio
Ca’ dei Ricchi
Via Barberia 25 – Treviso
www.trevisoricercaarte.org

 

 

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