L’architettura come metafora del cinema

Una riflessione sui titoli di testa di “The Canyons”, film fuori concorso alla 70. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Dove Paul Schrader incontra Ed Ruscha.


Paul Schrader, The Canyons (2013)

Paul Schrader, The Canyons (2013)

Che cosa è più importante in un film, la storia o le immagini? Un quesito banale tutto sommato, eppure provate a rivolgere questa domanda a un qualunque appassionato di cinema: al 90% vi risponderà “la storia, naturalmente”. È forse proprio per questo che The Canyons, l’ultimo film di Paul Schrader, nonostante la conturbante tematica erotica e le preannunciate scene di nudo, è passato sostanzialmente in sordina alla 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. La storia non è piaciuta.
Non è bastata la sceneggiatura di Bret Easton Ellis né l’utilizzo del porno attore James Deen nel ruolo del protagonista: il film ha ottenuto poche critiche, per la maggior parte negative e, durante la proiezione in Sala Darsena, ha incassato addirittura risatine da ridicolo involontario e qualche fischio dal pubblico del Lido.
L’opera di Schrader, celebre sceneggiatore di Taxi Driver e regista di American Gigolo, racconta gli intrighi e i turbamenti di due giovani coppie in una Los Angeles asettica e gelata. Christian (Deen), improvvisato produttore cinematografico grazie ai soldi del padre, arrogante e nevrotico, nonostante obblighi la fidanzata Tara (Lohan) a praticare scambi di coppia e sesso di gruppo, sospetta che lei lo “tradisca” con Ryan (Funk), l’attore scritturato per il suo prossimo film. Il sadismo e la freddezza di Christian faranno precipitare gli eventi in una spirale di ricatti e violenza, nella quale l’unica legge è quella del più forte. L’intreccio di Bret Easton Ellis sarebbe anche ben congegnato, ma il risultato finale si presenta come una storia sfilacciata, con qualche buco fastidioso e con un finale molto discutibile, che comunque aggiunge poco all’idea iniziale.

Eppure The Canyons è un film molto interessante perché il suo aspetto migliore non è la regia, non è la fotografia, non è la sceneggiatura e neanche il cast; il suo significato più profondo risiede in alcune immagini, in particolare nelle fotografie proiettate nei titoli di testa che raffigurano vecchi cinema fatiscenti, movie theaters della West Coast oramai tristemente abbandonati, architetture che un tempo erano luccicanti templi del cinema e che oggi sono ridotti a malinconici relitti.
Ognuna di queste foto viene ripetuta per una volta durante il film (come per scandirne i capitoli) e poi ricompaiono tutte nei titoli di coda. Se non fosse per il tono quasi ruskiniano che le caratterizza, potrebbero somigliare alle prospettive di edifici di Ed Ruscha. Anche in questo caso, infatti, l’edificio viene trattato, anzi ridotto a oggetto, come ha notato giustamente Vito Calabretta proprio su Artribune, e questa reificazione lo carica di un valore simbolico.
Questa carrellata di fotografie spiazza l’osservatore per una ragione molto semplice: sono completamente avulse dal contesto, nessuna scena del film è ambientata in uno di questi cinema abbandonati. Anzi, tutti i luoghi descritti nel film sono ambienti nuovi di zecca, lucidi e freddi. L’arte cinematografica è un aspetto del tutto marginale nella trama: nonostante tutti i personaggi siano attori o produttori, nessuno sembra davvero interessato al film che li unisce, a nessuno di essi importa davvero dei movies, come sembra dire la Lohan in un dialogo in una squallida caffetteria di Hollywood.

Ed Ruscha

Ed Ruscha

Il significato del lavoro di Schrader, che quest’anno è stato anche presidente di giuria per la sezione Orizzonti, si rivela proprio in quelle immagini: The Canyons è un lamento funebre sulla morte del cinema che l’autore ha conosciuto e praticato, sulla fine di un modo di intendere quell’arte. In questo senso l’immagine di queste architetture abbandonate è paragonabile a quella della vecchia e polverosa villa di Gloria Swanson in Sunset Boulevard, che era a sua volta la metafora della morte di un altro cinema, quello muto.
Se immaginassimo di restaurare uno dei cinema che appaiono nei titoli di The Canyons, alla fine potrebbe forse sembrarci simile a quello in cui entrano Robert De Niro e Sybill Shepherd in una celeberrima scena di Taxi Driver, non a caso proprio a vedere un film porno. Ma se in ogni strada di quella New York “c’era un nessuno che sognava di diventare qualcuno”, in questa Los Angeles l’allusione alla pornografia, al sesso di gruppo e alla prostituzione pone l’accento solo sul vuoto interiore dei protagonisti. Loro che dovrebbero fare il cinema, sostituiscono la macchina da presa con lo smartphone e si limitano a riprendere se stessi in bassa qualità, durante un atto sessuale più o meno depravato.
È emblematico il commento dello stesso Schrader al suo film: “Il primo giorno delle prove ho detto agli attori che il film parla di un gruppo di ventenni di Los Angeles in fila al cinema. Solo che a un certo punto il cinema chiude e loro rimangono in fila perché non hanno altro posto dove andare”.

Francesco Napolitano

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  • http://www.desiderioumile.it michelemorando

    bel pezzo.

  • Andrea Geppo
  • Pingback: L’Architettura come metafora del cinema

  • VV

    un qualunque appassionato di cinema preferisce la storia alle immagini? certo, in un panorama in cui tutti sono cinefili e qualsiasi cosa diventa capolavoro………