Pussy Riot condannate a due anni di carcere, e la Russia brucia. Teppismo a sfondo religioso: ma le proteste imperversano, a Kiev abbattuta una croce monumentale

“In chiesa sono risuonate solo offese alla Chiesa ortodossa. Hanno suonato una canzone blasfema, insultante, commettendo una grave violazione dell’ordine pubblico e mostrando mancanza di rispetto per la società”. Al risuonare di questa parole, il giudice del tribunale di Mosca Marina Syrova ha pronunciato la sua – attesissima in tutto il mondo – sentenza: condanna. […]

Le Pussy Riot alla sbarra (foto nplusonemag.com)

In chiesa sono risuonate solo offese alla Chiesa ortodossa. Hanno suonato una canzone blasfema, insultante, commettendo una grave violazione dell’ordine pubblico e mostrando mancanza di rispetto per la società”. Al risuonare di questa parole, il giudice del tribunale di Mosca Marina Syrova ha pronunciato la sua – attesissima in tutto il mondo – sentenza: condanna. Due anni di carcere per la band punk russa Pussy Riot, divenuta il simbolo del dissenso contro il presidente russo Vladimir Putin. Il tam tam negli ultimi giorni si era fatto assordante, tanto da trasformare il verdetto in un giudizio complessivo sullo stato attuale della società russa: qualcosa che nei termini – fatte le dovute proporzioni – ha richiamato in certi passaggi lo storico processo ad Alfred Dreyfus che a fine Ottocento scosse la società francese, amplificato dal celebre J’Accuse pronunciato a mezzo stampa da Émile Zola.
Vicenda quindi conosciuta, quella di Nadejda Tolokonnikova, Ekaterina Samutsevich e Maria Alekina, le componenti della band, da riassumere in pochi passaggi: iniziata con il fermo avvenuto a Mosca dopo aver “messo in scena” all’interno della cattedrale di Cristo Salvatore uno spettacolo contro il ritorno di Vladimir Putin alla presidenza della Russia. Durante il quale invocarono l’intercessione della Madonna per cacciare il presidente dal potere: cosa che, secondo la sentenza, le rende responsabili di “teppismo a sfondo religioso”. “Qualunque sia il verdetto, noi e voi stiamo vincendo – aveva scritto Nadia Tolokonnikova, il volto più noto del gruppo, rivolta ai tantissimi sostenitori – perché abbiamo imparato ad essere arrabbiati e a dirlo politicamente. La nostra detenzione è un chiaro e distinto segnale che si sta privando della libertà l’intero Paese”.
La procura di Mosca aveva chiesto una condanna a tre anni: le Pussy Riot resteranno in carcere per un anno e mezzo, data che la pena di due anni verrà calcolata dal momento del loro arresto, agli inizi di marzo. Ma di certo si continuerà a sentir parlare molto della vicenda: si moltiplicano in tutto il mondo i movimenti di sostegno, ed il gruppo femminista ucraino Femen ha già inscenato nel centro di Kiev una manifestazione in sostegno del gruppo punk russo, abbattendo con una motosega una croce monumentale…

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.