Torna a popolarsi il Pantheon artistico Usa: a Los Angeles muore suicida a soli 58 anni Mike Kelley

Se il 2011 aveva preteso il suo macabro tributo portando via con sé – solo per restare ai grandi dell’arte Usa – personaggi come John Chamberlein e Helen Frankenthaler, anche il 2012 non sembra più clemente. Se però i due big di cui parlavamo erano in età avanzata, stavolta si tratta di una scomparsa decisamente […]

Mike Kelley

Se il 2011 aveva preteso il suo macabro tributo portando via con sé – solo per restare ai grandi dell’arte Usa – personaggi come John Chamberlein e Helen Frankenthaler, anche il 2012 non sembra più clemente. Se però i due big di cui parlavamo erano in età avanzata, stavolta si tratta di una scomparsa decisamente prematura: quella di Mike Kelley, morto – le ultimissime notizie filtrate parlerebbero di suicidio, seguito ad un lungo periodo di depressione – nella sua casa di Los Angeles a soli 58 anni.
L’invito giuntogli di recente per l’edizione 2012 della Whitney Biennial, rassegna alla quale aveva già preso parte sette volte, era solo l’ultimo di una carriera che lo aveva visto affermarsi fra i nomi più acclamati dalla critica di tutto il globo, con mostre personali tenute fra gli altri allo stesso Whitney Museum, al Louvre, al Portikus di Francoforte, al LACMA di Los Angeles, al MUMOK di Vienna.
Nato nel 1954 a Detroit, la sua pulsione creativa si diresse da subito al rock: fu tra i fondatori della nota band Destroy All Monsters, in bilico fra punk, psychedelic, heavy metal e noise rock, che abbandonò nel 1976, dopo il diploma alla CalArts. Nei primi anni ’80 il successo artistico nella scuderia Metro Pictures, galleria di riferimento fino agli inizi del 2000, quando passò con Gagosian. Ma è forse il 1992 l’anno dello scatto verso la notorietà: Kelley è fra i protagonisti di una mostra che a suo modo ha fatto storia per tutta una generazione, Post Human, a cura di Jeffrey Deitch, inaugurata al Musée d’Art Contemporain di Pully-Lausanne e poi transitata al Castello di Rivoli, alla Deste Foundation di Atene e al Deichtorhallen Hamburg. Successo globale per artisti in molti casi poco più che esordienti, da Matthew Barney a Robert Gober, Felix Gonzalez-Torres, Janine Antoni, Christian Marclay, Paul McCarthy, Charles Ray, Cindy Sherman, Kiki Smith. Da allora le sue sculture popolate di peluche fatti a maglia, inquietanti oggetti di un post-dadaismo che sconfinava nell’horror, sono entrate nell’immaginario visuale collettivo: presenza fissa nella Power List di ArtReview, non si contano le occasioni nelle quali Kelley è stato protagonista anche in Italia, solo ultima la personale al Museion di Bolzano del 2009.

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