Artisti o lavoratori? Fra dignità e diritti negati, gli “indignados” dello spettacolo aprono il fronte. E nelle arti visive?

“Il nostro non è un hobby per ricchi, ma un lavoro che ci porta via tempo, fatica, energie. Che richiede impegno e passione. Come tutti i lavori”. Parola di artisti. La crisi – più o meno intensa, ma di certo in qualche modo reale – acuisce le sensibilità su nervi scoperti come questi, e allora […]

Il nostro non è un hobby per ricchi, ma un lavoro che ci porta via tempo, fatica, energie. Che richiede impegno e passione. Come tutti i lavori”. Parola di artisti. La crisi – più o meno intensa, ma di certo in qualche modo reale – acuisce le sensibilità su nervi scoperti come questi, e allora è giunto il momento di prenderlo di petto, il problema: quel è lo status lavorativo degli artisti?
Il fronte – con i toni che in parte leggete sopra – lo hanno aperto i lavoratori dello spettacolo (registi, scenografi, coreografi, lighting designer, attori, musicisti, cantanti, danzatori), che hanno lanciato una petizione per abrogare le norme che tolgono il sussidio di disoccupazione per gli artisti dello spettacolo. Non vi stiamo a dettagliare la situazione qui, ma il video che trovate sotto – realizzato da uno degli “indignados” promotori – spiega tutto per filo e per segno.
Ma nelle arti visive le cose come stanno messe? Gli artisti attualmente possono dirsi “lavoratori” a tutti gli effetti? E le garanzie degli altri lavoratori possono, e in che misura, applicarsi alle opere d’ingegno? Pensione, assistenza sanitaria, sono argomenti applicabili nei rapporti fra artista e galleria? Intanto gradiremmo assai sentire un parere più ampio possibile nei commenti a questa notizia: ma vi anticipiamo che presto Artribune vi offrirà un’approfondita inchiesta su questi temi…
Ah, intanto magari mettete la vostra firma sulla petizione, il link lo trovate sotto…

Per firmare la petizione

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