Fenomenologia di Rai 5. Tentativo di vera tv culturale all’italiana o residuato bellico degli anni ottanta? E basta dire che tanto voi la tv non la guardate

Siamo perfettamente consapevoli di toccare delle corde condivise. E dunque possibilmente foriere di qualche polemica estiva che comunque non guasta. Anche perché avete voglia, voi, ad affermare come fate da vent’anni che “io la televisione non la guardo”, la verità non è quella perché poi magari mentre si mangia, mentre si sbrigano le faccende, mentre […]

Siamo perfettamente consapevoli di toccare delle corde condivise. E dunque possibilmente foriere di qualche polemica estiva che comunque non guasta. Anche perché avete voglia, voi, ad affermare come fate da vent’anni che “io la televisione non la guardo”, la verità non è quella perché poi magari mentre si mangia, mentre si sbrigano le faccende, mentre si rassettano i piatti un’occhiatina ci scappa. E con essa seguono le riflessioni e i distinguo. Una nostra riflessione, in questi roventi giorni d’agosto, riguarda Rai5.
Ehi ehi, calma: non stiamo dicendo che è nata l’ARTE italiana (nel senso della tv francotedesca), non stiamo dicendo che abbiamo finalmente una tv culturale con gli attributi, non esageriamo. Calma. Stiamo però dicendo che, tutto sommato, un briciolo di inversione di tendenza si può ravvisare nel panorama incivile del tubo catodico nostrano. Tra un programma di Paolo Giaccio e uno di Gregorio Paolini, tra un documentario su Haring e uno su Basquiat, tra un reportage di Michela Moro e  passando per l’immarcescibile Daverio (fate un po’ come vi pare, ma quel signore in tv funziona), capita sempre più spesso – specie agli orfani di RaiSat Art – di “girare” sulla emittente diretta da Massimo Ferrario, malgrado il cappello che la Lega ha in tutti i modi voluto metterci sopra. E malgrado la solenne stroncatura con cui l’ha accolta Aldo Grasso, ruvido critico televisivo del Corriere della Sera, bollandola come un prodotto del fighettismo milanese degli anni ottanta.

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