Anche chi non l’ha visto in questi giorni ne avrà sentito parlare: Squid Game sta conquistando tutti. La nuova serie Netflix ha riscosso un successo planetario, vista da oltre 100 milioni di utenti in soli 28 giorni.

I GIOCHI MORTALI DI SQUID GAME

Scritta e diretta dal sud coreano Hwang Dong-hyuk, la serie Squid Game si compone di nove episodi e vede protagonista un gruppo di persone che rischiano la vita in un mortale gioco di sopravvivenza per vincere il premio in denaro in palio. Giochi innocenti si trasformano così in trappole mortali, dove chi perde non rinuncia solo al montepremi, ma anche alla vita. Chi scappa volontariamente dal meccanismo per avere salva la pelle, incredibilmente sceglie volontariamente di tornare a giocare per tentare di cambiare la propria routine o uscire da una situazione economica insostenibile.

I SET ISPIRATI A ESCHER E BOFFIL

A colpire l’immaginario collettivo non è stata solo la sceneggiatura, ma anche le scenografie colorate e ricche di riferimenti: il continuo rimando alla sfera ludica infantile accentua il contrasto tra le scene del gioco e quelle del mondo esterno, ritratto sempre buio, freddo e inospitale.

La scala all’interno del quartier generale è stata dichiaratamente ispirata a quelle labirintiche realizzate da Maurits Cornelis Escher, mentre i colori riprendono la Muralla Rosa di Ricardo Bofill. La grande bambola presente nel primo gioco della serie è invece un personaggio noto in Corea del Sud perché presente nei libri scolastici degli anni ’70 e ’80. Anche le divise colorate dei giocatori sono ispirate all’abbigliamento sportivo in voga negli anni ’70. Il dormitorio dei partecipanti è costituito da letti a castello che formano un anfiteatro a scalinate, chiaro rimando alla divisioni in classi sociali.

Ogni puntata e ogni gioco si caratterizzano dunque per architetture di grande impatto che costituiscono un pilastro della serie. Persino gli attori hanno dichiarato di essere incuriositi dalla scoperta dei set ogni volta diversi e sorprendenti.

 

 

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Roberta Pisa
Vive a Roma dove si è laureata in Scienze politiche e Relazioni internazionali. Da sempre si occupa di cultura e comunicazione digitale. Dal 2015 è pubblicista e per Artribune segue le attività social.