Il brutto spot di Muccino per la Calabria: un milione e mezzo di stereotipi

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Altro che emozioni. Lo spot di Muccino, che doveva colpire il cuore del grande pubblico, puntando sul volto popolare di Raoul Bova e sul cinema romantico, è uscito fuori molto male. Costando una cifra decisamente eccessiva. E a pagare sono i calabresi.

Quasi verrebbe da chiedere scusa a Dolce&Gabbana. Per tutte le volte che abbiamo storto il naso dinanzi a un nuovo spot o a una collezione, perché troppi erano i cliché, troppo era l’indugio sulla sicilianità come folklore, con quell’estetica compiaciuta del barocco e del profano, del sacro e del perverso, del tragico e del pagano. Con tanto di comparse hollywoodiane, muscoli abbronzati e bellezze virginali, arsenali di simboli e accessori. Too much, a volte. Ma vivaddio, ne hanno fatto un’industria e uno stile, con qualche banalità e ottime intuizioni.
Ora, in fatto di luoghi comuni e di un Mezzogiorno edulcorato, semplificato, raccontato come una storiella, la Calabria sta vincendo su tutto e tutti. Perdendo un’occasione. Il “merito” è di un regista italiano, a cui è toccato tradurre in opera gli input giunti dalla committenza istituzionale.

Terra mia (2020), lo spot di Muccino per la Calabria
Terra mia (2020), lo spot di Muccino per la Calabria

200MILA EURO AL MINUTO PER UNO SPOT EMOZIONALE

Il nuovo spot in forma di cortometraggio – “Terra Mia”, diretto da Gabriele Muccino – che la Regione Calabria ha prodotto per promuovere la propria immagine, a beneficio di un turismo azzoppato dal Covid, è un pasticcio di cui proprio non si intravede il (buon) senso.
Otto minuti, costati 1.663.101,56 euro. Ovvero oltre 200.000 € al minuto: record che, in proporzione, batte pure i più noti colossal italiani. Il finanziamento arriva dal cospicuo ‘Piano Esecutivo Annuale d’Immagine e Promozione Turistica 2020’ – 11 milioni di euro in totale – nell’ambito del Programma Azione Coesione. L’idea è della Governatrice Jole Santelli, tragicamente scomparsa lo scorso ottobre a soli 51 anni. Donna combattiva e politica appassionata, storica militante di Forza Italia, Santelli ingenuamente cadde – come spesso succede – nel tranello di una vocazione comunicativa declinata al ribasso, fuori da qualunque standard innovativo e internazionale, da qualunque volontà di ricerca e svecchiamento.
Un incarico diretto per Muccino, il cui progetto di film – come si legge in un decreto dello scorso 22 luglio, a firma del Dirigente Generale del Dip. Turismo, Spettacolo e Beni Culturali, la Dott.ssa Francesca Gatto – è parso “capace di trasferire e comunicare efficacemente i contenuti afferenti al territorio calabrese in chiave emozionale per come auspicato nel predetto piano”. Un regista e sceneggiatore d’eccellenza, scrive ancora il DG, “la cui esperienza è riconosciuta nell’esplorare e raccontare, attraverso il suo stile personale di narrazione, luoghi e storie legati all’emotività, all’amore, al paesaggio”. La proposta di “opera artistica” era stata giudicata dalla Giunta regionale “capace di valorizzare e promuovere la Calabria e la sua identità, attraendo l’attenzione dello spettatore, grazie anche all’indiscussa notorietà del regista e degli attori”.  Notorietà del tutto inutile, va da sé, quando un’operazione non regge, non funziona, non fa centro.

Terra mia (2020), lo spot di Muccino per la Calabria

UNA CALABRIA DA CARTOLINA

E degli stessi costi spropositati nemmeno si discuterebbe, probabilmente, qualora ne fosse venuta fuori una piccola perla cinematografica, un felice progetto di comunicazione, un efficace storytelling in cui il pop e la sperimentazione s’incastrano per bene. E invece.
Gabriele Muccino firma un raccontino mediocre, posticcio, goffo oltremisura, zuccheroso al punto da risultare indigesto, affidandolo al volto di Raul Bova e a quello della moglie Rocio Muñoz Morales. Belli, euforici, spensierati, innamorati: lui, di origini calabresi, porta lei – spagnola – a scoprire le meraviglie della sua terra. La storia c’è (si fa per dire: in 8 minuti non succede praticamente niente), il volto da fiction pure, e c’è soprattutto una patina di plastica che dalle espressioni dei due protagonisti si srotola lungo l’intera serie di siparietti naïf: urticante ed eccessiva quanto i filtri che imbellettano i cieli e i mari di una Calabria instagrammabile, a metà tra un poster anni ’80, una brochure da tour operator e i profili social di Gianluca Vacchi. Tutto così artificiale, nell’insalata di cipolle, clementine, coppole, panorami in technicolor e stereotipi rétro, da rendere insopportabile il pensiero di tale presunta ingenuità, attribuita allo spettatore medio: siamo davvero così scemi, agli occhi della committenza istituzionale? E pure agli occhi di chi, tra registi, sceneggiatori, pubblicitari, si abbandona a quest’impero di ruffianerie?
Intanto il feedback non è stato dei migliori. Pare non sia arrivata al cuore degli italiani la Calabria da cartolina targata Muccino, tutta cliché color del tramonto, dialoghi improbabili che manco in “The Lady”, la mitica web-serie di Lory del Santo, ritornelli agroalimentari e culto pop della tradizione. Pioggia di critiche, in ogni angolo del web.

Terra mia (2020), lo spot di Muccino per la Calabria
Terra mia (2020), lo spot di Muccino per la Calabria

UN TURISMO SENZA CULTURA?

Noi abbiamo commissionato un corto per emozionare e incuriosire chi ha voglia di visitare la Calabria”, ha risposto Fausto Orsomarso, assessore al turismo in quota Fratelli d’Italia. Questo l’obiettivo, quantomeno. “È un video”, ha aggiunto poi, “per sprovincializzare e sdoganare il nostro territorio dai soliti cliché”. Ed è subito avanguardia. Vabè.
Sarà mancato al regista, il coraggio, ma non certo all’assessore: ce ne vuole una buona dose per definire “sprovincializzante” un oggettivo tripudio di luoghi comuni, manifesto di un provincialismo in salsa contadina con la verve di un fotoromanzo. Emozionante, sì, come un numero di “Sogno” con Ornella Muti in copertina o come la versione comica di una passeggiata filosofica tra i filari di un frutteto: “Lo sai come si fa a sapere che le arance sono buone? Guarda, devono avere la forma che la natura le ha dato“, dice lui (“ha dato loro” pareva brutto, troppo corretto), con un piglio che sta tra Socrate, Cézanne e l’Uomo del Monte. Lei, dolcemente sedotta: “Perché la natura fa a modo suo, vero?”. Bacio con schiocco, sorrisi – ridono sempre, a prescindere  – e quel meraviglioso non sense, che continua a tornare. Tipo quando la voce fuori campo (Raoul Bova, sempre lui) rivela che “questo mare lo sentiamo nostro perché è stato nostro da sempre” – ?! – o quando lei, sfinita da cotanta bellezza, immersa tre le acque annuncia: “Io da qui non me ne vado più!”. Risposta lineare, e soprattutto verosimile: “E io ti amo!”. Ok. Risate, sipario.
I dialoghi si susseguono tra banalità sconfortanti (“Certi gusti, certi sapori pensavi d’averli dimenticati” ), romanticume da esterna defilippiana in modalità corteggiatrice-tronista (“ho capito perché hai gli occhi così belli” – sempre guardando il mare – “li hai presi da qua!”), e improbabili scenette fedeli al modello agreste-popolare. Cuore, amore, soppressate, comari nei cortili e super panorami a misura di drone o di persiana. Nessuna ripresa di musei, naturalmente, né monumenti, siti archeologici, men che meno s’intravede traccia d’arte o architettura contemporanea, e così niente che rimandi a scorci urbani, poli culturali, eccellenze artigianali, distretti creativi o imprenditoriali. Quanto al paesaggio, anche lì: l’assoluta meraviglia di coste tra le più incantevoli d’Italia, raccontata come un set di “Temptation Island”.

Terra mia (2020), lo spot di Muccino per la Calabria
Terra mia (2020), lo spot di Muccino per la Calabria

LA LOGICA (SI FA PER DIRE) DEGLI INVESTIMENTI

Dovevo solo emozionare”, si è giustificato il regista, per niente preoccupato dalle critiche: “Non potevo far vedere di più”. Tutta colpa dei committenti, in sostanza. Sarà. Una colpa vera, ci pare, sta in quella sproporzione clamorosa tra il milione e 600mila euro spesi per quest’operazione e le cifre con cui, ogni anno, la Calabria Film Commission contribuisce alla produzione di corti, lungometraggi e documentari. Cifre importanti, benedette, ma che nel complesso (1.350.000,00 €) – sommando decine di opere finanziate – non raggiungono il budget speso per i soli 8 minuti di Muccino.
Ai cortometraggi, ed esempio, la Film Commission riserva 90mila € totali, per un massimo di 20mila a opera. I numeri parlano da sé, le immagini (ahinoi) altrettanto. Soldi spesi male, malissimo, quelli destinati a “Terra Mia”, anche in considerazione del flop registrato fra testate giornalistiche e vox populi, per non parlare del piano di comunicazione e distribuzione di cui non si comprendono i contorni, le logiche, i canali. Una metafora di quello sperpero che, ovunque e di continuo, con cifre piccole o sostanziose, si registra nelle amministrazioni pubbliche italiane, avvezze a finanziare opere ed eventi di livello mediocre, se non imbarazzante.
E intanto, per fortuna, a fare la differenza sono film come “Padre Nostro” di Claudio Noce (regista di origini crotonesi): la pellicola, girata in buona parte in Calabria, col sostegno della stessa Film Commission, mette insieme scene di grande fascino, tra la costa tirrenica di Scilla e Palmi e quella ionica di Camini e Riace, arrivando fin dentro al magico castello San Fili, a Stignano, negli spazi sconfinati della Sila Grande e nel cuore selvatico del Bosco dei Giganti. Una storia vera, autobiografica, di cronaca feroce, di paure e di tenerezze adolescenziali, che di questi luoghi ha restituito tutta la verità e la potenza in un’efficace narrazione filmica, non a caso approdata al 77° Festival di Venezia. Anche questo, soprattutto questo, è investimento, promozione, valorizzazione. Puntando al talento, più che al gioco delle celebrità (e delle vanità).

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.