L’universo visivo di Thom Yorke – e dei suoi Radiohead – è stato costruito in collaborazione con registi di un certo calibro: da Jonathan Glazer (Street Spirit e Karma Police), a Michel Gondry (Knives out) a Paul Thomas Anderson (Daydreaming, 2016). Quest’ultimo, pluripremiato cineasta statunitense noto per pellicole come Magnolia, Il petroliere e The Master, torna in questi giorni a lavorare al fianco del carismatico frontman britannico per promuoverne la sua ultima fatica: Anima. Il nuovo disco da solista di Yorke esce quasi a un anno di distanza dalla colonna sonora di Suspiria di Luca Guadagnino, accompagnato da un sorprendente cortometraggio visibile dal 27 giugno su Netflix.
Protagonista del video, della durata di 15 minuti, è un assonnato e malinconico cittadino/operaio (interpretato dallo stesso Yorke), a metà strada tra un Buster Keaton dei giorni nostri e il sognante protagonista di Brazil di Terry Gilliam, intento a inseguire quell’unico amore capace di spazzare via la monotona solitudine che domina l’incubo nel quale vive. Il plot narrativo si snoda infatti all’interno di un contesto onirico e distopico – che strizza l’occhio a pietre miliari della cultura cinematografica e letteraria come Metropolis di Fritz Lang e 1984 di George Orwell – dal quale risulta difficile liberarsi. Ambientato tra una Praga sotterranea e le suggestive mura del Castello di Les Baux-de-Provence, Anima avanza tra sussulti e movimenti meccanici che, sposandosi alla perfezione con i tre brani musicali composti da Thom Yorke, scandiscono il tempo dell’intero racconto. Immersi in un perenne stato di dormiveglia, che sfocia in una sorta di sonnambulismo, i personaggi del corto si muovono tramite una coreografia spettacolare diretta da Damien Jalet (eclettico autore belga che, oltre al già citato Guadagnino, in passato ha avuto modo di collaborare anche con artisti come Antony Gormley e Marina Abramovic). Per allontanarsi da una condizione così disincantata non rimane che sognare con intensità. Nella speranza di potersi svegliare, definitivamente, in un futuro migliore.

– Valerio Veneruso

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.