A pochi giorni di distanza dalla scomparsa del leader dei Talk Talk, Mark Hollis, il mondo della musica si trova costretto a dover dire addio a un’altra stella della scena britannica, nonché artista chiave degli anni Novanta: il frontman dei Prodigy, Keith Flint. Lo ricordiamo attraverso una selezione di videoclip che hanno fatto storia.

Per qualche strana ragione si tende spesso a mitizzare così tanto artisti e personaggi famosi da pensarli addirittura immortali. È forse per questo motivo che l’inaspettata notizia della morte di Keith Flint ha sconvolto il mondo intero. Nato nel 1969 nella periferia londinese di Redbridge, Keith Charles Flint si spostò alla metà degli anni Settanta nell’Essex, dove successivamente ebbe modo di conoscere il dj Liam Howlett, Leeroy Thornhill e Maxim Reality, dando vita a una delle band più influenti e innovative della storia della musica elettronica: i Prodigy.

Insieme a gruppi come i Chemical Brothers e The Crystal Method, i Prodigy hanno introdotto nella scena musicale inglese degli anni Novanta un genere conosciuto come “big beat” arricchendolo di un’energica aggressività, molta della quale espressa attraverso la potenza del frontman appena scomparso. Un’esuberanza che si ritrova soprattutto nei primi videoclip della band, dove Flint non ricopriva ancora il ruolo di cantante, bensì quello del ballerino intento a improvvisare frenetiche danze proprie della scena rave di quegli anni.

L’INGRESSO NEL MAINSTREAM

Sono questi gli esempi di video come Everybody in the place (1991), e Out of space (1992), entrambi diretti da Russell Curtis e caratterizzati sia dall’uso del grandangolo che da colori lisergici. Dal 1994, con Music for the Jilted Generation, il sound dei Prodigy si farà sempre più cupo, dando all’elemento del ballo un’accezione tribale e meno sognante. Un video come No good (start the dance), diretto all’interno dello storico locale Fabric dal fedele Waltern Stern – che ha firmato la regia anche per gruppi come Faith No More, Massive Attack e Bloc Party – ne è un ottimo esempio. Sarà però il 1996, con l’inarrivabile capolavoro The fat of the land, a far guadagnare ai Prodigy un posto d’onore all’interno del regno fatato di MTV, sancendo così il loro ingresso nella cultura mainstream.

Con la sua estetica trasgressiva di matrice post punk – caratterizzata da due variopinti ciuffi diabolici ai bordi della testa, piercing e tatuaggi – Keith Flint verrà prepotentemente catapultato, grazie al singolo Firestarter, nell’immaginario collettivo dell’ultima decade del Novecento, trasformandosi in una vera icona culturale. Un simbolo che diventerà però anche parodia di se stesso, come viene sarcasticamente mostrato dagli svedesi Traktor nel discusso Baby’s got a temper del 2002, dove tre maturi impiegati vestono i panni dei Prodigy stessi per incitare, a suon di parole che ostentano l’uso di Rohypnol, un pubblico costituito da sole mucche a produrre quanto più latte possibile.

DAI PRODIGY AI FLINT

Da quel momento Flint si dedicherà ad altri progetti, come ad esempio l’omonima band dal sapore punk rock, segnando un declino che porterà i Prodigy a produrre lavori discografici non troppo rilevanti. Così com’è avvenuto nel 2005, grazie al videoclip del remix firmato Pendulum della hit Voodoo People, il 2015 vedrà un insolito Keith Flint indossare abiti ordinati e puliti per il singolo Ibiza (che vanta un featuring con gli autoctoni Sleaford Mods) contenuto nel penultimo lavoro discografico The day is my enemy.

Una “pulizia” dell’immagine che ciononostante, non ha mai voluto nascondere un’indole beffarda e irriverente saldamente annidata all’interno del personaggio. Beffarda proprio come la sua dipartita, che ha lasciato un incolmabile vuoto per tutti coloro che sono cresciuti, grazie anche a lui, nello spirito degli anni Novanta.

– Valerio Veneruso

[immagine in apertura: Keith Flint con il chitarrista dei Prodigy Rob Holliday – photo by Sc0RcH – da Wikipedia]

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Valerio Veneruso
Artista visivo, VJ, grafico freelance e curatore indipendente, Valerio Veneruso nasce a Napoli nel 1984. Formatosi presso l’Accademia di Belle Arti, si sposta a Venezia dove nel 2012 si laurea in Arti Visive all’Università IUAV. 

Co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012) e del progetto editoriale Banane – Fanzine, in collaborazione con Davide Spillari, (2016). Sempre nel 2016 ha diretto il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova). È stato assegnatario di un atelier presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia per l’anno 2015/2016 dove ha potuto curare il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa mostra conclusiva TorchioFolks.
Recentemente ha vinto il premio per la migliore proposta grafica in occasione della 100ma Collettiva Giovani Artisti della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia.

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