Uno dei rari progetti a sfondo sociale nel contesto di una Biennale abbastanza disimpegnata, che sposta quest’anno il suo focus su temi intimisti e questioni formali. Il Green Light Workshop di Olafur Eliasson (Copenhagen, 1967), realizzato in collaborazione con la Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna (TBA21), ha trasformato il cuore del Padiglione Centrale ai Giardini in un laboratorio permanente, una specie di fablab comunitario, sul tema dell’immigrazione.
Più di ottanta partecipanti provenienti da paesi come Nigeria, Gambia, Syria, Iraq, Somalia, Afghanistan e China, sono i protagonisti di una fabbrica di lampade verdi: oggetti di design, ma anche metafore concretizzate. Una luce verde di ottimismo e di apertura verso tutte le persone che si trovano a dover affrontare la dura realtà dell’esilio, dell’immigrazione e della guerra. I proventi della vendita delle lampade andranno ad una serie di ONG che si occupano dell’accoglienza dei rifugiati in ogni parte del mondo.

www.greenlightworkshop.org

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AutoreOlafur Eliasson
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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.