Ci sono voluti 12 anni di lavoro e una campagna di crowdfunding per reperire i fondi, ma alla fine Rick Barnes, Jon Nguyen e Olivia Neergaard-Holm ce l’hanno fatta, e il risultato è un documentario di 90 minuti presentato in anteprima mondiale a Venezia73, nella sezione Venezia Classici. David Lynch: The Art Life è un viaggio nella mente del regista più visionario della storia del cinema, atteso in sala a gennaio e trasmesso su Sky a marzo del prossimo anno. Più che di un’intervista si tratta di un flusso di coscienza, che in piena modalità psicoanalitica ripercorre gli anni che vanno dall’infanzia (documentata dai genitori di Lynch alla maniera di ogni serena famiglia della middle class americana) al successo del primo film, Eraserhead. Chi si aspetta di trovarsi di fronte un personaggio dalla psiche simile a quella dei suoi film resterà deluso, Lynch, come ogni maestro del cinema, è un uomo totalmente dedito al lavoro, disciplinato e immerso nei suoi pensieri. Ventiquattro ore su ventiquattro.
Per esempio nel corso del documentario il regista scrive alcuni appunti su dei fogli gialli, i suoi estimatori saranno felici di apprendere che non si tratta di scarabocchi antistress, bensì di spunti di sceneggiatura per la seconda serie di Twin Peaks (al tempo dello shooting del documentario era ancora in fase di ideazione).

The Art Life” , afferma il regista, “è quel modo di passare la vita non facendo altro che bere caffè, fumare sigarette e dipingere. È lì che provi felicità infinita”. Sì perché la pittura è all’origine di ogni frame dei suoi film, e nello storicizzare Lynch sarebbe necessario considerarla la chiave di lettura del suo immaginario e non soltanto un linguaggio collaterale. Il film è dedicato alla sua figlia più piccola, Lula, di quattro anni, che da adulta riceverà in dono l’intero girato di 25 ore, considerato dallo stesso David Lynch parte della sua eredità spirituale, artistica e soprattutto affettiva.

– Mariagrazia Pontorno

 

 

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