Una scultura fatta di pane. Quello in cassetta, confezionato. Bianco, morbido e tagliato a macchina in tante fette di identico spessore. Una materia di origine biologica che è destinata a tornare tale attraverso un passaggio nel corpo umano; ma che prima viene trasformata radicalmente dai processi dell’industria, che hanno macinato il grano, sbiancato la farina, impastato e infine “scolpito” il pane in una forma geometrica.
Su tutto questo riflette l’opera Bed (1980-81) di Antony Gormley (Londra, 1950), esposta nella collezione della Tate Modern. Il museo inglese ha di recente realizzato un’intervista video con lo scultore chiedendogli di raccontare questo lavoro, non molto conosciuto ma importante per inquadrare alcuni temi della sua ricerca, primo fra tutti quello del corpo umano. In quest’opera, composta da 8640 fette di pane della marca Mother’s Pride (un classico nelle cucine delle case britanniche), Gormley ha infatti impresso la sagoma del proprio corpo, come fosse un calco. Per scolpirne i contorni ha utilizzato la bocca, mordendo e mangiando le fette fino a raggiungere la forma desiderata.

Lo scultore, che ha ricevuto una formazione fortemente cattolica, vede il corpo come un contenitore fisico per l’invisibile: i sentimenti, i pensieri, l’immaginazione, l’anima. In Bed lo spazio in negativo rappresenta l’assenza, “l’infinito dello spazio all’interno del corpo”, come lo definisce l’autore. “La scultura usa la materia per parlare dello spirito; il peso per parlare dell’assenza di peso; la luce per parlare del buio. È un mezzo visivo per evocare cose che non possono essere viste”.

– Valentina Tanni

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.