Randall Wright nel 2002 aveva girato un film per la tv con David Hockney come protagonista. Dopo dodici anni ha deciso che il soggetto era più cinematografico che televisivo e ne ha fatto un documentario, poi presentato al London Film Festival nel 2014. Finalmente il film ha trovato distribuzione anche per gli Stati Uniti nel circuito di qualità e da una settimana nella Grande Mela, che si prepara ad ospitare l’edizione della fiera Frieze, sembra che non si parli d’altro.
Hockney è un documentario poco didascalico e molto pop: lascia intervenire amici e colleghi del protagonista senza necessariamente classificarli o palesarne le implicazioni e i legami personali, ma a questo associa un vastissimo archivio fotografico e video privato che, riorganizzato in ordine cronologico, dipinge un ritratto coinvolgente dell’artista. Wrigth, più concentrato sulle vicissitudini personali di David Hockney che sulla carriera in senso stretto, sceglie un taglio aneddotico e costruisce il personaggio per sovrapposizione, come accade in pittura con il colore. Si scopre per esempio che Hockney è biondo ossigenato dal giorno in cui è stato persuaso dallo slogan della Clariol “Blonds Have More Fun”. Oggi chi pubblicamente non si dichiarasse contrario al fumo sarebbe flagellato dai media, Hockney una volta affittò un cartellone pubblicitario contro i pericoli del tabacco solo per scriverci a fianco “Morirai anche se smetti di fumare”…

Quest’uomo colorato e accessoriato come un fumetto è il primo a sensibilizzare l’opinione pubblica losangelina sull’omosessualità, il primo a usare tutti i mezzi messi a disposizione dall’innovazione tecnologica per la propria produzione artistica, fino a faxare un’opera ad un museo per una mostra. Nonostante il regista delinei chiaramente la natura giocosa, curiosa e felice del pittore, un velo di tristezza, nostalgia e grande umanità trapela dai dettagli del racconto. La voragine emotiva lasciata dalla piaga dell’AIDS, e dalla morte di tanti amici negli anni della sua diffusione epidemica, si rivela il più grande dispiacere nella vita del protagonista. In Italia il film ancora non è arrivato, ma in rete è possibile trovare un trailer molto convincente.

– Federica Polidoro

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.