Come un moderno Gordon Craig, Federico Fellini (1920-1993) ha incarnato la figura dell’Autore totale, padre padrone delle proprie opere. Tutto è frutto della sua fantasia, partorito dalla sua mente, e reso reale da una schiera di maestri artigiani del cinema, come il direttore della fotografia Giuseppe Rotunno, il costumista e scenografo Danilo Donati, il musicista Nino Rota. Tutto è finto e tutto è al contempo vero, nei suoi film. Pensate a I Vitelloni (1954) o ad Amarcord (1974), alle loro sequenze nostalgiche sul lungomare riminese, “ricreato” invece ad Ostia. Oppure, prendete Il Casanova di Federico Fellini (1976), girato completamente in studio e nel quale ogni cosa è ricostruita, suggerita da dettagli, luci e ombre. Rifiutando di girare in luoghi reali, e dunque di “adattarsi” a ciò che già esiste, Fellini impone totalmente il proprio atto creativo, alla base di ogni sequenza, di ogni personaggio, di ogni particolare.

Oggi Fellini è ritenuto il regista italiano più famoso, onorato, premiato, copiato nel mondo, come dimostra La grande bellezza di Paolo Sorrentino (2013), un fin troppo manierato e banale modo di accostarsi all’opera del Maestro. Chi l’ha appena conosciuto quando era vivo, oggi si professa suo intimo amico, chiamandolo confidenzialmente “Federico”. Chi in passato ne ha scritto e parlato male, accusandolo di essere poco interessato alla politica, anarchico, fascista, qualunquista, ora lo rimpiange. Chi era impegnato nelle battaglie civili e sociali, da subito mitizzate, lo calunniava, definendolo misogino e maschilista; bastino, per tutti, gli interrogativi e le ironie che riserva alle femministe all’interno de La città delle donne (1980). Lo si attaccava molto per il costo dei suoi film, dimenticandosi di quanto poi avrebbero incassato in termini di spettatori e di premi internazionali.

Il genio, che oggi tanto si celebra, non andava “a genio” all’Italia democristiana e comunista tra gli anni Cinquanta e Ottanta. E anche se nei suoi film non parlava esplicitamente di politica e della situazione socioculturale del Paese, veniva percepito come scomodo, inadeguato, non allineato all’una o all’altra ideologia. Eppure, la sua arte e il suo carisma superavano le polemiche e la censura, imponendosi all’attenzione di un Paese in trasformazione, attratto da quei film legati al passato dell’Italia ma proiettati verso la modernità. Fellini realizzava opere d’autore, complesse non solo da un punto di vista estetico e visivo, ma anche da quello drammaturgico e contenutistico: un regista che riusciva ad essere facilmente popolare, ad attrarre folle di spettatori incuriositi dai dibattiti accesi scatenati dalle sue storie. Tutto ciò oggi si è perso. Chi ricorda un film italiano che abbia suscitato clamore pari ad uno di Fellini? È forse cambiata la società, sono cambiati gli spettatori, è cambiato il cinema.

Gli ultimi anni di vita sono segnati dalle amarezze per lo stato del cinema italiano e per la difficoltà nel reperire fondi. A ciò si aggiungono l’indignazione per il trattamento che i propri film e quelli dei suoi colleghi subiscono in televisione, spesso sforbiciati, censurati, interrotti dalla pubblicità. Fellini conduce una personale battaglia nei confronti delle proprie creature, così visceralmente partorite e poi ridotte a carne da macello per interessi di cassetta. Nel 1985 realizza addirittura un film che “denuncia” l’abbassamento culturale dell’Italia e la deriva della televisione commerciale: era il profetico Ginger e Fred, “doppiato” da un’opera analoga per temi e amarezza soffusa, come La voce della luna (1990), conclusivo lungometraggio della sua gloriosa carriera. La difficoltà nel trovare finanziamenti lo spingerà, paradossalmente, proprio nelle braccia della pubblicità e della televisione tanto avversate, girando alcuni spot per la Banca di Roma e per la Barilla.

Il 1993 è l’anno del trionfo ma anche della fine. Il 20 gennaio, giorno del suo settantatreesimo compleanno, riceve la notizia dell’imminente conferimento del premio Oscar alla carriera, dopo averlo vinto quattro volte per la categoria del miglior film in lingua non inglese. Si riaccendono i riflettori sul regista riminese e la notte della premiazione, il 29 marzo, accanto a Mastroianni e alla Loren, col suo inglese semplice e simpatico, emoziona gli spettatori e rende orgogliosa un’intera Nazione. Le complicazioni subentrate ad un intervento gli causano un primo ictus in estate e un secondo in autunno. Domenica 31 ottobre, un giorno dopo aver raggiunto i cinquant’anni di matrimonio con la sua adorata Giulietta Masina, Federico Fellini si spegne, proprio all’alba di un nuovo periodo politico e sociale del suo amato e odiato paese. Di lì a pochi mesi, colui che aveva eletto a suo nemico naturale negli ultimi anni, sarebbe divenuto presidente del consiglio; il suo cuore gli avrebbe però impedito di farlo assistere a quell’ennesimo girotondo “felliniano”, che ancora oggi accompagna gli italiani.

– Giulio Brevetti

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Giulio Brevetti
Giulio Brevetti (Napoli, 1980), dottore di ricerca in Storia della Critica d’Arte, si occupa prevalentemente del dibattito storiografico tra Settecento e Ottocento. Ha studiato l’iconografia dei Borbone delle Due Sicilie e di Giuseppe Garibaldi, le tematiche risorgimentali nella pittura meridionale, il rapporto tra pittura e fotografia, nonché la cinematografia di autori quali De Sica, Fellini e Polanski. Ha collaborato alla realizzazione di mostre e al riallestimento di sale museali. Ha all’attivo diverse pubblicazioni in cataloghi e riviste specializzate. Scrive da anni articoli e recensioni di mostre e di cinema. In passato, ha collaborato con le testate “Exibart” e “Whipart”. È fotografo semiprofessionista e alcuni suoi scatti sono stati pubblicati su testi di rilevanza scientifica.