L’immagine infida. René Magritte a Parigi

Centre Pompidou, Parigi – fino al 23 gennaio 2017. Il museo parigino offre l’opportunità di riscoprire, in un percorso espositivo diviso in sezioni tematiche, la poetica di uno degli artisti più influenti del Novecento. Un’opportunità per avvicinarsi alla sua opera anche, e specie, da un punto di vista retrospettivo sulla storia dell’arte.

René Magritte, Le memorie di un santo, 1960. Olio su tela, 80 x 99,7 cm. The Menil Collection, Houston © Adagp, Parigi 2016. Courtesy Centre Pompidou
René Magritte, Le memorie di un santo, 1960. Olio su tela, 80 x 99,7 cm. The Menil Collection, Houston © Adagp, Parigi 2016. Courtesy Centre Pompidou

Circa cento opere di René Magritte (Lessines, 1898 – Bruxelles, 1967), provenienti da collezioni pubbliche e private, oltre a documenti autografi, disegni, bozzetti, guazzi, danno vita a un’intensa raccolta, che propone un’ultima analisi dell’opera magrittiana. Avvincente ricerca su linguaggio, filosofia, e sull’avventura della rappresentazione.

LE AFFINITÀ ELETTIVE
La mostra, significativamente scandita in diverse sezioni tematiche, secondo un ordine non cronologico, include anche opere di artisti d’età moderna, effigi di topos classici e biblici. Raffinati lavori pittorici raccontano icasticamente, più vicini alla mitologia che alla storiografia, il perché riproponiamo il mondo in linguaggi visivi. Da Il vello d’oro, opera di scuola francese del Seicento ispirata a Nicolas Poussin, a L’origine della pittura, o Dibutade disegna il ritratto del suo amante di Jean-Baptiste Regnault (1785); seguono il cinquecentesco La grotta di Platone, attribuita a Michiel Coxcie; Natura morta con frutta e cardellino, di Juan de Zurbarán (1639-40) e Zeusi seleziona una modella per il ritratto di Elena di Angelika Kauffmann (1778). Idolatria, masochismo, sublimazione e feticismo, competitività e ossessività perfezionistica: sono queste le affinità tra gli aneddoti di Plinio il Vecchio, Platone, le Sacre Scritture, e i rebus del surrealista belga.

René Magritte, La collera di Dio, 1960. Olio su tela, 80 x 70 cm. Collezione privata © Adagp, Parigi 2016 - Photothèque R. Magritte - BI, Adagp, Parigi, 2016.  Courtesy Centre Pompidou
René Magritte, La collera di Dio, 1960. Olio su tela, 80 x 70 cm. Collezione privata © Adagp, Parigi 2016 – Photothèque R. Magritte – BI, Adagp, Parigi, 2016. Courtesy Centre Pompidou

IL GIOCATORE SEGRETO
Un artista dal carattere eccentrico, quanto schivo; “in base alla concezione di bohéme ed élite predicata dal Surrealismo”, ha scritto il critico d’arte Robert Hughes, “Magritte avrebbe potuto benissimo fare il salumiere.” Tra la Parigi surrealista, dove sostò tra il 1927 e il 1930, e Bruxelles, dove visse gran parte della propria attività creativa, l’artista alternava la pittura a partite a scacchi in un caffè, Le Greenwich; oltre alla passione per la letteratura e la filosofia. Poe, Stevenson, Hegel, Heidegger, Husserl, Platone gli ispireranno temi e titoli per i propri quadri. È coi filosofi, del resto, che l’artista condivideva un rapporto con l’arte, e con l’esperienza estetica in generale, dichiaratamente conflittuale. Fu il fido cane Loulou a costringerlo, alla soglia di un museo, a rinunciare – probabilmente non troppo a malincuore – alla visita di una mostra sul pittore olandese Frans Hals. Perfino al cospetto di una delle grandi meraviglie del mondo antico, la piramide di Cheope, furono la diffidenza o l’indifferenza a fargli dire, lapidario: “Non avevo dubbi che sarebbe stata così”.

LA MANO FELICE
Non sorprende che gran parte dei suoi dipinti, significativamente a partire dal 1936, anno di Le affinità elettive, fossero affrontati come vere e proprie risoluzioni di “problemi”. Problemi della rappresentazione, come problemi della percezione: il quotidiano è estrapolato dalla propria gratuità, per essere riproposto come banalità da osservare; cionondimeno conturbante e misterioso, poiché percepito universalmente e personalmente; foriero di veridicità, quanto d’inganno. L’immagine, come in Le passeggiate di Euclide (1955) è costruita a partire da una coazione a riformulare il reale attraverso l’immaginazione; grazie al pensiero, Magritte pone inoltre in costante discussione una delle tentazioni più forti a sua disposizione: il realismo. La mano felice (1953) è solo uno degli exempla che mettono in luce tale stratagemma: ciò che è piccolo diventa grande, e viceversa. Ciò che vediamo è l’esito di un’intuizione.

René Magritte, Le vacanze di Hegel, 1958. Olio su tela, 60 x 50 cm, collezione privata © Adagp, Parigi 2016 - Photothèque R. Magritte - Banque d’Images, Adagp, Parigi 2016. Courtesy Centre Pompidou
René Magritte, Le vacanze di Hegel, 1958. Olio su tela, 60 x 50 cm, collezione privata © Adagp, Parigi 2016 – Photothèque R. Magritte – Banque d’Images, Adagp, Parigi 2016. Courtesy Centre Pompidou

L’ELLISSE
Negli anni di gioventù, Magritte lavorò come pubblicitario e decoratore, attività che abbandonò negli Anni Trenta per dedicarsi interamente alla pittura. La grammatica visiva della contemporanea società dei consumi, rispetto alla quale nutrì una sostanziale diffidenza, riemerse nella sua opera nel dopoguerra. È agli anni del crescente riconoscimento internazionale che risale il cosiddetto période vache: colori squillanti e uniformi formano immagini in contrasto con lo stile classico dei decenni precedenti. È una maniera del tutto inedita, più prossima ai padri della Pop Art che alle stelle del Surrealismo; piuttosto che a un Paul Delvaux, a un Richard Hamilton (L’ellisse, 1948). Sono immagini imbevute del linguaggio visivo pubblicitario, fumettistico, caricaturale. Magritte le espose a Parigi, nel 1948, invitato a tenere la sua prima personale nella capitale. Fu una sortita che colse di sorpresa il pubblico della Ville Lumière; l’artista era, del resto, ancora nel bel mezzo delle diatriba dei surrealisti, e conosceva ancora, a Parigi, una limitata fortuna commerciale. Fu un pareggiamento di conti.

IL RACCOLTO
Altro momento significativo e decisivo dell’avventura magrittiana, di cui la mostra non propone però che poche tele, il cosiddetto periodo Renoir, o plein soleil, compreso tra il 1943 e il 1946 (Il raccolto, 1943). Ispirato dalla tavolozza del pittore impressionista francese, l’artista belga ricercherà, negli anni bui dell’occupazione nazista del Belgio, una sensualità di temi e soggetti propria delle sue prime tele surrealiste. Tale nuova tavolozza, estremamente luminosa, influenzerà, meno brillante, le tele nei decenni successivi alla guerra. Ma resterà fino alla fine, in ogni opera, una costante: in Le Surrealisme en plein soleil, manifesto surrealista che l’artista pubblicherà nel 1946, Magritte risponde alle riformulazioni del movimento di Breton nel dopoguerra. “Abbiamo un compito enorme dinnanzi a noi: dobbiamo immaginare oggetti affascinanti che risveglieranno ciò che rimane, in noi, dell’istinto del piacere”. Oggetti nei quali ritrovare l’entità misteriosa – così celata allo sguardo – del desiderio.

Elio Ticca

Parigi // fino al 23 gennaio 2017
René Magritte – La trahison des images
a cura di Didier Ottinger
CENTRE POMPIDOU
Place Georges Pompidou
+33 (0)1 44781233
www.centrepompidou.fr

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Elio Ticca
Nato a Nuoro nel 1988, si laurea allo IUAV di Venezia in arti visive e dello spettacolo. È in partenza per il Regno Unito per approfondire i propri studi in storia dell'arte alla University of Leeds, attratto dalle connessioni fra l'arte di ogni tempo, i gender studies, gli studi warburghiani, le scienze umane e le discipline umanistiche contemporanee. Cerca un proprio Gesamtkunstwerk personale sulla tela, attraverso l'obiettivo della videocamera, con un violino, attardandosi nella città nel tentativo di lasciarla. Spinto dalla passione verso (vecchie) nuove forme estetiche, necessarie allo sviluppo umano, collabora con Artribune dal 2013.