La potenza del non-finito. In mostra al nuovo MET

Metropolitan Museum, New York – fino al 4 settembre 2016. Una miscellanea di capolavori d’arte non-finiti inaugura la sede del nuovo MET su Madison Avenue a New York. Lasciando però qualche dubbio sull’efficacia delle scelte compiute dal team curatoriale.

Andy Warhol, Do It Yourself (Violin), 1962 ca.
Andy Warhol, Do It Yourself (Violin), 1962 ca.

UNA SFIDA DIFFICILE
La sfida accolta dai curatori della mostra nella nuova sede del MET è quella di presentare il tema del non-finito nell’arte nel suo senso più ampio e attraverso media diversi, riunendo oltre cento opere che spaziano dal Rinascimento fino alla soglia degli Anni Zero e che affollano due piani dell’edificio breueriano. L’esposizione segue un blando raggruppamento cronologico e gli spazi, senza ordine, appaiono come una sovraccarica Wunderkammer moderna.
Al primo livello, capolavori dal XV al XVII secolo indagano il non-finito a Nord e Sud delle Alpi, presentando le variazioni sul tema di mastri esemplari come Donatello, Tiziano e Rembrandt. Ad accompagnarli, opere rimaste incompiute a causa di incidenti di percorso o altre sulle quali la critica non riesce ancora a stabilire con certezza il grado di volontario o meno non-finito, come la deliziosa Santa Barbara di van Eyck. Sono presenti anche lavori esplicitamente lasciati interrotti dall’artista il quale, nel loro stato irrisolto, ne decretava la completezza di significato e forza, come i sublimi profili di Emilia di Lawrence o i non-finiti mari tempestosi di Turner. Sullo stesso piano, è anche cospicua la presenza di ritratti lasciati incompiuti per improvvisi cambi di potere, commissioni mancate o scelta dell’artista, da Velázquez a Freud.

Andy Warhol, Do It Yourself (Violin), 1962 ca.
Andy Warhol, Do It Yourself (Violin), 1962 ca.

IL DILEMMA DEL NON-FINITO
La problematica del non-finito come possibile tecnica artistica o accidente di percorso diviene, al secondo piano dell’esposizione, senza un razionale passaggio, soggetto di dibattito teorico-critico scrutinando nell’arte moderna “la nozione razionalista che l’arte sia un tipo di lavoro risultante in un prodotto finito”. L’arte astratta, priva di soggetti figurativi determinati, diventa l’emblema dell’impossibilità di deliberare la completezza di un’opera d’arte rinvigorendo la disputa sulla condizione finale dell’opera.
L’idea di infinito è alla base delle molte opere degli Anni Cinquanta e Sessanta, mentre il democratico populismo degli Anni Settanta e il suo attivismo di massa determinano la presenza di opere non complete in quanto destinate a essere terminate (ideologicamente oppure no) dall’osservatore (il violino DIY di Warhol o i Target di Johns). Sullo stesso livello, oltre alle sculture non-finite di Rodin, frutto di reminiscenze michelangiolesche, le installazioni di Smithson e di Gonzalez-Torres sono solo un accenno alla dialettica fra arte e entropia.
L’abbondanza di opere strabilia il visitatore, tuttavia se il tema del non-finito appare soddisfacente per quelle rinascimentali e barocche, risulta alquanto debole nella sezione dedicata al contemporaneo.

UNA CURATELA RIUSCITA?
Il dubbio rimane, alla fine del percorso espositivo, che quanto offerto sia una raccolta di capolavori d’arte, unici nel loro genere ed eccellenti per-se, senza tuttavia aver portato a compimento una sfida curatoriale che voleva, nella nuova sede su Madison Avenue, aprire il nuovo MET al moderno e al contemporaneo.

Eleonora Angela Maria Ignazzi

New York // fino al 4 settembre 2016
Unfinished: Thoughts Left Visible
a cura di Andrea Bayer, Kelly Baum e Nicholas Cullinan
THE MET BREUER
945 Madison Avenue
+1 (0)212 7311675
www.metmuseum.org

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Eleonora Angela Maria Ignazzi
Eleonora Angela Maria Ignazzi (Putignano, 1982). Pugliese di origine, si trasferisce a Firenze per proseguire gli studi in Storia dell’Arte, con una tesi specialistica in Storia dell’Architettura Medievale. Durante gli anni a Firenze viaggia fra Europa e Stati Uniti, dove vive per alcuni anni, frequentando corsi di approfondimento alla Georgetown University. Negli Stati Uniti inizia ad appassionarsi e ad approfondire lo studio dell’arte e dell’architettura moderna e in particolare di quella americana post ‘900. Nel frattempo collabora con gallerie di arte moderna e contemporanea in Italia e in Europa. Coordinatrice di progetti artistici e condirettrice di un programma di residenza per artisti in Salento; attualmente divide la sua vita fra Firenze e New York, sostando quando possibile nella sua amata terra d’origine.

1 COMMENT

  1. Il “non finito” è la caratteristica del genio. Come il “non luogo”, il “non nome”, ecc… L’astuto Ulisse crea un “non nome”, Nessuno, per ingannare Polifemo, e un “non luogo”, il cavallo di legno, per ingannare i troiani. Queste entità frutto di processi ricorsivi, inclusivi, speculari sono state usate anche da Gesù e Michelangelo. Quest’ultimo nella scultura diede origine al termine. L’Adorazione dei Magi di Leonardo da Vinci è un “non finito” e non un opera incompleta, perché l’autore si ritrasse sul bordo destro (per chi guarda), mentre si dirigeva a Milano. Si rappresentò mentre usciva dal quadro. Cfr. Ebook/Kindle. Leonardo e Michelangelo: vita e opere.

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