La grande arte a Milano tra le due guerre

Una bella mostra alla Fondazione Stelline ricostruisce il ruolo delle gallerie private milanesi nel periodo tra i due conflitti mondiali. Una stagione di grande attività, dal Futurismo a Corrente, passando per Novecento, astrazione, Chiarismo… E presenze dall’estero come Kandinsky.

Alberto Martini, Mètempsycose plastique, 1930 - Collezione privata - ©Matteo Zarbo
Alberto Martini, Mètempsycose plastique, 1930 - Collezione privata - ©Matteo Zarbo

MILANO E LA CULTURA
Nel discorso comune si tende sempre più a sottostimare il ruolo di Milano nell’ambito della cultura. Se tale opinione è solo parzialmente fondata per quanto riguarda il presente, risulta del tutto erronea per il passato: il Novecento meneghino è ricco di stagioni di ricerca artistica e culturale anche radicale, comunque mai slegata dalla società.
Mentre la Fondazione Marconi racconta un pezzo significativo degli Anni Sessanta, con lo splendido remake di una mostra del 1965 con Adami, Tadini, Del Pezzo e Schifano, la Fondazione Stelline si concentra sul periodo tra le due guerre. Il tema scelto è l’attività delle gallerie private, numerose, attive e sperimentali (gallerie ancora oggi rimaste celebri o attive come Il Milione, Gian Ferrari, Pesaro e Galleria Milano, ma anche Bardi, Barbaroux, Casa d’artisti, Geri…). Ma ciò che risulta è una vera e propria storia dell’arte italiana (e non solo) dei primi decenni del Novecento, a conferma della rappresentatività di ciò che accadeva nella piazza milanese in ambito artistico.

Alberto Martini, Mètempsycose plastique, 1930 - Collezione privata - ©Matteo Zarbo
Alberto Martini, Mètempsycose plastique, 1930 – Collezione privata – ©Matteo Zarbo

FUTURISMO E RITORNO ALL’ORDINE
All’ingresso della mostra, un manifesto elettorale del 1919 simboleggia i sommovimenti sociali e politici. Dopo un bel preludio con il ritratto di Cesare Sarfatti di Wildt, si entra poi nel merito: la mostra futurista organizzata da Marinetti nel 1919 alla Galleria Centrale d’arte è lo spunto per riunire opere di Cangiullo, Balla, Prampolini e altri, alcune esposte all’epoca in quella mostra.
Se il Futurismo rappresenta la versione eroica e vitalista (con sfumature di stampo progressista nella fase iniziale) dell’avanguardia, il Novecento italiano, protagonista della sezione successiva, è una versione italiana del Ritorno all’ordine oscura, sensuale, che finge di ripiegarsi in visioni ombelicali e invece mette l’uomo al centro di riflessioni di ampia portata filosofica (i rapporti col regime di Futurismo e Novecento sono un altro discorso). La Galleria Pesaro e la Galleria Milano sono quelle che maggiormente sostennero ed esposero Novecento; la sezione della mostra comprende opere di ottimo livello (molti i prestiti dal Mart) di Oppi, Bucci, Dudreville, Funi, Usellini, Casorati, Campigli, Sironi, con un passaggio affascinante nelle visioni oniriche e mortifere di Alberto Martini.
Si passa poi di nuovo per il Futurismo, con la sezione sull’Aeropittura – la Galleria Pesaro ospitò ben cinque mostre del movimento tra il 1920 e il 1933.

Renato Guttuso, Sedia, bucranio e tavolo verde, 1938 - Mart, Rovereto. Collezione VAF-Stiftung - ©Archivio Fotografico Mart
Renato Guttuso, Sedia, bucranio e tavolo verde, 1938 – Mart, Rovereto. Collezione VAF-Stiftung – ©Archivio Fotografico Mart

DALL’ASTRAZIONE A CORRENTE
Al piano inferiore l’atmosfera cambia radicalmente e si prova una sensazione di apertura, di maggior respiro. Perché l’allestimento è più ordinato, diviso in singole sale, ma soprattutto perché si giunge ai movimenti “di resistenza”, in senso estetico e politico. Prima la rigorosa ma vivace astrazione di artisti come Soldati, Rho, Radice, esposti e difesi all’epoca da Il Milione (e sempre al Milione si tenne la prima mostra italiana di Kandinsky, da cui la presenza di sue opere in mostra). Poi la bella sala sul Chiarismo, molto meno disimpegnato di quanto può apparire all’occhio odierno, esposto all’epoca dalle gallerie Bardi e Il Milione.
E infine il trionfo di contenuti radicali e forma innovativa di Corrente, protagonista nel 1939 prima al Museo della Permanente e poi alla Galleria Grande, in via Dante. Tra le opere, tutte di grande pregio, spiccano Sedia, bucrano e tavolo verde (1938) di Guttuso e il tragico Amanti al parco (1940) di Giuseppe Migneco.

Stefano Castelli 

Milano // fino al 22 maggio 2016
Gallerie milanesi tra le due guerre
a cura di Luigi Sansone
Catalogo Silvana Editoriale
FONDAZIONE STELLINE
Corso Magenta 61
02 45462411
[email protected]
www.stelline.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/51785/gallerie-milanesi-tra-le-due-guerre/

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.