La Camargue sognata da Doug Aitken (e Terry Riley)

Il nuovo progetto di Doug Aitken, “Altered Earth”, riporta prima di tutto all’annosa questione di quanto sia diventato importante per l’arte di oggi, e più in generale del Novecento, lo sguardo con il quale il fruitore si approccia all’opera. Succede alla Luma Foundation di Arles.

Doug Aitken - Altered Earth - Parc des Ateliers, Arles 2012

L’arte contemporanea richiede un saper guardare per poter vedere. La videoinstallazione fuori scala di Doug Aitken (Redondo Beach, 1968) è di facile approccio eppure rischia di essere letta come una bella “cartolina” o come un “documentario” se ci si ferma alla fruizione statica del film, così come avverrebbe in una sala cinematografica senza affrontare il corpo mastodontico del lavoro.
L’opera è nata cinque anni fa come progetto site specific per la Foundation Luma, la quale ad Arles sta progettando la trasformazione dell’area dismessa delle ferrovie (ribattezzato Parc des Ateliers) in una cittadella dell’arte progettata dall’archistar Frank O. Gehry, con il comprensibile non dichiarato auspicio di ripetere, a distanza di dieci anni, un nuovo effetto-Bilbao.
Il grande capannone che ospita i dodici maxischermi odora di ferro ossidato. In esso, come in seno a un grembo materno o dentro una “rovina” dell’era industriale, scorrono in sincrono le immagini con le quali il videoartista californiano ha ritratto il particolarissimo paesaggio della Camargue steso tra i due bracci del delta del Rodano.
Ma guardare il film non basta, sarebbe come esperire l’installazione per metà. I significati scorrono sugli schermi ma l’esperienza percettiva e cognitiva viene attivata dal semplice gesto di camminare dentro e attorno alla macchina visionaria messa in moto da Aitken. Occorre farlo per un’ora, ma al termine si capisce meglio il senso delle simmetrie con le quali sono disposti gli schermi, cogliendo così il senso di una geometria che ti sovrasta. Solo se ci si è immersi nello spazio le immagini iniziano a funzionare come suadenti visioni oniriche.

Terry Riley per Doug Aitken – Arles 2012

Il film è costruito per contrapposizioni sottili o per associazioni libere. La trama è appena accennata, occasionale. Alcune scene sono vagamente sinistre ed evocano le atmosfere di un Gregory Crewdson; altre sono solidali con una natura colta grazie a un gioco sapiente di campi lunghi e di dettagli, che rimanda all’amore espresso da Werner Herzog per una natura selvaggia, aliena, minacciosa. Le saline deserte o gli acquitrini popolati da cavalli e tori allo stato brado s’intrecciano con macchinari agricoli che funzionano solitari o con giochi di luci naturali che diventano astrazioni quanto più la macchina da presa vi si avvicina.
La struttura è circolare, la colonna sonora è scritta ad hoc da giovani compositori e ricorda a volte l’opera immensa di Godfrey Reggio e Philip Glass dedicata alle molte vite che popolano il nostro pianeta: la trilogia Qatsi.

Per l’inaugurazione Aitken lavora con Terry Riley per approdare a un concerto che il padre della musica minimalista americana suona dal vivo insieme al figlio chitarrista e al mago del violino elettronico Tracy Silverman. Il concerto avviene su quattro impercettibili palchi, preda dei maxischermi. La figura ascetica di Riley si staglia davanti alle immagini che sembrano sopraffarlo come onde di tsunami, mentre la sua musica avanza in circoli delicati. In un paio di set canta con voce roca e cavernosa. La barba bianca e lunga si muove al ritmo delle sue mani su un organetto di quelli che usano i mendicanti con la scimmietta. Tutto attorno l’elettronica è padrona ma la voce del grande vecchio scandisce canti in lingua indù, patria atavica delle tribù gitane che nei secoli si riverseranno in Europa. Giungendo fin qui, in Camargue, in una terra che Aitken attraversa, filma e poi rimonta dentro un hangar come un’architettura di immagini in movimento che somiglia a un poliedro vivente e che nel genere sci-fi potrebbe ben rappresentare una macchina di ricordi perduti.

Nicola Davide Angerame

Arles // fino al 2 dicembre 2012
Doug Aitken – Altered Earth
a cura di Hans Ulrich Obrist
PARC DES ATELIERS
33 avenue Victor Hugo
www.doug-aitken-arles.com/luma.html

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Nicola Davide Angerame
Nicola Davide Angerame è filosofo, giornalista, curatore d'arte, critico della contemporaneità e organizzatore culturale. Dopo la Laurea in Filosofia Teoretica all'Università di Torino, sotto la guida di Gianni Vattimo con una tesi sul pensiero di Jean-Luc Nancy, inizia la collaborazione con quotidiani e riviste scrivendo d'arte ma anche di cinema, architettura e cultura contemporanea. In vent'anni di attività ha fondato e diretto, su modello delle Kunsthalle tedesche, la Galleria Civica di Alassio e la Galleria Civica di Andora. Ha fondato e diretto l'associazione culturale "whitelabs. Culture in progress" con sede e spazio espositivo a Milano. Fino ad oggi ha progettato e curato decine di eventi culturali e più di cento mostre personali e collettive di artisti e fotografi, italiani e stranieri, collaborando con istituzioni private e pubbliche in Italia e all'estero. Ha tenuto conferenze sui temi dell'arte e della filosofia in istituzioni italiane e straniere ed ha curato progetti culturali e mostre a New York, Seoul, Bangkok, Parigi, Berlino e Londra. Dopo aver vissuto e lavorato tra Milano e New York, attualmente vive e lavora a Torino, dove insegna Storia dell'Arte Contemporanea presso il Collegio Universitario Luigi Einaudi e dove tiene seminari presso l'Università degli Studi di Torino (cattedra di Estetica). Suoi articoli sono apparsi su Robinson (La Repubblica), L'Unità, Il Manifesto, Art Presse (Paris), Il Mucchio Selvaggio, Exibart, Arte e Critica, Artribune, Segno, FC Fotografia e [è] Cultura.