Jeff Koons e l’esistenza di Dio

Volge al termine l’ennesima, importante personale organizzata dalla svizzera Fondazione Beyeler. Questa volta sotto i riflettori è finito Jeff Koons, il re del kitsch elevato ad arte. Dopo la cronaca e l’intervista, qui vi offriamo qualche spunto di riflessione.

Jeff Koons alla Fondation Beyeler nel 2012 con Titi - 2004-09 - © Jeff Koons - photo © Matthias Willi
Jeff Koons alla Fondation Beyeler nel 2012 con Titi - 2004-09 - © Jeff Koons - photo © Matthias Willi

Come tutti i veri misteri, anche Jeff Koons (York, Pennsylvania, 1955) è “evidente”. Prendiamo, ad esempio, Gesù: è l’uomo più famoso del mondo, anche dopo duemila anni. Però è anche il più fitto dei misteri. La fede cristiana si fonda sulla sua inconcepibile (dal punto di vista razionale) natura divina. Oppure Marylin Monroe: una morte misteriosa quanto evidente, come la sua bellezza o come l’incomprensibile (o inaccettabile) sua infelicità. Jeff Koons funziona allo stesso modo: raggiunge una celebrità planetaria trasformando (in modo “miracoloso”) la categoria del kitsch fino a farla combaciare con il sublime; trasformando pupazzi, palloncini e cuoricini in oggetti monumentali portatori di un’aura nuova (posticcia, direbbero alcuni) capace di oltrepassare la morte imposta dalla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte.
Lo mostra bene questa nuova imponente personale con cui la Fondazione Beyeler (dopo un 2011 all’insegna di Jean-Michel Basquiat) conferma il suo ruolo di epicentro dell’arte mainstream, capace di ammaliare il navigato popolo dell’arte che giunge per Art Basel.
La mostra si può leggere a partire da una sentenza dell’artista: “Io cerco di rendere visibile la perfezione”. In effetti, come evitarla questa perfezione una volta che si è di fronte ai datati e impossibilmente intonsi aspirapolvere Hoover? Degne rappresentazioni di un Santo Graal consumistico del boom economico, gli Hoover sono emblema della vittoria tecnologica, sul Male (lo sporco) e sul manufatto: il suo design funzionale rappresenta (e per Koons “impersona”) la perfezione estetica.

Il bene di consumo non deve essere consumato. Koons lo innalza a oggetto di culto, più di quanto faccia Warhol, il quale si ferma alla serigrafica rappresentazione dell’oggetto di consumo popolare, ma in fondo di piccolo cabotaggio, come la Campbell’s Soup o il Brillo box. Koons cerca invece la “macchina” e la protegge sotto una teca luminosa ponendola in sala mostre, come fa Duchamp, il quale tenta ancora un’alleanza tra oggetto, senso e forma che per Koons diventa ininfluente. L’americano vuole altro: tra gli scaffali dei negozi indaga il senso del bello (e del sacro) di un’intera civiltà. Il fascino dell’aspirapolvere consiste tanto nella sua capacità pulente (in quella sua missione di annientamento dello sporco, del detrito, del brutto che rispecchia bene il puritanesimo di fondo della società americana) quanto in quella sua plasticità inconscia dove maschile e femminile trovano una sintesi, tra il tubo che si protende e il tubo che aspira. È lo stesso Koons ad alludervi.
Il tempo passa e la sua arte procede oltre l’oggetto, trovando un mondo intero nell’immaginario infantile popolato da nuove divinità. Non più Pinocchio o i fratelli Grimm ma l’eroe di Toy Story, il primo film di animazione digitale che segna Koons attraverso la vicenda dolorosa dell’affidamento del figlio Ludwig avuto con Ilona Staller (di cui non mancano i celebri busti e marmi della serie Made in Heaven, attraverso cui Koons mette in scena un altro capitolo del suo mistero evidente). Enormi dipinti ritraggono giocattoli e pupazzetti: è il Paradiso secondo Koons, o forse il Parnaso. Le gioie del colore, qui plasticoso e lucente, offrono la giusta sbornia percettiva, capace di mandare in un’estasi artificiale il fruitore. Tutto è talmente inautentico da diventare vero, o almeno un suo degno sostituto. È il meccanismo del cartone animato, quello che affascina Koons: la perfezione non esiste, neppure nelle favole (Pinocchio insegna, quello di Spielberg su tutti) ma nel mondo dei giocattoli trova corpo una nostalgia della perfezione che Koons decide di sfruttare costruendo tele grandi come pale d’altare. Le espressioni dei pupazzetti che popolano questo mondo sono buffe, un poco ottuse, pietrificate in una serenità ostinata che alla fine conquista i cuori più cinici.

Jeff Koons alla Fondazione Beyeler, Basilea 2012Jeff Koons, Fondazione Beyeler, Basilea

Da qui, Koons passa all’idea del palloncino che decide di imitare con l’acciaio cromato, dimostrazione di un perfezionismo tecnico e di un dominio tecnologico assoluto (certe pieghe del metallo, come un tempo i panneggi bagnati di Fidia o quelli di un Veronese o di un Tiziano, potrebbero dimostrare l’esistenza di Dio). Koons trasforma così il kitsch in cosa seria, in un monumento romantico che ci ricorda che la perfezione (per quanto Koons possa inseguirla) non è di questo mondo, non ci appartiene: ma il suo desiderio, misteriosamente, sì. Per questo tendiamo a colmare di perfezione quei buchi esistenziali, quelle maschere “vuote” che sono i nostri miti: da Marylin a Gesù (con rispetto parlando). E la loro perfezione ci stimola a essere migliori: nella vita (Gesù) come nell’arte (Marylin, attraverso Warhol e viceversa).
Chiudono, idealmente per chi scrive, la mostra Tulips (1995-2004), un mazzo gigantesco di tulipani-palloncini-metallici-cromati e il suo avatar pittorico, una riproduzione ultra-realista che crea una mise en abîme tra scultura e pittura, portandoci in una dimensione nuova dove luce e colore imperano sulla forma (si sente la scuola del fotorealismo americano). La cosa rappresentata è soltanto un pretesto per mettere in scena la vera bellezza, astratta, della luce rifratta dal metallo cromato, o quel colore che imita così male la realtà da essere più vero di mille Rothko. Non siamo sicuri che il futuro sia di Koons, e certamente Rothko è per noi ben più autentico (visto anche le biografie!), ma non è detto che quel che vale oggi possa valere anche molto più in là. Fra un millennio Koons potrebbe essere considerato il padre di un nuovo classicismo, forse più di Warhol o Picasso. Molto dipenderà da quali pieghe prenderà la nostra civiltà e i valori da essa conservati.

Nicola Davide Angerame

Riehen // fino al 2 settembre 2012
Jeff Koons
a cura di Samuel Keller e Theodora Vischer
FONDATION BEYELER
Baselstrasse 101
+41 (0)61 6459700
[email protected]
www.beyeler.com

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Nicola Davide Angerame
Nicola Davide Angerame è filosofo, giornalista, curatore d'arte, critico della contemporaneità e organizzatore culturale. Dopo la Laurea in Filosofia Teoretica all'Università di Torino, sotto la guida di Gianni Vattimo con una tesi sul pensiero di Jean-Luc Nancy, inizia la collaborazione con quotidiani e riviste scrivendo d'arte ma anche di cinema, architettura e cultura contemporanea. In vent'anni di attività ha fondato e diretto, su modello delle Kunsthalle tedesche, la Galleria Civica di Alassio e la Galleria Civica di Andora. Ha fondato e diretto l'associazione culturale "whitelabs. Culture in progress" con sede e spazio espositivo a Milano. Fino ad oggi ha progettato e curato decine di eventi culturali e più di cento mostre personali e collettive di artisti e fotografi, italiani e stranieri, collaborando con istituzioni private e pubbliche in Italia e all'estero. Ha tenuto conferenze sui temi dell'arte e della filosofia in istituzioni italiane e straniere ed ha curato progetti culturali e mostre a New York, Seoul, Bangkok, Parigi, Berlino e Londra. Dopo aver vissuto e lavorato tra Milano e New York, attualmente vive e lavora a Torino, dove insegna Storia dell'Arte Contemporanea presso il Collegio Universitario Luigi Einaudi e dove tiene seminari presso l'Università degli Studi di Torino (cattedra di Estetica). Suoi articoli sono apparsi su Robinson (La Repubblica), L'Unità, Il Manifesto, Art Presse (Paris), Il Mucchio Selvaggio, Exibart, Arte e Critica, Artribune, Segno, FC Fotografia e [è] Cultura.