Biennale di Berlino: promesse non mantenute

Non basta essere tedeschi per saper fare arte sociale: pace all’anima di Beuys, la Biennale di Berlino sembra la Fiera di Senigallia. Reportage puntuto dal nostro inviato in Germania, con decine di foto.

7. Biennale di Berlino

Berlino non è Kassel. Ma soprattutto Lukasz Surowiec non è, con tutto il rispetto per entrambi, Joseph Beuys. Perciò quando il nostro piazza nel cortile del KW Institute for Contemporary Art le pianticelle estirpate da Birkenau, in una implicita versione politicizzata delle 7000 querce, la sensazione è che la settima edizione della Biennale di Berlino abbia il fiato corto. O meglio: pesante. Grave di un lavoro concettuale di sicuro spessore, costruito dal pool curatoriale composto da Artur Żmijewski, Joanna Warsza e dai russi di Voina attorno alla speculazione sulla presenza attiva dell’artista nella società; sul suo essere dente avvelenato capace di grippare gli ingranaggi di un sistema ovviamente incancrenito.
Un’arte che si concentra sulla sua dimensione politica, dunque: un tema di per sé accettabile e più o meno condivisibile; ma oltre il riconoscimento per la serietà teutonica con cui è stato concepito l’evento, resta il disorientamento per l’assenza più ingiustificata e imperdonabile. Quella dell’opera. Perché workshop, dibattiti e chiacchierate varie possono sì valere come azioni artistiche, ma se non puoi contare su uno sciamano (eccolo che ritorna, Beuys), è difficile che i semi, benché piantati con entusiasmo, diano i frutti sperati.

7. Biennale di Berlino

Di parole tante, dentro e fuori la Biennale di Berlino. Di opere poche: e per lo più, tolti i video di Joanna Rajkowska, piuttosto spente. Un po’ Fluxus un po’ no il catalogo dei 5.000 artisti internazionali che formano un inedito planisfero, con pangea modellata nelle forme delle loro inclinazioni politiche; già visto in laguna il lavoro di Yael Bartana sul Jewish Renaissance Movement in Poland: sulla pelle e nelle ossa resta poco uscendo dai saturi e caotici spazi della Biennale. Giudizio necessariamente sospeso nella speranza che gli eventi in programma da qui alla chiusura, fissata per il 1° luglio, sappiano accendere la luce: fino ad allora, resta il grande punto interrogativo di un’operazione che sembra schiacciata da troppo solidi e molesti presupposti concettuali.
Lo smarrimento generale si trasforma in noia pura all’interno dello spazio “occupato“: l’idea di una piattaforma libera dove condividere arte dal basso si risolve in una forse prevedibile confusione anarcoide; una delusione per chi ha seguito il progetto non dissimile condotto per Manifesta 7 dal Piratbyrån, con il magical mistery bus che aveva unito lungo il filo di un’arte condivisa e davvero accessibile la Svezia al Trentino. L’accampamento berlinese si risolve invece in una variopinta e stanca baraccopoli, una specie di Fiera di Senigallia che offre molto poco all’emozione e ancora meno alla provocazione.

7. Biennale di Berlino

Beffarda l’uscita della cancelliera Merkel, che minaccia il boicottaggio dei prossimi Europei di calcio se l’Ucraina non garantirà la libertà alla leader dell’opposizione Timoshenko: in Biennale si promuove la revoca dei mondiali di hockey 2014 alla Bielorussia, per analoghe questioni di disinvolta gestione dei diritti politici. E se una comunità di artisti non sa spingersi oltre le intuizioni di una monolitica conservatrice i casi sono due: o siamo di fronte al caso di una singolare e felice convergenza, oppure la verve dei primi è piuttosto appannata. Il tutto a un mese esatto dalla chiusura del Tachelen, lo storico centro sociale che dall’unificazione in poi è stato casa di artisti e cucina di controcultura: e che dista, ironia della sorte, non più di cento metri dalla sede del KW.
Le premesse erano ottime, considerato l’humus offerto dalla città e la scelta, scaltra, di puntare su un gruppo curatoriale polacco: sulla vitalità della repubblica baltica in campo artistico si è detto e scritto talmente tanto che ormai la dogana è alle spalle, e si può parlare di una consolidata realtà di respiro internazionale. Tanta roba, forse troppa. Al punto che ci si sente come il Barcellona dopo la semifinale di Champions: non sempre basta essere i più forti per vincere.

Francesco Sala

www.berlinbiennale.de

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.