Il Festival della ripetizione. E della finzione

Finzione e realtà si incontrano (e scontrano) nell’opera del tedesco Clemens von Wedemeyer, protagonista di una serie di proiezioni alla Galleria Civica di Trento. Richiami a luoghi e persone reali si fondono con la pura costruzione filmica. Anch’essa svelata. Fino al 28 agosto.

Clemens von Wedemeyer - Otjesd - 2005

Cambio di scena alla Civica di Trento per Clemens von Wedemeyer (Göttingen, 1974), artista tedesco che da anni si muove in bilico fra arte e cinema. Appropriandosi degli espedienti propri del documentario, li trasforma in strumenti per smascherare la messinscena insita nel processo filmico. La macchina da presa va oltre la pura registrazione del reale, generando nello stesso momento costruzioni: la messinscena di un’alterità che parte dal mondo per tornare a esso nel punto in cui incontra l’arte.
Il trait d’union fra i due allestimenti che si sono alternati finora alla Fondazione diventa una riflessione sulla finzione che collide con la logica del documentario. Il gap è riempito dallo spettatore, che ha bisogno della finzione come dell’effetto reale per soddisfare la propria curiosità. Molte volte è proprio il loop utilizzato dall’artista a contraddire la veridicità.
Già con il primo allestimento, dedicato alla comunità dei Tasaday nella foresta pluviale di Mindanao, il documentario si rivelava nel suo aspetto di finzione (il caso fu una vera e propria orchestrazione mediatica). Nella seconda proiezione, il processo costruttivo è svelato dalla scelta di presentare Otjesd assieme a The Making of Otjesd, ossia la documentazione delle fasi che hanno dato origine al film. Presentare il documentario come simulazione di realtà, indispensabile per affrontare il mondo con occhi diversi e più consapevoli.

Clemens von Wedemeyer - The Fourth Wall 'Found Footage' - 2008-09

Al centro dell’interesse sono i flussi migratori tra Russia e Germania, aumentati dal crollo del Muro di Berlino in poi.  In Moscow 2004, prima parte di The Making of Otjesd, a essere ripreso è il Consolato tedesco a Mosca, con una folla di persone che aspettano di ottenere i visti per la Germania. L’immagine del cancello, della folla e degli uomini-sandwich – rappresentazione di nuove economie tra legalità e illegalità -, i desk in cui si compilano carte e documentazioni sono elementi presi dalla realtà su cui il film “costruisce”. In Berlin 2004 si allestisce il set cinematografico. L’ambientazione è straniante e fittizia: il consolato non è un edificio, ma un bosco alla periferia berlinese disseminato di container. Una voce narrante descrive come la folla deve apparire. Volti di persone stanche, esauste nel passare da un ufficio container a un altro.
Otjesd
, proiettato sull’altro lato in concomitanza, significa partenza, viaggio senza ritorno. Eppure si chiude in un circolo senza sbocchi, nonostante la linearità suggerita dal movimento della telecamera che asseconda la fila di persone e lo scorrere del tempo. Un uso della macchina da presa che riconduce von Wedemeyer al cinema di Andrei Tarkovsky, non a caso uno dei registi che si è sempre interrogato sulla domanda “What is Art”.
Il loop diviene metafora della mancanza di una direzione. Una stanchezza fine a se stessa, l’immagine vera dei flussi migratori. Mentre la fila si mostra un vagare a vuoto. Il bosco non ha né punti di partenza né di arrivo. Otjesd è un non ritorno e una mancata partenza: un viaggio per restare fermi.

Antonella Palladino

Trento // fino al 28 agosto 2011
Clemens von Wedemeyer
www.fondazionegalleriacivica.tn.it

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Antonella Palladino
Ha studiato Storia dell’arte presso le Università di Napoli e Colonia, laureandosi in Conservazione dei Beni Culturali con una tesi dal titolo “Identità e alterità dalla Body Art al Post-Human”. Ha proseguito la propria formazione alla Fondazione Morra e poi al Mart di Rovereto. Ha collaborato come assistente con la Galleria Umberto di Marino e con Filippo Tattoni -Marcozzi, ex direttore della Goss- Michael Foundation. Nel 2009 si è trasferita in Trentino–Alto Adige dove ha iniziato l’attività di critico scrivendo per Artribune, Juliet Art Magazine, Exibart, Kulturelemente, Salto.bz. Ha curato la mostra Noisy di Gianluca Capozzi, Lichtkammer di Harry Thaler, Walking in Beuys Woods di Hannes Egger e i relativi eventi collaterali. È critico d’arte e docente di Storia dell’arte titolare nella provincia di Pavia.