Dalla videoarte immersiva al sangue mestruale: chi è l’artista Pipilotti Rist

Influenzando la cultura visiva e quella musicale, l’artista svizzera ha avvicinato il grande pubblico a una visione intima e provocatoria incentrata sulla femminilità

Pippilotti_Frame da Ever is Over All

Per alcuni è un’artista femminista, per altri è mainstream e dà un’accezione troppo sessuale ai corpi femminili, in molti concordano che sia l’artista che ha permesso alla videoarte di diventare davvero popolare. Stiamo parlando di Pipilotti Rist, artista svizzera classe 1962 attiva dagli anni Ottanta, riconosciuta come una pioniera del genere video e dell’installazione sperimentale, con una particolare attenzione per il corpo femminile e il piacere. I suoi lavori, tra l’intimo e il surreale, hanno spesso generato delle polemiche: alcuni ricorderanno la Biennale di Venezia del 2005, in cui il suo video Homo Sapiens Sapiens installato nella chiesa di San Stae mostrava un mondo paradisiaco pieno di nudità e immagini sessualmente esplicite. Tra pesche mature spremute fino a scoppiare e coppie sdraiate sotto cieli stellati, il parroco della chiesa aveva fatto chiudere la mostra in anticipo sulla scia di una petizione arrivata fino al Papa. E ancora prima, nel 1992, Rist aveva tentato di realizzare un porno femminista con Pickelporno, in cui una minuscola telecamera attraversa le superfici di due corpi. “La mia teoria era che le donne potrebbero essere più interessate a sapere cosa prova e pensa l’altro che a vedere l’azione come una terza persona dall’esterno. Quando guardi il sesso dall’esterno, è sempre molto meno interessante di quando ne sei coinvolto. Quindi volevo fare un film porno dall’interno“, aveva dichiarato nel 2016.

LA PRIMA OPERA DI PIPILOTTI RIST

L’artista zurighese – il cui corpus di opere è appena stato esposto al Museum of Contemporary Art di Los Angeles – ha avuto molto successo sin dal suo primissimo video, realizzato al primo anno di liceo artistico: I’m Not the Girl Who Misses Much (1986) era un lavoro di sette minuti, glitchato e lavato in rosa e blu. Ancora non sapeva che sarebbe diventato un cult della videoarte femminista. Il video mostra Rist parzialmente nuda che balla e canta ossessivamente in loop la frase del titolo, tratta dalla canzone dei Beatles Happiness Is a Warm Gun. Rist mostrò quel lavoro ad alcuni musei e firmò subito con Luhring Augustine, un grosso affare per una videoartista allora sconosciuta. È stato il primo di molti successi, diversi dei quali incentrati sul proprio corpo secondo la tradizione femminista introdotta da Frederike Pezold, Joan Jonas, Dara Birnbaum e Ulrike Rosenbach che vede l’artista sia autrice sia musa: in Mutaflor (1996) sembra ingoiare una minuscola telecamera e poi espellerla – un trucco che ottiene tagliando al nero tra i primi piani dei suoi orifizi.

L’INFLUENZA DI PIPILOTTI RIST SUI VIDEO MUSICALI

La popolarità di Rist – oggi rappresentata dalla potentissima galleria Hauser & Wirth – ha continuato a crescere costantemente, e la sua influenza ha finito per contaminare non solo l’arte, ma anche la musica. Il video Hold Up di Beyoncé (2016) mostra la cantante in un vestito giallo mentre saltella su un marciapiede rompendo i finestrini delle auto con una mazza da baseball. Critici e fan lo riconobbero immediatamente come un omaggio al video Ever Is Over All (1997) di Rist – che quell’anno aveva una personale al New Museum di New York e aveva visto il suo video Open My Glade (Flatten) proiettato sui jumbotron di Times Square – in cui l’artista danneggiava le auto parcheggiate con un grande fiore finto sotto lo sguardo soddisfatto di un poliziotto. Alcuni critici sostenevano che lo stesso lavoro di Rist fosse influenzato dai video musicali di MTV, anche perché era parte della band pop svizzera Les Reines Prochaines, ma l’artista nega di aver visto il canale negli anni ’80. La musica, quella certo, era sempre stata importante nel suo lavoro: la sua prima proiezione immersiva Sip My Ocean, girata in gran parte sott’acqua e mostrata a caleidoscopio su due pareti in un angolo, avvolge visivamente gli spettatori e li culla con colonne sonore ipnotiche.

LE PROIEZIONI IMMERSIVE E IL SANGUE MESTRUALE

È proprio per la videoarte immersiva che Rist è diventata estremamente popolare. Quando ha proiettato Pour Your Body Out nel grande atrio del secondo piano del MoMA di New York, il critico Jerry Saltz ha osservato che durante lo spettacolo “le madri si sono date appuntamento nell’atrio, lasciando che i bambini corressero in giro mentre si riuniscono sul grande divano rotondo. I visitatori portano i computer e lavorano qui, o ascoltano iPod, o chattano, sonnecchiano o leggono”. Tutto questo, davanti al video di una donna che raccoglieva il suo sangue mestruale in un calice d’argento. Il tema le è molto caro: già in Blutclip (1993), aveva mostrato del sangue mestruale color fucsia che gocciolava delicatamente lungo il suo corpo sotto una vivace colonna sonora. Al MoMA il lavoro dell’artista era però stato accusato di rendere gli spettatori passivi, una critica che sarebbe diventata frequente: in occasione di Pour Your Body Out l’attrice Alexandra Auder aveva persino iniziato a tenere lezioni di yoga dentro l’installazione per evitare che gli spettatori si perdessero nella sottomissione. Queste critiche derivano anche dal fatto che molte delle sue installazioni coinvolgono dei letti – come Tu mich nicht nochmals verlassen (Do Not Abandon Me Again) e 4th Floor to Mildness from the Mildness Family – elemento che altri leggono in chiave più erotica.

LE OPERE PUBBLICHE E LE SPERIMENTAZIONI

A differenza della sua prima produzione, i lavori recenti di Rist coinvolgono spesso un cast di attrici e una troupe, sono meno glitch e più estetici, come il lungometraggio Pepperminta (2009): questo, girato interamente dal basso come se fosse ripreso da un bambino, racconta la storia di una giovane ragazza che offre una sorta di guarigione alchemica in forma di colore. Negli ultimi anni l’artista ha poi creato opere d’arte pubbliche permanenti all’aperto: lavorando con l’architetto Carlos Martinez, ha trasformato una piazza nella città svizzera di San Gallo in un salotto con panchine e fontane che emergono da una strada rosso papavero, mentre Das Loft, un bar di Vienna, vanta uno schermo a soffitto che mostra uno dei suoi video. Rist, che ha rallentato con la mole di lavoro dopo aver contratto l’epatite C, continua a prefiggersi di superare limiti di ogni tipo: quelli dello schermo rettangolare, i dogmi moralizzanti contro il corpo umano e le sue funzioni, e persino il pregiudizio anti-femminile contro i colori brillanti – non c’è concetto che non sia disposta a smantellare.

Giulia Giaume

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Giulia Giaume
Amante della cultura in ogni sua forma, è divoratrice di libri, spettacoli, mostre e balletti. Laureata in Lettere Moderne, con una tesi sul Furioso, e in Scienze Storiche, indirizzo di Storia Contemporanea, ha frequentato l'VIII edizione del master di giornalismo Walter Tobagi. Collabora con diverse riviste su temi culturali, diritti civili e tutto ciò che è manifestazione della cultura umana, semplicemente perché non può farne a meno.