Feticci indigeni, feticismo della carne, delle merci. Tra sovversione artistica e stereotipi digitali, un’analisi dei ruoli e delle caratteristiche delle bambole nel corso dei secoli.

Leggere le bambole attraverso i secoli vuol dire leggere i mutamenti dei desideri, della società e dei dispositivi, tanto quelli di potere quanto quelli che tentano di decostruirlo e sovvertirlo.

IL FETICCIO DAL COLONIALISMO ALLA PSICOANALISI

In origine, la parola feticcio venne utilizzata nel XVI dai portoghesi (feitiço) in tono dispregiativo nei confronti dei culti presenti nei popoli colonizzati. Feitiço deriva dal latino facticius e indica qualcosa di costruito, di artificiale e di falso. Nell’utilizzo portoghese, il feticcio rappresentava la venerazione di oggetti legati a un culto infondato e oscuro, appartenente a una concezione grezza di religione. Il termine fu integrato nell’ideologia colonialista per evidenziare quanto l’animismo africano rappresentasse qualcosa di inferiore rispetto alla religione occidentale, aggiungendosi alle tassonomie discorsive utili al dominio coloniale. Dal feticcio, il feticismo indicava, allo stesso modo, una forma religiosa primitiva come quella sopra descritta.
La matrice dispregiativa del termine contaminerà anche la ricerca psicoanalitica: Freud, infatti, traslerà il concetto a livello sessuale indicando il desiderio verso un oggetto inusuale, secondo i canoni per cui gli organi genitali sono la normativa centrale del desiderio fisico. Il feticcio, dunque, consiste nella sostituzione di un particolare al tutto, nel tentativo di elevare il frammento a interezza ignorando il resto. Il feticismo è un insensato, bizzarro e parafiliaco spasmo perenne di adorazione verso qualcosa.

LE BAMBOLE NEL ‘900

L’eredità formale, l’effetto perturbante, la proiezione dei desideri, l’adorazione: le bambole discendono dai feticci, proiettano i desideri degli adulti, instillano modelli da seguire. Nell’arte le bambole possono decostruire stereotipi, nella pubblicità possono rafforzarli. Il potere delle bambole si attiva sempre in relazione allo sguardo umano, ne è un esempio il film Die Puppe (1919) di E. Lubitsch.
Nell’eye-contact bambola-umano, quest’ ultimo riconosce una somiglianza e, nello scarto tra il simile e l’uguale, trova l’altalenante inquietudine simile alla valle perturbante. Il potere della bambola, in ogni caso, è insito nella pedagogia e nel discorso alla base della sua costruzione. Pensiamo alla bambola di Kokoschka, ma soprattutto ad Hans Bellmer che, in Anatomia dell’immagine (1957), applica un vero studio posto tra il desiderio e il visuale attraverso il quale disarticola, moltiplica e riarticola le parti del corpo. Le bambole di Bellmer sono la condensazione stratificata di un pensiero ossessivo, del desiderio pensato e percepito. Questo scavare a fondo nel desiderio pensato, specchiandolo nella rappresentazione visuale e fisica della bambola, iscrive Bellmer in un registro di revisione dei concetti di identità, sessuale e umana in quanto tale.
Due anni dopo l’uscita di Anatomia dell’immagine, nel 1959 viene prodotta la prima Barbie: le bambole saranno faccenda del feticismo delle merci, del mainstream, del conformismo e degli stereotipi. Da qui in poi l’arte ha riflettuto attraverso le bambole su tematiche femministe e di genere, come Sarah Lucas, che gioca da sempre sugli stereotipi e i costrutti sessuali e gender.

Sarah Lucas, MRS NICUBATOR, 2019. © Sarah Lucas. Courtesy the artist, Gladstone Gallery, New York and Brussels, and Sadie Cole
Sarah Lucas, MRS NICUBATOR, 2019. © Sarah Lucas. Courtesy the artist, Gladstone Gallery, New York and Brussels, and Sadie Cole

LE BAMBOLE DEL NUOVO MILLENNIO

Negli ultimi vent’anni, le bambole hanno avuto uno sviluppo esponenziale parallelo a quello tecnologico. Real Dolls, il sito leader nella vendita di bambole realistiche da “compagnia”, ti permette di assemblare la tua bambola come meglio credi. Puoi scegliere i capelli, le prestazioni tecnologiche, la forma di ogni singola parte del corpo, tutto è customizzabile. Si tratta di robot che utilizzano parti animatroniche e sistemi di intelligenza artificiale, i cui prezzi variano ‒ in base alla complessità ‒ dai 5mila ai 30mila dollari.
Le Real Dolls hanno sistemi di riscaldamento della pelle, possono parlare, godere, dare e ricevere orgasmi. Il problema etico affonda in una dualità perversa: l’acquirente “può fare loro di tutto” perché tanto non si tratta di un vero essere umano ma, allo stesso tempo, il loro successo è dovuto proprio al fatto di esserne così simili. Analogamente al fenomeno fisico delle Real Dolls, Virt-a-Mate è un software in grado di creare avatar in 3D customizzabili, da fruire con un casco per la Realtà Virtuale.
L’esperienza del sintetico si avvicina pericolosamente a divenire meglio della realtà: si pensi a quelle sensazioni della carne troppo vicina, quel sentimento di disgusto organico che punge improvvisamente ognuno di noi e che viene ben espresso da Bataille in Madame Edwarda, condensabile nel suo paragone di un genitale a una “piovra ripugnante”. L’evoluzione tecnologica potrebbe essere l’antidoto a tutte le forme di esperienza del negativo e delle antinomie ontologiche del sesso.
Inoltre, il rapporto empatico con le macchine ci induce a interrogarci sul fatto che la nostra esperienza con le persone reali sia altrettanto falsa e che ogni nostra emozione e desiderio non siano altro che il frutto complesso di processi chimici non dissimili da un insieme di codici e cavi elettrici. In breve, siamo sempre stati artificiali, viviamo già quotidianamente in una forma di VR data dal connubio di ideologie, immaginario e simbolico. La nostra realtà non è semplicemente falsa, ma è reale e incide tanto quanto le bambole incidono su di noi. Queste giocano assecondando emozioni, sentimenti e desideri, allo stesso modo gli esseri umani adorano essere viziati secondo i loro capricci.
In Play with me: Dolls Women and Art, Grace Banks asserisce che: “Una bambola è l’oggettivazione definitiva del corpo di una donna […] È un archetipo di donna prodotto in serie“. Per questo diverse artiste hanno utilizzato le bambole per fare arte su temi femministi: Martin Gutierrez riflette sull’utilizzo delle bambole, Jamie Diamond sull’empatia con gli esseri artificiali, Mai-Thu Perret crea bambole cyborg ispirandosi ai gruppi militari curdi al femminile, Laurie Simmons si chiede come fa una donna a diventare un personaggio utilizzando le bambole come strumento di analisi.

La poupèe, Hans Bellmer, 1935. Gift of Mr. Herbert Lust 1987, International Centre of Photography
La poupèe, Hans Bellmer, 1935. Gift of Mr. Herbert Lust 1987, International Centre of Photography

BAMBOLE VIRTUALI COME INFLUENCER: BREVI PROSPETTIVE FUTURE

Come abbiamo già visto, le bambole possono essere anche modelli stereotipati da seguire. Su questa scia si affermano gli influencer virtuali. Nei rispettivi profili social, gestiti da aziende talvolta finanziate da Amazon, con team di creativi, pubblicitari, 3D artist e storyteller, ci sono personaggi virtuali utilizzati come influencer e testimonial di aziende e case di moda come Luis Vuitton o Gucci. Tra i molti profili, uno dei più famosi è quello di Lil Miquela, che si avvale essenzialmente di una narrazione coinvolgente e piena di colpi di scena. Gli influencer virtuali non cercano di confondere il pubblico dichiarandosi umani, piuttosto si dichiarano fake e mettono in pratica narrazioni più che umane. Non cercano di confondersi in una massa indistinta di corpi in carne e ossa, ma adattano il profilo social come un teatro che mette in scena una soggettività umana.
Christopher Travers, fondatore di VirtualHumans.org, il sito che raccoglie tutti i profili degli influencer virtuali, ci dice che gli umanoidi virtuali saranno il futuro della pubblicità e che “non rendono i social media falsi: le piattaforme di social media basate sulla celebrazione di ideologie immaginarie della vita sono cresciute per creare un ambiente ora maturo per consentire ai personaggi di fantasia di intervenire e avere successo“. Tale affermazione diviene pericolosa se pensiamo alla manipolazione del consenso, al controllo politico e del mercato e, soprattutto, allarmanti sono i commenti presenti nei profili degli influencer, ai quali ci si rivolge come se fossero persone reali. Un sentore, dato dalla crescita del settore gaming, dall’utilizzo del 3D nelle nuove tecnologie e dalla recente esplosione della Crypto Art, è che la digital art sia sempre più vicina a una catena di montaggio votata alla tecnica e al consumo.
L’egemonia economica e culturale del potere sulla tecnologia porta al crollo delle illusioni cyborg di chi pensa ottimisticamente che è possibile una liberazione del corpo, dei generi e della sessualità attraverso di essa. La massa degli utenti segue e adora le bambole conformiste. Il desiderio, grezzo e profondo, buca sempre la membrana della realtà, frugando anche nell’artificiale. Mentre il potere controlla gestione e produzione, i critici, gli scettici e i sovversivi guardano i giganti dal binocolo bisbigliando tra loro, sulla sponda opposta di un’isola sovrappopolata.

Christian Nirvana Damato

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Christian Nirvana Damato
Christian Nirvana Damato (Foggia, 1994) è un Visual Artist la cui ricerca si focalizza sul rapporto uomo/tecnologia/media. Le implicazioni di questo rapporto si mescolano a livello teorico in maniera interdisciplinare: i suoi interessi spaziano tra neurobiologia, neuroestetica, visual and media studies, filosofia, culture digitali e nuove tecnologie. Attualmente studia al corso specialistico di Arti Visive e Studi Curatoriali alla Naba di Milano.