Art Layers è una mostra di filtri Instagram d’artista curata da Valentina Tanni per il decennale di Artribune. Il progetto include le opere di dieci artisti italiani, visibili sul nostro profilo ogni due settimane. Il terzo filtro, online da oggi, è quello di Valerio Veneruso, che abbiamo intervistato.

Cominciamo dal filtro che hai realizzato, “How to disappeAR”. Come funziona e da dove nasce l’idea?
Una delle costanti della mia ricerca consiste nell’utilizzo delle nuove tecnologie col fine di evidenziarne malfunzionamenti, criticità e punti deboli. Mi piace molto creare delle situazioni ambigue e paradossali in grado di destabilizzare il fruitore per portarlo a interrogarsi sul valore effettivo della sua presenza all’interno del tempo che sta vivendo. In quest’ottica, How to disappeAR è stato concepito proprio per sovvertire l’uso canonico di un dispositivo tecnologico – in questo caso lo smartphone – dando a chiunque la possibilità di cancellare sé stesso dalle ritualità quotidiane dei social. È un filtro che, alla costante sovrapproduzione di immagini, risponde offrendo vuoto e silenzio visivo “costruendo” così uno spazio digitale nel quale potersi rifugiare quando si ha voglia di mostrare null’altro che la propria assenza.

Valerio Veneruso, How to disappeAR
Valerio Veneruso, How to disappeAR

Insomma, il filtro ideale per tutti quelli che non amano farsi vedere in faccia. C’è un messaggio anche politico dietro questa idea di nascondersi invece di mostrarsi?
Si, How to disappeAR è essenzialmente un progetto politico che ci parla di molte cose, come della volontà di non appartenere a gruppi e categorie specifiche, di autocensura o della salvaguardia dei propri dati: un filtro che rivendica l’importanza del diritto all’oblio ponendo anche degli interrogativi urgenti su tutte le tracce che quotidianamente, in maniera consapevole o meno, ci lasciamo dietro di noi (sia attraverso l’uso di Internet che in una dimensione specificamente IRL). Il titolo del lavoro fa esplicito riferimento tanto a una canzone dei Radiohead (How to disappear completely) che alle imponderabili potenzialità della Realtà Aumentata.

Hai realizzato altri filtri in passato? In generale, cosa ne pensi del mondo dei filtri Instagram?
Sì, tempo fa ho avuto modo di giocare un po’ con l’applicazione SparkAR producendo qualche filtro che però poi non ho pubblicato. Ad essere sincero però, non sono un grande fan dei filtri Instagram, o meglio, non dell’impiego che solitamente ne viene fatto. Anche se sono perfettamente consapevole della loro importanza in quanto specchi parziali della nostra attuale condizione sociale e, per questo, strumenti comunque degni di un certo interesse. 
Nonostante sia in qualche modo inserito nel mondo delle arti visive non mi reputo un grosso estimatore di pratiche prettamente autoreferenziali, per questo motivo rimango spesso perplesso di fronte a prodotti nei quali riconosco soprattutto un valore specificamente ludico o narcisistico.

Valerio Veneruso, My Personal Cage (one screenshot every 4 minutes and 33 seconds captured by my computer)”
Progetto digitale, 4033 immagini TIFF, 1366 x 768 
2021

Valerio Veneruso, My Personal Cage (one screenshot every 4 minutes and 33 seconds captured by my computer)”
Progetto digitale, 4033 immagini TIFF, 1366 x 768 
2021

Ci sono artisti che segui su Instagram che fanno un uso interessante dei filtri?
Beh, l’ultimo contributo di Alvigini per Art Layers mi è piaciuto molto proprio perché rivela una riflessione a monte capace di lanciare le basi per dei discorsi non proprio così superficiali. 
In ogni caso apprezzo in particolar modo chi riesce a sfruttare questo espediente per creare dei ribaltamenti di prospettiva, per immaginare spazi alternativi o per tessere delle narrazioni inaspettate, e sicuramente le opere di un fuoriclasse come David O’Reilly (in particolar modo IT’S ALWAYS YOU ed Evolution) esprimono bene tutti gli aspetti appena elencati. Interessanti, anche se a volte un po’ troppo giocosi, sono alcuni filtri prodotti da Anon A. Mister che, facendo esplicito riferimento alle ultime tendenze legate alla sfera di Internet (tra NFT, criptovalute e meme di TikTok) creano un cortocircuito molto particolare. Mi vengono inoltre in mente le atmosfere ricreate nei progetti di Hannah Neckel, i ragionamenti sul senso delle immagini portati avanti nei filtri di Sushisyrup e le sperimentazioni tridimensionali del giovane artista di Singapore David Koh.

Nella tua biografia ti definisci un “esploratore visivo” e i tuoi progetti, sia come artista che come curatore e critico, sono legati tra loro da un profondo interesse per il mondo delle immagini. Quali pensi siano stati i cambiamenti più rilevanti nella creazione e produzione di immagini che hai potuto osservare nell’ultimo decennio?
Questa è una domanda da un milione di Ethereum… Mi verrebbe da rispondere semplicemente con un’espressione emblematica come “SEND NUDES”, ma argomenterò un po’ meglio partendo dal significato della definizione “esploratore visivo”. Questo termine mi è servito sia ad alleggerire la responsabilità del definirsi/sentirsi un “artista” che, di riflesso, per includere tutte quelle altre attività – da te citate – che toccano diverse discipline pur facendo parte della stessa galassia. Dichiararsi un esploratore visivo significa principalmente rivelare una profonda curiosità verso la vita stessa e, di conseguenza, verso tutto quello che si muove davanti ai nostri occhi. Vuol dire essere bulimici di immagini (statiche e in movimento), di forme, di colori e di realtà con l’intento di catturarle, manipolarle e diffonderle per comprenderne il funzionamento (corretto o frainteso) in relazione al nostro tempo. 
Premesso questo, mi verrebbe dunque da dire che negli ultimi dieci anni è praticamente successo l’impossibile: un concatenarsi di rivoluzioni che hanno inevitabilmente modificato sia il modo di vedere le cose che di concepire, percepire e usare le stesse immagini. L’esponenziale avanzamento tecnologico avvenuto nell’ultimo decennio, che ha portato Internet a mostrarsi così come lo conosciamo oggi, ha irreversibilmente cambiato le carte in tavola nella partita delle relazioni sociali facilitando sempre più un’ibridazione di piani che non ci consente di fare nessuna distinzione tra la sfera digitale e quella che convenzionalmente potremmo forse chiamare “reale”: la nostra vita non è divisa in due, semplicemente fluttua in continuazione tra un piano e l’altro.

Valerio Veneruso, Mein Zeitgeist Video installazione, ventilatore, bandiera in tessuto sintetico, 70x150cm, 1 monitor LCD, dimensioni variabili, 2020
Foto credits: Installation view presso lo Spazio In Situ in occasione della mostra ISIT.exhi#001 a cura di ISIT.magazine Foto: Marco De Rosa 

Valerio Veneruso, Mein Zeitgeist Video installazione, ventilatore, bandiera in tessuto sintetico, 70x150cm, 1 monitor LCD, dimensioni variabili, 2020
Foto credits: Installation view presso lo Spazio In Situ in occasione della mostra ISIT.exhi#001 a cura di ISIT.magazine Foto: Marco De Rosa

Facciamo qualche esempio…
Tra la nascita e l’esplosione di social network come Instagram o TikTok, l’esplorazione di Realtà Miste, applicazioni di messaggistica istantanea che permettono l’utilizzo di GIF animate ed emoji, e algoritmi capaci di generare illustrazioni partendo soltanto dal riconoscimento di un testo scritto, il valore dell’immagine oggi può assumere così tanti significati da non averne neanche uno. Tutto questo, senza considerare i meme. Se dovessi pensare all’attuale valore dei meme mi verrebbe naturale tornare al concetto di ready-made promulgato da Marcel Duchamp nel primo decennio del Novecento; se un secolo fa ci si accorgeva che qualunque cosa/oggetto poteva diventare un’opera d’arte, oggi lo stesso vale per i meme: tutto è memabile, indipendentemente dal suo ipotetico significato, e dunque mercificabile. Qualunque cosa può essere brandizzata o addirittura nascere già con quello scopo. Una cosa che, per esempio, oramai non mi stupisce più è notare l’estrema rapidità con la quale vengono prodotte GIF animate per WhatsApp, o stickers per Instagram, nel momento in cui appaiono tendenze e movimenti di un certo peso sociale (si pensi ad esempio al fenomeno Black Lives Matter). Ecco forse cos’è diventata l’immagine oggi: non solo uno strumento del capitalismo ma la sua stessa linfa vitale.

Valerio Veneruso
Valerio Veneruso

Come vedi il ruolo degli artisti visivi oggi, in un mondo letteralmente invaso di immagini di ogni genere?
L’arte ha sempre portato con sé un senso di libertà impressionante, per questo motivo le sperimentazioni in campo artistico non cesseranno mai di esistere poiché andranno sempre di pari passo con l’avanzamento dell’uomo e delle tecnologie che egli continuerà a creare (dai segni tracciati nelle grotte di Lascaux agli NFT venduti da Beeple).
Ciononostante, pensando soprattutto alle varie emergenze di natura economica ed ambientale, mi capita spesso di chiedermi – visitando mostre e leggendo articoli – se ci sia davvero bisogno della presenza di certe opere in questo mondo (e in questo momento) e se non fosse meglio abbracciare un po’ di più una certa lentezza senza sentire la necessità di dover cavalcare per forza l’hype del momento. Queste riflessioni sono principalmente alla base del motivo per cui tendo a non essere troppo frequente nella produzione di lavori: credo fermamente che ogni tanto un po’ di silenzio visivo possa fare bene.

A cosa stai lavorando in questo periodo? Ci puoi dare qualche anticipazione sui 
 progetti futuri?
Proprio la scorsa settimana è stata inaugurata Sottosopra, una mostra virtuale (a cura di Alessandra Ioalè, e inserita all’interno del festival CreteCon, diretto da Matteo Lupetti) alla quale ho preso parte con un video fatto interamente di GIF. Attualmente sto portando avanti un progetto che si avvale di uno script in Python capace di far scattare uno screenshot al mio computer ogni 60 minuti; l’idea è quella di concluderlo soltanto quando mi si romperà il PC. Inoltre ho recentemente preso parte a una call lanciata dalla curatrice e attivista Giovanna Maroccolo per sensibilizzare sulla vergognosa prigionia degli orsi nel centro Casteller, e fondato un duo metal sperimentale (insieme a Davide Spillari) che si chiama Inferniera di Notte. Il prossimo autunno dovrei prendere parte alla nuova edizione della mostra collettiva Be the difference with art 2021, presso i Musei Civici di Bassano del Grappa.

– Valentina Tanni


Valerio Veneruso
(Napoli, 1984) è un esploratore visivo. Si occupa dell’impatto delle immagini nella società contemporanea sia come artista che come curatore indipendente. Collabora con Artribune e Kabul Magazine. Attualmente vive tra Torino e il web.

PROVA IL FILTRO How to disappeAR SUL PROFILO INSTAGRAM DI ARTRIBUNE


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AutoreValerio Veneruso
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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma e Milano. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020).