Il Mosè degli NFT che separa musei e cultura

Tutto questo parlare di Non Fungible Tokens non è sbagliato in sé, ma rischia di essere l’ennesima “cosa” di cui i musei si interessano per un poco, senza troppa competenza, per poi dimenticarsene. Mentre ancora non si possono prenotare i biglietti con PayPal, tanto per dirne una.

Larva Labs 2005, Cryptopunks, 2017, non fungible token 21st century evening sales Christies hero
Larva Labs 2005, Cryptopunks, 2017, non fungible token 21st century evening sales Christies hero

Ricordate l’audience development? È stato un boom che qualche anno fa ha coinvolto in modo significativo il nostro sistema culturale. Bene. Andando a guardare il volume delle ricerche legate all’audience development negli anni dal 2004 a oggi, ciò che emerge, più che un trend, è un epitaffio.

INNOVAZIONE E CULTURA: L’APPROCCIO IDEOLOGICO

Qualcuno potrebbe chiedersi quale sia il nesso tra l’audience development e gli NFT. La risposta è semplice e riguarda l’approccio con cui il nostro sistema museale (e culturale, in senso esteso) affronta le innovazioni. Approccio che si potrebbe definire, in breve, ideologico. Non tanto e non solo perché qualsiasi neo-introduzione è affrontata secondo schemi ideologici ormai tanto chiari quanto obsoleti, ma perché l’approccio che il sistema culturale istituzionale ha nei confronti delle innovazioni ricalca il funzionamento tipico dell’ideologia.
Nel concreto, il meccanismo che ogni volta si reitera è il seguente: 1. emerge un nuovo strumento che potrebbe riguardare (più o meno da vicino) il mondo culturale; 2. il mondo culturale recepisce l’importanza che lo strumento sta acquisendo tra i propri pubblici; 3. ne nascono approfondimenti, interventi, talk, progetti artistici, progetti meno artistici, articoli, corsi di formazione, tavole rotonde, fino a quando l’interesse nei confronti dello strumento inizia a decrescere per palese sovraesposizione mediatica; 4. lo strumento letteralmente “scompare”, seppellito dalla valanga implacabile e dolomitica delle parole spese a descriverne l’importanza.
L’audience development è solo uno dei tanti esempi: al suo posto avremmo potuto citare il la gamification, lo storytelling e tutte le nuove parole “inglesi” che, si sa, l’inglese piace. Fa internazionali.
Perché “è ideologico”? Perché qualsivoglia concetto o strumento viene interpretato attraverso il sistema di pensiero del settore culturale che, di conseguenza, ne legge e ne vede soltanto gli aspetti che gli appartengono, scartando, o almeno così pare, tutti gli aspetti tecnici e di implementazione, che invece ne sono alla base.

Il museo che parla di NFT è come il vecchietto che saluta i ragazzini chiamandoli ‘brò’”.

Ora è il turno degli NFT, vale a dire uno strumento contrattuale e simil-notarile che può viaggiare separato dall’oggetto cui si riferisce, e che potrebbe risultare uno strumento molto utile nel breve e nel medio periodo per la gestione di alcune tematiche che da anni sono al centro del dibattito specialistico. Basti cercare “NFT” su Google per capire che oggi si sta reiterando lo stesso meccanismo e che il prossimo passo di questo processo, vale a dire l’organizzazione di tavole rotonde da parte dei musei, è oramai impellente.
Che la cultura si interessi alla tecnologia è auspicabile e inevitabile ma, prima di organizzare talk sugli NFT, sarebbe il caso di adottare un sistema di ticketing informatico, di sviluppare il CRM, di avere la connessione Internet in tutto il percorso museale, di strutturare il proprio lavoro sulla base di sistemi gestionali, di avere a disposizione una mappa di calore del percorso espositivo che evidenzi quali “dipinti” sono maggiormente visti, di poter calcolare il tempo medio di permanenza di fronte a un’opera, di mettere a disposizione dei visitatori delle immagini digitali a elevatissima risoluzione che consentano di poter vedere, stando di fronte all’opera, quei dettagli altrimenti impossibili da vedere, di definire percorsi museali che si interfaccino con gli smartphone, di realizzare percorsi in realtà mista (virtuale + reale).
Sono tutte tecnologie consolidate, disponibili, accessibili, facili da implementare e che richiedono una mole non eccessiva di investimenti. Sono soluzioni che possono migliorare quello che abbiamo. Perché con Google Art Projector oggi possiamo già proiettare in casa nostra, nel nostro ufficio, o in mezzo a una strada, celeberrime opere d’arte e vederle con una nitidezza che al museo non sarà mai possibile. Quello degli NFT è dunque l’ennesima riprova che il mondo della cultura è ormai in ritardo non solo rispetto agli altri settori, ma anche rispetto a se stesso.

L'andamento delle ricerche sul tema audience development secondo Google Trends nel periodo 2004 2021 (aggiornamento al 16 aprile 2021)
L’andamento delle ricerche sul tema audience development secondo Google Trends nel periodo 2004 2021 (aggiornamento al 16 aprile 2021)

PRIMA DEGLI NFT SAREBBE MEGLIO PORTARE I MUSEI NEL XXI SECOLO

Oggi siamo ancora a disquisire sull’utilizzo delle immagini nei musei, mentre altrove (che è anche un altrove vicinissimo, ma non viziato dalla farraginosità dell’amministrazione) ci sono persone che comprano “certificati di proprietà” di pezzi di terreno virtuale in cui poter allestire le proprie mostre personali per poter mettere in vendita le proprie opere. Una distanza talmente ampia che non può essere ancora una volta paragonata alla discrasia che secoli or sono vide contrapporsi l’arte dell’accademia e l’arte vivente. Qui si tratta di universi differenti, che per essere realmente “avvicinati” richiedono investimenti, apparati hardware, software e soprattutto competenze che i musei non hanno, e che con la lentezza che ha contraddistinto le assunzioni negli ultimi anni e decenni non potrà essere colmata a breve.
Il museo che parla di NFT è come il vecchietto che saluta i ragazzini chiamandoli “brò”.  Un’immagine che, per quanto possa far tenerezza, lascia emergere una totale assenza di consapevolezza della propria natura e dei propri limiti.
Oggi è il caso che i musei capiscano quale sia il loro ruolo nella nostra società e che inizino a colmare quel divario che c’è tra l’acquisto di un NFT e l’impossibilità di prenotare un biglietto con PayPal.

– Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.