L’atterraggio su Marte di Perseverance, il nuovo rover della NASA, ha tenuto il mondo con il fiato sospeso. Ci siamo fatti raccontare i dettagli della manovra e gli obiettivi della missione da Nicolò Donà, senior manager nella Space Practice di Avascent, agenzia di consulenza aereospaziale a Washington.

Giovedì 18 febbraio alle 21:55 italiane Perseverance – il nuovo rover della NASA – è atterrato su Marte, all’interno del cratere denominato Jezero. La missione, da anni una priorità dell’agenzia spaziale americana, rappresenta un balzo in avanti nel campo della robotica spaziale e una pietra miliare nel percorso che porterà l’uomo a sbarcare su Marte.
La missione di Perseverance ha infatti vari obiettivi, a partire dall’analisi geologica del delta di un cratere che miliardi di anni fa avrebbe dovuto ospitare un lago. Si tratta solo della prima di una serie di missioni successive che, a partire dal 2026, mireranno a riportare alcuni campioni geologici sulla terra, guidate dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA).
Ne abbiamo parlato con Nicolò Donà, senior manager nella Space Practice di Avascent, agenzia di consulenza aereospaziale con sede a Washington.

Quanto è importante questa missione spaziale della NASA?
Il viaggio di Perseverance ha un ruolo fondamentale nel gettare le basi di una successiva possibile missione umana sul pianeta rosso e nel comprendere più a fondo quanto potenziale ci sia per una vera e propria colonia umana.

Quanto tempo è passato tra il lancio e l’atterraggio del rover?
Perseverance ha iniziato il suo percorso lo scorso luglio 2020 da Cape Canaveral a bordo di un Atlas V, un sistema di lancio progettato dalla United Launch Alliance, una joint-venture di Boeing e Lockheed Martin. Dopo sette mesi in traiettoria marziana e 472 milioni di chilometri percorsi, giovedì il rover ha affrontato i suoi “sette minuti del terrore”.

Ovvero?
È quello che la NASA chiama il processo Entry, Descent, and Landing (EDL) – vale a dire l’ingresso nell’atmosfera marziana, il rallentamento, l’abbassamento verso la superficie l’atterraggio. Il tutto monitorato dal NASA Jet Propulsion Laboratory in California attraverso un rendering in 3D che riceve informazioni telemetriche direttamente da un network di satelliti lanciati in passato, come il Mars Reconnaissance Orbiter e il Maven. Satelliti che ora fungono da sistema di comunicazione per le missioni attuali e future.

C’È VITA SU MARTE?

La NASA è anche alla ricerca di tracce di vita sul pianeta rosso?
Il cratere di Jezero dove è atterrato il rover è stato selezionato poiché comprende un giacimento ‒ tra i più visibili ‒ di un delta fluviale. In quanto tale è considerato un ambiente con una probabilità relativamente alta di avere ospitato forme di vita in passato. Se vita c’è stata, ovviamente. Un obiettivo della missione è senza dubbio quello di identificare, se presenti, prove di forme di vita esistenti in passato sul pianeta rosso. La risposta a questa domanda, qualsiasi essa sarà, avrà implicazioni enormi sul futuro delle missioni interplanetarie.

Perché dovremmo considerare importante questa missione?
Marte è l’obiettivo a lungo termine della comunità spaziale internazionale che auspica la possibilità di operare missioni con astronauti verso la fine del decennio in corso. Studiare Marte aiuterà a comprendere meglio le origini del sistema solare e a esplorare la possibilità dello stanziamento di una colonia umana su Marte. Inoltre, lo studio del pianeta permetterà di comprendere i cambiamenti climatici sulla terra e avanzare nella ricerca di tecnologie per combattere gli effetti del riscaldamento globale.

È prevedibile un altro balzo tecnologico dopo un’impresa come questa?
Missioni come quella di Perseverance testano nuove tecnologie quali i sensori per l’atterraggio e il monitoraggio delle condizioni atmosferiche e geologiche del pianeta. Sono in via di sviluppo inoltre tecnologie commerciali per utilizzo in orbita terrestre e lunare. Ad esempio Starship di Space X (di Elon Musk, l’imprenditore finanziere futurologo tra le altre cose fondatore di Tesla) o New Glenn di Blue Origin (di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon), stanno progettando sistemi di propulsione, aerodinamica e strutture nell’ottica di missioni future sul pianeta rosso. Tra le missioni chiave rivolte alla luna nel prossimo decennio ci sarà quella di produrre un sistema per convertire i giacimenti di ghiaccio delle sue calotte polari in propellente, utilizzando così il vicino satellite come “scalo” verso Marte.

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualmente è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiesta” e direttore della piattaforma hyper local "SudStyle". Curatore indipendente di mostre che fanno da ponte tra arte e scienza. In Sicilia ha fondato “Mediterraneo Sicilia Europa onlus”, in Lombardia “La Cernobbina Art Studio”. Svolge attività di visiting professor per accademie del nord come del sud della Penisola.