Parola a Davide Bevilacqua, uno dei curatori del programma di eventi The Wild State nell’ambito del festival Ars Electronica, andato in scena a Linz qualche settimana fa.

A distanza di circa un mese dall’ultima edizione di Ars Electronica, abbiamo intervistato Davide Bevilacqua – assistente presso il dipartimento di Interface Cultures della Kunstuniversität di Linz e uno dei curatori del programma di eventi, The Wild State – per fare il punto della situazione.

Ars Electronica è da poco entrata nei suoi quarantun anni di attività ma, causa pandemia, l’offerta culturale proposta dallo storico festival è stata soggetta a forti limiti che hanno traghettato numerosi eventi su piattaforme digitali. Nonostante questo, la città si è nuovamente dimostrata disponibile, affiancando attivamente due sue università: la JKU (Johannes Kepler Universität) e la Kunstuniversität. Proprio con quest’ultima facoltà, in qualità di assistente presso il dipartimento di Interface Cultures, hai avuto modo di curare un fitto programma di eventi che ha preso il nome di The Wild State. Ci parleresti un po’ della genesi di questo progetto, di come è stato strutturato e delle metodologie applicate dall’intero board curatoriale?
The Wild State è un progetto che nasce da una cooperazione decennale tra Ars Electronica e Kunstuniversität Linz. Ad esempio, gli studenti di Interface Cultures, diretto dai pionieri della Media Art Laurent Mignonneau e Christa Sommerer, presentano i propri progetti ad Ars da quindici anni, ma negli ultimi anni anche i dipartimenti di Timebased Media, Visual Communication, Fashion & Technologies, Art Education e Industrial Design / Creative Robotics collaborano con il festival.

È la prima volta che collabori in maniera così diretta con Ars Electronica?
Da quando sono a Linz ho visto questo rapporto crescere e strutturarsi non solo da studente partecipante, ma anche occupandomi della produzione delle mostre internazionali ospitate dalla Kunstuni nel programma di Ars Electronica: l’UCLA di Los Angeles è stata invitata al Campus Exhibition di Ars nel 2017, il network universitario canadese Hexagram nel 2018 e il Bauhaus di Weimar nel 2019.
Dall’inizio del proprio mandato il nuovo rettore Brigitte Hütter si è impegnata in prima persona in The Wild State, coinvolgendo l’intera università nella realizzazione di un evento che sviluppasse le relazioni già esistenti con Ars Electronica in un progetto unitario da includere nel programma del festival. L’idea era la creazione di scambio e confronto accademico trasversale.

E con la quarantena?
Il board curatoriale ha deciso di rinforzare ancor più questi aspetti per dare spazio a uno degli elementi più importanti dell’attività universitaria, ovvero il network di relazioni e ricerche internazionali tra università con obiettivi e metodologie condivise.

The Internet Yami Ichi. Photo credits Su Mara Kainz
The Internet Yami Ichi. Photo credits Su Mara Kainz

ARS ELECTRONICA E LE UNIVERSITÀ

Centrale, per tutto il processo creativo e organizzativo, è stata la collaborazione con i tuoi studenti. Che tipo di interazioni prevedono le modalità didattiche adottate dal vostro dipartimento? Com’è avvenuta la selezione dei progetti?
Il dipartimento di Interface Cultures – ma in generale tutta la Kunstuni – ha una didattica che spesso affianca alla ricerca artistica una serie di esperienze pratiche di produzione. È un bel processo di professionalizzazione e responsabilizzazione che ho vissuto anche io da studente. Una grossa parte della produzione viene gestita dagli studenti che, in collaborazione con il personale dell’università, si prendono cura della riuscita del progetto. Sono dinamiche produttive che funzionano bene quando le relazioni lavorative sono orizzontali. All’interno di Interface Cultures, la produzione e selezione dei progetti avviene con uno spirito simile. L’intero semestre estivo è dedicato alla partecipazione in Ars.

Dalle opere esposte si evince una certa propensione verso una sperimentazione tecnologica che pone degli interrogativi sia sull’attuale condizione sociale che sul riutilizzo delle risorse. Quali sono i fili rossi che collegano i lavori proposti all’interno delle varie mostre allestite nel campus?
Internamente abbiamo identificato una serie di aree tematiche che spaziano dal rapporto uomo-natura-tecnologia, riconsiderando piante ed ecosistemi come controparte in dialogo con le attività umane; le tecnologie digitali intese come strumenti per stimolare un cambio di prospettiva sulla percezione del reale; e infine una serie di lavori più specifici sulle tematiche della materialità del digitale e di internet, come l’hacking o la sorveglianza online.
C’è da dire che la maggior parte dei progetti è stata sviluppata nel corso dell’ultimo anno accademico, che come sappiamo è stato pesantemente influenzato dalla pandemia. Se da un lato la situazione ha causato una grande incertezza legata all’impossibilità di pianificare il futuro, allo stesso tempo ha fatto emergere sia il funzionamento delle dinamiche globali di produzione e creazione di valore, sia una necessità di ripensare il nostro rapporto con la natura e la società.

Una delle cose più interessanti di The Wild State è stata la scelta di creare partnership con altre facoltà internazionali come l’Institute of Advanced Media Arts and Science di Gifu, in Giappone, l’University of California, a Santa Barbara, o l’Aalto University a Helsinki. Nella rosa delle università selezionate vi sono anche il Politecnico di Milano e la NABA. Quali sono le tue considerazioni in merito a un’istituzione (per non dire una città) che si dimostra così aperta e fiduciosa nei confronti delle scelte adottate dal proprio corpo docenti?
Credo sia la dimostrazione di come il ruolo dell’istituzione accademica stia cambiando: da un’identità “monolitica” all’apertura verso le identità e le qualità degli individui che costituiscono quell’istituzione. È una dinamica di rete che ha accelerato molto negli ultimi anni, in cui le gerarchie “classiche” sono arricchite da valori, idee e intenzioni di gruppi di lavoro che spingono parallelamente nella stessa direzione.

Oltre al concetto di welfare, a cos’altro va attribuita la buona riuscita del progetto? Pensi che nel nostro Paese avresti trovato lo stesso tipo di supporto? 
Penso che, proprio in questo tempo di incertezza, la disponibilità a osare e a uscire da schemi considerati sicuri abbia avuto un ruolo centrale. A sostegno di ciò trovo ammirevole che l’università e tutti i suoi dipartimenti coinvolti – ma anche il network di università invitate – abbiano deciso di continuare a investire, anche finanziariamente, in un progetto che ha iniziato a svilupparsi nel cuore della prima ondata della pandemia.
Sinceramente non mi sento di dire che in Italia non avrei trovato lo stesso tipo di supporto – porto come esempio Politecnico e NABA, che hanno deciso di partecipare attivamente, investendo grandi energie per esserci.

Davide Bevilacqua. Photo Daniel Mabrouk
Davide Bevilacqua. Photo Daniel Mabrouk

DA VENEZIA A LINZ

Ci parli della tua formazione in Italia e dei motivi che ti hanno spinto a spostarti in Austria?
In Italia ho studiato alla triennale di Arti Visive e dello Spettacolo allo IUAV di Venezia, dove ho cominciato a interessarmi a media e tecnologia. Quando stavo cercando una specialistica, durante una breve parentesi berlinese, un amico mi ha suggerito il corso di Interface Cultures a Linz. Una volta arrivato mi sono trovato in una scena culturale molto attiva, accogliente e diversificata, che continua a darmi stimoli e opportunità di crescita.

Linz sembra vivere un contrasto caratterizzato dal silenzio che si percepisce passeggiando per le sue strade e il forte interesse nei confronti delle nuove tecnologie. Quali sono le tue considerazioni?
Mah… dipende dove passi! Se fai una passeggiata nella zona industriale sul Danubio, questa contrapposizione si fa molto meno marcata. Là puoi vedere molto bene come la storia di Linz sia legata ancora oggi all’industria chimica e metallurgica, e come negli Anni Settanta sia iniziato un processo che ha dato spazio alle nuove tecnologie che ora caratterizzano Linz. Non a caso Ars Electronica è nato in quegli anni, forse il simbolo più evidente di quel cambiamento economico, ma anche socio-politico e culturale dall’industria pesante al software. Allo stesso tempo anche molti artisti e diverse altre iniziative indipendenti hanno cominciato a sperimentare cosa volesse dire fare arte in un contesto mediale: basti pensare all’artista Valie Export o alle varie istituzioni come la Stadtwerkstatt che, sempre dagli Anni Settanta, hanno contribuito a fare di Linz la città dei media.

Dopo quarant’anni di attività, cosa pensi che significhi, oggi, Ars Electronica per Linz?
Dalla propria fondazione il festival è stato una guida per l’avanguardia dell’arte mediale e ha fortemente influenzato il modo futuro della tecnologia. Da quando il digitale è effettivamente entrato in tutti i settori della vita umana, Ars ha perso qualcosa del proprio carattere visionario, diventando un contesto in cui discutere di presente in cui le tecnologie più avanzate ‒ fino a quel momento oggetto di speculazione ‒ sono ormai qui. E già con il festival del 2019 Ars ha cominciato a tematizzare questo processo con un sottotitolo che si rifaceva alla “crisi di mezza età della rivoluzione digitale”. Quest’anno AEF ha risposto alla pandemia con un evento costruito su quello che al momento è l’indiscusso talento del festival: una rete di relazioni di scala mondiale costruita negli ultimi quarant’anni con istituzioni similmente dedicate ad arte, media e tecnologia.

Cosa deve fare Ars Electronica per garantirsi un futuro?
Reinventarsi e ricominciare a determinare il futuro, piuttosto che il presente.

Hai avuto modo di vedere qualche mostra o iniziativa interessante in quest’ultima edizione di Ars Electronica? Pro e contro della gestione degli eventi durante il festival? Mi riferisco soprattutto alle differenze tra una fruizione più diretta rispetto a una prettamente digitale.
Sono rimasto piacevolmente sorpreso da come Ars abbia affrontato la situazione e sia riuscita a sviluppare un grosso evento fruibile in digitale, ma che offriva anche opportunità di fruizione “fisica”. Questa sintesi e connessione di spazi è interessante, anche se penso ci sia molto da fare per trovare le modalità produttive e fruitive più efficaci. Anche se il digitale permette di snellire e velocizzare i processi produttivi, credo che da un lato si tenda a sottostimare quanto lavoro ci sia dietro un evento online, preferendo la quantità alla qualità, e dall’altro ci sia la difficoltà a immaginare formati completamente nuovi di trasmissione dei contenuti. Alla fine ci si ritrova con programmi in streaming con un forte ritmo televisivo, in cui è difficile trovare tempi e spazi per lo scambio informale e l’incontro inatteso, una cosa fondamentale per eventi intesi come spazio sociale.

Performance by A Certai Trio, part of the Sound Campus. Photo credits Su Mara Kainz
Performance by A Certai Trio, part of the Sound Campus. Photo credits Su Mara Kainz

Qualche esempio?
Lo scorso maggio ho avuto modo di curare un festival puramente digitale, AMRO – Art Meets Radical Openness. Il fatto che in molti Paesi i lockdown fossero ancora attivi ci ha permesso di avere un numero di visitatori abbastanza costante; e anche l’avere un programma strutturato in maniera sequenziale ‒ con molte pause e pochi eventi in parallelo ‒ ha facilitato la messa in pratica di una partecipazione più concentrata. La nostra esperienza ha funzionato grazie al fatto di essere un festival molto settoriale dedicato all’open source e alla technological critique, con una comunità di partecipanti molto attiva e coesa. Uno degli aspetti su cui però abbiamo puntato molto era proprio quello di creare online alcuni spazi in cui non c’era programma: qualcosa come dei “backstage” digitali, in cui gli spettatori potessero trovarsi e avere un incontro non finalizzato a un output predefinito.
Al momento stiamo vedendo una fusione di questi due formati: molti stanno realizzando strutture ibride – ovvero producendo eventi locali con sezioni o propaggini digitali, cosa che può avere grandi potenzialità anche in tempi (si spera) post-pandemici. Penso che nei prossimi mesi ci saranno ancora molte occasioni per lo sviluppo concettuale e la produzione sperimentale di questi formati.

Ti vedi ancora qui tra un anno?
Dopo quest’estate molto intensa, anche l’autunno si prospetta altrettanto carico. Ora ricomincia il semestre universitario e allo stesso tempo devo riprendere tutta una serie di progetti con alcune associazioni della scena culturale indipendente di Linz. Sto sviluppando una pubblicazione ibrida online/print-at-home con servus.at proprio sul tema degli eventi online e sulla sostenibilità tecnologica; e una mostra sulle tautologie linguistiche e i loro paradossi come materiale di partenza per la produzione artistica nell’offspace bb15 – Space for contemporary art.

Valerio Veneruso

https://ars.electronica.art
https://ausstellungen.ufg.at/wildstate

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.