Presente (e futuro?) delle gallerie virtuali. Intervista a Giuseppe Ariano

Giuseppe Ariano, direttore marketing & comunicazione di Scabec SpA (Società Campana Beni Culturali) dice la sua sull’attuale utilizzo della realtà virtuale da parte di gallerie e musei.

Primo appuntamento con la rubrica dedicata all’uso della realtà virtuale, accelerato dal lockdown, nell’ambito espositivo. Il primo a prendere la parola è Giuseppe Ariano di Scabec SpA.

Gallerie e musei ultimamente hanno manifestato un certo interesse per gli spazi espositivi virtuali?
Durante il lockdown c’è stata una fortissima richiesta di spazi web per poter mostrare i contenuti di musei e gallerie. Il web si è fin da subito popolato di una miriade di contenuti museali tra i più disparati e, molto spesso, dietro le pubblicazioni di contenuti non sembrava esserci alcuna strategia. Spesso devo dirti che è passata l’idea che bastasse registrare un video della mostra per poter creare una galleria o mostra virtuale. Questo perché spesso i musei italiani mancano ancora di competenze specifiche sul digitale e non hanno ancora sviluppato progetti o piani di fruizione che utilizzano il digitale stesso.

Quali sono i casi più significativi di istituzioni che fanno tesoro del digitale?
Partiamo dagli strumenti a disposizione: Google Cultural Institute ha creato Google Arts & Culture, una piattaforma nata esclusivamente per musei e istituti culturali, molto completa, e che permette oggi di poter creare un museo virtuale, mostre virtuali e di digitalizzare le opere d’arte, creare oggetti digitali e con un design funzionale di fornire l’opportunità di poter mettere in connessione oggetti e conoscenza. Grazie a questa piattaforma gratuita oggi molti musei, istituzioni culturali ed enti pubblici stanno creando piattaforme digitali; veri e propri ecosistemi digitali in cui confluiscono milioni di opere d’arte digitalizzate. È il caso della Regione Campania con il progetto “Cultura Campania”, attuato da Scabec Spa, e di musei europei come il Rijksmuseum di Amsterdam che ha una piattaforma molto utile a chi vuole studiare da vicino le opere custodite al museo con Rijks Studio.
E, sempre per rimanere nei Paesi Bassi, il Museo van Gogh ha ideato la “meet Vincent Van Gogh Experience”, che porta direttamente ai visitatori di tutto il mondo la storia del famoso pittore, storia resa accessibile grazie al mix di tecnologie e alla digitalizzazione delle opere conservate presso il museo.

Screenshot dalla galleria virtuale del MAV di Ercolano

Screenshot dalla galleria virtuale del MAV di Ercolano

Quale modello di visita è destinato a prevalere?
Io partirei un attimo da una domanda cruciale per un museo: quale è il suo scopo? Quale la missione? I musei oggi devono attivarsi quali centri culturali del presente e questo definirà quelli che sapranno utilizzare al meglio nuove tecnologie, visite virtuali e soprattutto nuove forme di accessibilità alla conoscenza dei contenuti.
Musei e gallerie dovrebbero essere sempre più smart, ovvero cercare il più possibile di avvicinare il visitatore alla conoscenza anche in maniera creativa. I musei conservano oggetti soprattutto fuori dai loro contesti di nascita o ritrovamento e questo li rende spesso poco comprensibili. Si può quindi attivare un “ponte” tra oggetti e il mondo in cui viviamo, usando le tecnologie ma anche sperimentando nuove modalità di fruizione anche attraverso i canali di comunicazione e sfruttando le loro potenzialità.

Per esempio?
Durante il lockdown abbiamo supportato i musei in Campania con un racconto digitale che abbiamo sviluppato proprio sui social media, mettendo a disposizione le nostre competenze e sviluppando contenuti digitali come le storie pop up per raccontare a famiglie e bambini il patrimonio culturale della Campania, oppure creare playlist musicali che raccontassero o si ispirassero a luoghi della regione o anche creare un vero e proprio programma web per raccontare le storie di Raffaele Viviani e del suo teatro.

Ci sono già esperienze miste, in cui le persone che visitano un museo possano incontrare altre persone che in quel momento si muovono nella versione virtuale del medesimo museo?
Non ancora del tutto, ma ci sono state esperienze che usano il digitale per connettere la conoscenza con i fruitori e dunque trasformarla in una esperienza. Mi vengono in mente esperienze come quella di Palazzo Merulana a Roma, che aveva creato una finestra virtuale che in tempo reale metteva in contatto i visitatori del museo con quelli del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. O ancora esperienze complesse come quella del Museo del Vino di Bordeaux, dove la storia del vino mette insieme tutti i tasselli della storia dell’Umanità riproponendo però una esposizione interattiva in un “non museo”. E ancora il MAV di Ercolano (Napoli), che esclusivamente con la tecnologia racconta le storie del territorio vesuviano e la distruzione causata dal Vesuvio nel 79 d.C.
Diciamo che a oggi sono ancora poche le esperienze cosiddette miste e che mettono in connessione persone presenti nel museo con quelle che lo visitano in modalità virtuale. Mancano le competenze specifiche, manca un piano di sviluppo dei musei e soprattutto, oltre alle mostre, i musei devono progettare in maniera creativa le loro nuove politiche di “ingaggio” del fruitore.

Mario Gerosa & Gianpiero Moioli

www.scabec.it

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Mario Gerosa

Mario Gerosa

Mario Gerosa (1963), giornalista professionista, studioso di culture digitali, cinema e televisione, si è laureato in architettura al Politecnico di Milano. È stato caporedattore di AD e di Traveller e ora è freelance. Dopo aver scritto il primo libro uscito…

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