Musei e visite virtuali: come salvaguardare l’elemento umano

Giuliano Gaia e Stefania Boiano, fondatori di InvisibleStudio, organismo che offre consulenza a musei e istituzioni, approfondiscono il tema delle esperienze virtuali connesse alle sedi museali, rese ancora più necessarie dalla pandemia. A balzare agli occhi è la necessità della presenza umana anche in ambito digitale.

Van Abbemuseum, Eindhoven
Van Abbemuseum, Eindhoven

Le emergenze accelerano i processi storici già in atto”, ha scritto recentemente lo storico israelianoYuval Noah Harari. Dobbiamo osservare l’emergenza attuale non solo con gli occhi di oggi, ma anche con la prospettiva di domani, perché parte di ciò che realizziamo oggi nell’emergenza resterà con noi anche nella futura normalità. Non c’è dubbio che un processo che è stato accelerato all’improvviso è la digitalizzazione: l’intera nostra società è stata costretta a una digitalizzazione forzata, quasi traumatica.
Questa digitalizzazione non ha risparmiato i musei, costretti a doversi reinventare online praticamente da zero; basta dare una scorsa agli articoli di Artribune in questi giorni per cogliere un fiorire continuo di iniziative digitali, perlopiù sui social, con video, tutorial e stories, o in termini di mostre virtuali.
Il rapporto dei musei con l’online risale ai primi Anni Novanta; il primo sito web museale, ad esempio, è del 1993 (si tratta del Museo di Paleontologia dell’Università della California).
Da allora i musei hanno “giocato” con l’online in vari modi, senza però mai tuffarcisi del tutto.
La verità infatti è che i musei hanno sempre privilegiato la dimensione fisica del loro agire culturale, relegando il web e i social a compiti di promozione e marketing, rinunciando, salvo rari casi, a costruire un vero e proprio rapporto online diretto e profondo con i visitatori. Eppure, come nota Nina Simon nel celebre The Participatory Museum”, un museo centrato sui suoi visitatori non può prescindere dalla partecipazione anche nella dimensione digitale; e non è sufficiente lanciare qualche concorso su Instagram per diventare davvero partecipativi. Non cogliere che dimensione fisica e dimensione digitale sono strettamente interfacciate significa non aver capito lo spirito dei nostri tempi, caratterizzati da quelli che il filosofo Timothy Morton definisce “Hyper-Objects”, oggetti così vasti da alterare la percezione stessa della realtà. La rete è tipicamente uno di questi “Iperoggetti”, e i musei, volenti o nolenti, ne sono parte.

NON SOLO DIGITALE

La chiusura forzata di questi giorni ha privato i musei del proprio canale preferenziale di rapporto col pubblico, quello reale, costringendoli a “ridursi” al canale digitale. Questa riduzione è stata in molti casi interpretata come negazione: esiste una (limitata) interattività solo nei canali social, ma le mostre virtuali e le iniziative sul web tendono a essere “luoghi” vuoti e deserti, da esplorare da soli, in cui le persone rischiano di sentirsi ancora più isolate in questo momento drammatico in cui si vive e si muore da soli. Eppure, come ha scritto Jaron Lanier, il “padre” della Realtà Virtuale negli Anni Novanta, nei mondi digitalmente creati la magia avviene soltanto quando persone reali li abitano e vi si incontrano.
Non a caso, del resto, le killer application della rete, quelle che ne hanno favorito la diffusione di massa, sono state prima la posta elettronica, poi i social media e i sistemi di comunicazione come WhatsApp e WeChat. Questo è avvenuto perché una rete nata per far comunicare computer è stata rapidamente piegata a strumento per far comunicare tra loro esseri umani per mezzo di computer ‒ l’essere sociale dell’uomo è una sua caratteristica definitoria anche online.
In questo senso quindi non tutte le esperienze virtuali sono uguali; quelle focalizzate sulla comunicazione interpersonale sono più efficaci. I mondi virtuali condivisi sono più umani.
Per questo occorre osservare con maggiore attenzione quelle esperienze museali che privilegiano il rapporto diretto con gli utenti.

DAL VAN ABBEMUSEUM AL POLDI PEZZOLI

In tempi pre-Coronavirus, ad esempio, il Van Abbemuseum di Eindhoven, in Olanda, aveva già realizzato esperienze molto avanzate di accessibilità digitale ai disabili, utilizzando una specie di “Skype su ruote” per permettere visite a distanza all’interno del proprio museo.
L’idea è semplice: il visitatore, tramite uno speciale software, può telecomandare un “robot” semovente su ruote per visitare le gallerie del museo. Il robot viene accompagnato da un membro dello staff, sia per motivi di sicurezza, sia per offrire una vera e propria visita guidata. Il sistema è stato pensato primariamente per l’utilizzo da parte di visitatori disabili, ma all’interno del corso di Comunicazione Digitale per le Arti dell’Università IULM di Milano lo abbiamo usato per fare visite virtuali insieme agli studenti, e i risultati sono stati molto interessanti. Da un lato infatti la visita virtuale invoglia a effettuare una visita reale, a dispetto di chi teme un “effetto sostituzione”, dall’altro, passato l’entusiasmo iniziale per la novità, ciò che fa la differenza è la guida umana: quanto più chi accompagna il robot per le gallerie è bravo a comunicare i contenuti del museo, tanto più l’esperienza risulta soddisfacente, esattamente come accade in una visita guidata reale.
Per questo quando ci siamo trovati a dover organizzare delle visite virtuali a musei in lockdown abbiamo immediatamente pensato di mantenere la presenza umana diretta come l’elemento più importante dell’esperienza. Non va dimenticato, infatti, che numerose ricerche dimostrano che la socialità è una delle motivazioni primarie per la visita a un museo.
Abbiamo quindi sfruttato le ricostruzioni a 360° di Google Arts&Culture, e dato appuntamento ai visitatori su sistemi di conferenza come Zoom o Meet di Google; una volta connessi, una guida del museo (collegata da casa sua per rispettare il lockdown) li conduce nelle gallerie presenti su Google condividendole dal proprio schermo, in una vera e propria visita guidata virtuale.
Il primo esperimento è consistito in una visita virtuale al Museo Poldi Pezzoli di Milano per un gruppo di circa venti studenti del Master in Management della Cultura e dei Beni Artistici di RCS Academy, grazie alla disponibilità di Stefania Rossi, responsabile Comunicazione e Promozione del museo. Gli studenti sono stati quindi condotti per le sale del museo riprodotte su Google Arts&Culture da una guida connessa in remoto via Zoom.
Nonostante l’inevitabile perdita di contesto rispetto a una visita guidata reale, alcuni elementi importanti sono stati salvati, quali la presenza di una guida umana, la compresenza visibile di altri visitatori e la possibilità di porre domande anche a voce. Non solo: utilizzando una delle possibilità più interessanti di Google Arts&Culture, e cioè lo zoom sulle opere, la guida è stata in grado di mostrare dettagli normalmente quasi invisibili a occhio nudo, offrendo quindi un valore aggiunto rispetto alla visita reale.
Questo primo esperimento è stato poi proseguito dal museo in autonomia, organizzando una serie di visite guidate virtuali gratuite per il pubblico generale a cura del Gruppo Giovani del Museo, previa prenotazione online; le visite hanno avuto un notevole successo, a dimostrazione di una vera e propria fame di iniziative culturali atte a rompere l’isolamento in cui ci troviamo.

Museo della Bora, Trieste
Museo della Bora, Trieste

DAL MUSEO DELLA BORA A BERGAMO

Abbiamo poi provato a far evolvere questo modello in due direzioni: la didattica per adulti e quella per bambini. Per gli adulti abbiamo infatti organizzato dei workshop di scrittura creativa a distanza all’interno dell’iniziativa Scrivere al Museo, in cui una scrittrice propone esercizi di scrittura creativa ispirati a visite nei musei. L’esperienza è stata realizzata al Museo della Bora di Trieste, sempre usando Zoom e la disponibilità del direttore del museo a fungere da guida umana alle collezioni. Anche in questo caso l’uso del software di videoconferenza ha permesso di condurre il workshop con pieno successo, nonostante la distanza fisica, aprendolo anche a un pubblico normalmente impossibilitato a partecipare per le ragioni più varie, a cominciare dalla distanza geografica dal museo.
Per i ragazzi invece stiamo organizzando, grazie alla disponibilità volontaria di un gruppo di operatori museali italiani che lavorano in diversi musei di Londra, una serie di “gite virtuali” su Google Arts&Culture per gli studenti della scuola media “Leonardo da Vinci” di Bergamo, una delle zone più drammaticamente colpite dall’epidemia. Anche in questo caso la flessibilità del digitale unita alla disponibilità delle persone sta permettendo di realizzare un progetto di grande qualità e impatto, non solo didattico ma anche umano.
Come è stato spesso notato, la parola krisis nell’accezione originale greca indica anche un momento di necessaria riflessione e valutazione. Questo momento di crisi rappresenta anche una possibilità per i musei di riflettere sul rapporto che intendono stabilire con il proprio pubblico, e con quali strumenti sia possibile approfondire questo rapporto e ciò comprende anche un diverso approccio, più attento, alle visite virtuali. Non stiamo ovviamente suggerendo di eliminare le visite reali, ma di integrarle in futuro con programmi online, ad esempio verso i disabili e il pubblico geograficamente lontano.

Giuliano Gaia e Stefania Boiano

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InvisibleStudio was founded in 2007 by Stefania Boiano and Giuliano Gaia, two former museum professionals with a strong personal record in cultural innovation, having worked in museums and cultural institutions in Italy, UK and USA since 1997. We are deeply rooted in the great European humanistic tradition; we cherish the timeless lesson of the Renaissance, when art and science were deeply connected into a holistic vision with the Human Being at the very centre. At the same time our gaze is fixed into the future. We have started working with digital communication since the very first years of the web, and we keep on experimenting with the newest technologies and design tendencies, always exploring new ways to communicate art and culture.