Realtà virtuale protagonista alla Mostra del Cinema di Venezia

C’è anche la realtà virtuale fra le proposte della 75. Mostra del Cinema di Venezia. Protagonista, per il secondo anno consecutivo, della rassegna allestita sull’isola del Lazzaretto Vecchio.

Zheng Wang & Mi Li, Shennong. Taste of Illusion (2018)

Reduce dal successo riscontrato in occasione della passata Mostra del Cinema di Venezia, l’isola del Lazzaretto Vecchio torna a ospitare la sezione dedicata alla realtà virtuale che, pronta ad accogliere un pubblico sempre più variegato e incuriosito, si conferma sin dai primi giorni di preview come uno degli appuntamenti più interessanti e stupefacenti del festival cinematografico veneziano. Ciò che di primo acchito cattura l’attenzione degli spettatori/fruitori di Venice Virtual Reality è la vastità delle esperienze da poter provare che, rispetto al debutto dello scorso anno, questa volta raggiunge un totale di quaranta opere suddivise in tre aree predefinite. Tornano dunque il Theatre (che prevede una fruizione collettiva, rigorosamente su sedie girevoli, di dieci film di cui cinque fuori concorso), lo spazio dedicato alle Installations (all’interno del quale è possibile vivere undici esperienze altamente partecipative e coinvolgenti) e gli Stand Ups, altrettanto immersivi, ma caratterizzati da una fruizione individuale.

IL CONCORSO

L’aumento delle proposte interattive, con il conseguente ampliamento fisico dello spazio espositivo, non è però l’unica novità di questa seconda edizione: da quest’anno, infatti, la permanenza dell’esposizione si estende a tutta la durata del festival (dal 28 agosto all’8 settembre), dando così a chiunque la possibilità di accedere all’isola acquistando degli accrediti spendibili dal 4 all’8 settembre. Come ogni concorso che si rispetti, anche il Venice VR ha ovviamente la sua giuria scelta appositamente per selezionare il prodotto più meritevole all’interno delle categorie Miglior VR Storia Immersiva, Migliore Esperienza VR per contenuto interattivo e Migliore Storia VR per contenuto lineare. A decretare il vincitore di ogni tipologia penseranno infatti la regista e sceneggiatrice danese Susanne Bier, l’autore nostrano Alessandro Baricco e l’attrice francese Clémence Poésy.


ESPERIENZE DIVERSE

Trattandosi di un ritorno che ha creato molte aspettative, è quasi inevitabile fare un confronto con la sua edizione passata e, volgendo lo sguardo all’indietro, bisogna constatare che, nonostante la prevalenza di film di animazione (o comunque dal sapore vagamente ludico-spettacolare), l’asticella qualitativa dei progetti scelti si sia nettamente alzata offrendo al pubblico non solo delle visioni strabilianti, ma anche delle esperienze concepite per i target più disparati. Emblema di questo discorso è sicuramente l’area degli Stand Ups consigliata espressamente a chi cerca dalla realtà virtuale la possibilità di colmare delle esigenze precise. Sperimentali dal punto di vista registico sono sicuramente il giapponese Tales of wedding rings VR (diretto da Sou Kaei), che immerge lo spettatore all’interno delle vignette di un manga, oppure Battlescar (girato da Nico Casavecchia e Martin Allais con la narrazione curata da Rosario Dawson): cortometraggio animato ambientato nella scena punk newyorkese di fine Anni Settanta. Più vicini alle modalità proprie dei prodotti videoludici sono invece l’horror tedesco Kobold e il cinese The last one standing VR che, supportato da una poltrona capace di simulare movimenti e vibrazioni, catapulta il fruitore a bordo di uno scooter fluttuante intento a schivare nemici e architetture dall’estetica cyberpunk. Un espediente simile, ahinoi, può però rischiare di distogliere l’attenzione dello spettatore facendogli avvertire, già dopo poco, la sensazione di essere salito su di una sorta di giostra nella quale il puro intrattenimento sembra essere l’unica finalità da poter raggiungere. Per chi vuole invece farsi inebriare da colori vivaci, animazioni dinamiche e narrazioni accattivanti sono caldamente consigliati Crow: the legend (di Eric Darnell), il mitologico Shennong taste of illusion (diretto da Li Mi e Zheng Wang) oppure Arden’s wake: Tide’s fall sequel di Arden’s wake, già vincitore lo scorso anno per la categoria Miglior realtà virtuale.

DAL PUNTO DI VISTA DELLO SPETTATORE

A caratterizzare invece la sezione Installations pensa la componente performativa capace di far vivere esperienze uniche e difficili da riprovare in condizioni normali. Estasi e contemplazione fanno da sovrane nella trilogia di Eliza McNitt, Spheres: Chorus of the Cosmos, dove suoni, silenzi (e la voce narrante di Patti Smith) diventano un tutt’uno con l’Universo. Avvincente e iperrealista il fantascientifico Eclipse, dai toni invece più mistici l’introspettivo Awawena che, per l’occasione, ha richiesto la presenza fisica di un’autentica sciamana amazzone. Focalizzati nell’arduo compito di trasmettere empatia lo psichedelico VR-I (la cui fruizione è consentita contemporaneamente fino a un numero massimo di cinque partecipanti) e il disarmante X-Ray Fashion (dell’italiano Francesco Carrozzini), che accompagna lo spettatore a scoprire la faccia oscura dell’industria della moda. 
A fare da protagonista assoluto è in definitiva sempre il punto di vista dell’osservatore che, soprattutto all’interno del Theatre, viene guidato costantemente, grazie a una visione a 360 gradi, dentro ciò che viene mostrato. La percezione che si ha con tale tecnica è proprio quella di scoprirsi letteralmente parte integrante del film, riuscendo così a esperire in prima persona, ad esempio, le difficoltà fisiche ed emotive di chi è costretto a vivere quotidianamente situazioni di disabilità (come nel caso dell’argentino Metro veinte: cita ciega), a osservare la meticolosa realizzazione di un prodotto cinematografico (come nel dietro le quinte del film di Wes Anderson Isle of dogs) o a farsi travolgere da trasmigrazioni sensoriali e combattimenti mozzafiato nel tanto vorticoso quanto impeccabile Ghost in the shell: Virtual Reality Diver, magistralmente diretto dal giapponese Higashi Hiroaki.
Un occhio privato della sua innocenza quindi (come suggerisce anche l’ironico invito che viene fatto all’ingresso della sala Theatre a immortalare il momento della perdita della propria “VRginità”), ma che al tempo stesso riesce ad acquisire qualcosa di nuovo facendo tesoro infinito delle potenzialità appena scoperte. 
Vedere per credere.

Valerio Veneruso


www.labiennale.org/it/cinema/2018/venice-vr

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.