L’arte nell’era di Internet. Apre una grande mostra all’ICA di Boston

Oltre 70 opere per raccontare l’impatto di internet sul mondo della cultura visiva. Una mostra a Boston vuole riassumere tutto quello che è successo dal 1989, anno dell’invenzione del web, a oggi. Ma la lista degli artisti è un po’ discutibile.

Rafael Lozano Hemmer, Surface Tension, 1992
Rafael Lozano Hemmer, Surface Tension, 1992

Una mega-mostra, con sessanta artisti e diverse decine di opere che coprono un arco temporale molto ampio, dal 1989 a oggi, e utilizzano i media più disparati, dalla pittura alla realtà virtuale, passando per la fotografia, la performance, il video e naturalmente il web. Si chiama Art in the Age of the Internet, 1989 to Today ed è il progetto espositivo che inaugurerà il prossimo 7 febbraio all’Institute of Contemporary Art di Boston, curato da Eva Respini, Barbara Lee e Jeffrey De Blois. L’esposizione, che è stata annunciata con toni autocelebrativi come “la prima grande mostra tematica negli Stati Uniti che indaga l’impatto radicale della cultura di internet sulle arti visive”, non è forse proprio la prima (di mostre sul tema se ne sono viste numerose in America, a cominciare dalla seminale 010101: Art in Technological Times, aperta allo Sfmoma di San Francisco nel lontano 2001) ma è di sicuro una delle più vaste. Art in the Age of the Internet, 1989 to Today mette in mostra gli straordinari cambiamenti che hanno investito l’arte contemporanea in concomitanza con l’avvento delle reti. Cercheremo di analizzare le implicazioni di questi cambiamenti: i nostri concetti di identità, di privacy, di comunità, di virtuale e di reale, e come gli artisti li raccontano, li esplorano e li sfidano”, ha spiegato Jill Medvedow, Ellen Matilda Poss Director dell’ICA.

ASSENZE ILLUSTRI

Judith Barry, Imagination, dead imagine, 1991
Judith Barry, Imagination, dead imagine, 1991

Divisa in cinque sezioni, “Networks and Circulation,” “Hybrid Bodies,” “Virtual Worlds,” “States of Surveillance,” e “Performing the Self”, la mostra si propone di esplorare le ripercussioni dell’avvento di Internet sul modo in cui gli artisti pensano e realizzano le proprie opere. Un ragionamento curatoriale, quindi, che non è incentrato sul mezzo, quanto piuttosto sul contenuto delle opere, che in modo differente dimostrano di aver assorbito i profondi cambiamenti socio-culturali che Internet ha innescato. La selezione degli artisti è anch’essa molto ampia e diversificata, sia geograficamente che generazionalmente – ci sono grandi precursori come Nam June Paik, Dara Birnbaum e Haruni Farocki ma anche star della new media art di oggi come Jon Rafman, Cory Arcangel e Hito Steyerl – tuttavia le assenze illustri si fanno sentire. Cosa ha determinato, ad esempio, l’esclusione di figure chiave come Robert Adrian X, Douglas Davis, Roy Ascott e Jeffrey Shaw, giusto per fare i primi nomi che vengono alla mente? Il nostro paese, poi, risulta tristemente assente. Nonostante l’Italia abbia prodotto numerose esperienze significative in questo settore (basti pensare alla ricerca di un pioniere come Maurizio Bolognini oppure a quella dei più giovani Eva e Franco Mattes), nessun nome è entrato nella lista.

UN CATALOGO, UN SITO E UN PROGETTO REGIONALE

Camille Henrot, Grosse Fatigue, 2013
Camille Henrot, Grosse Fatigue, 2013

La mostra conterrà un’installazione in realtà virtuale totalmente inedita, commissionata per l’occasione al canadese Jon Rafman, e sarà accompagnata da un catalogo con numerosi testi critici e da una piattaforma web che verrà aggiornata durante tutta la durata dell’evento, che si chiude il 20 maggio 2018.
Un’iniziativa molto interessante collegata all’esposizione è Art + Tech: A Citywide Collaboration, un accordo che coinvolge quattordici organizzazioni culturali della zona in una ricerca collettiva sul rapporto tra arte e tecnologia, dando vita a una lunga serie di eventi, performance, proiezioni e conferenze che accompagneranno la mostra principale, confermando il grande interesse che l’area di Boston ha sempre nutrito per questi temi, a partire dalla presenza storica del MIT di Cambridge, centro di eccellenza mondiale nel campo della ricerca creativa sulle nuove tecnologie.
Ci sono poi altre due grandi mostre sullo stesso tema in programma negli States: The Body Electric, che aprirà nel 2019 al Walker Art Center di Minneapolis e analizzerà la questione privilegiando il tema del corpo e andando indietro nel tempo fino agli Anni Sessanta, e I Was Raised on the Internet, che inaugurerà il 23 giugno 2018 al Museum of Contemporary Art di Chicago con la curatela di Omar Kholeif, già autore dell’antologia You Are Here: Art After the Internet (Cornerhouse Publications, 2014).

– Valentina Tanni

https://aiai.icaboston.org

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.

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