Le opere che ricorrono al digitale innescano una serie di riflessioni in merito alla loro stessa natura. Come si espone e si vende un lavoro instabile per antonomasia?

Alla metà degli Anni Novanta un gallerista, parlando dell’allora videoarte, mi chiese: “Sì, d’accordo, ma come si vende?”. È dunque la sua anti-economia che ha impedito finora la crescita dell’arte digitale come forma espressiva nel sistema? Negli Anni Venti, Moholy-Nagy prevedeva la possibilità di utilizzare l’immagine/pittura come proiezione con diapositive sui muri delle case. Immagini da sostituire a piacere, per avere su spazi simili immagini sempre nuove. Ma la persistenza dell’immagine non è forse parte del suo fascino? Anche i grandi collezionisti a volte si stancano della stessa immagine e la sostituiscono, una volta esaurita la carica relazionale con l’opera. L’instabilità è invece uno degli elementi che crea l’opera digitale, essendo essenzialmente di natura cinetica. Tuttavia, molti oggetti che abbiamo in casa oggi sono cinetici: la televisione, i computer, gli smartphone, i tablet… Così le gallerie presenti all’ultima edizione di Ars Electronica propongono la riduzione delle opere multimediali in forme video/digitali e schermiche.

L’instabilità è uno degli elementi che crea l’opera digitale, essendo essenzialmente di natura cinetica”.

La londinese GV Art propone opere che, come libri animati, appaiono e si consumano in forme di animazione e videoloop a volte “computer generated”, come Mutator VR di William Latham, fra i primi a essere affascinato dall’immagine random e autogenerativa dell’artista/computer. Mentre la Galerie Charlot (Parigi/Tel Aviv) presenta una serie di litografie (!) di Eduardo Kac prese dai suoi lavori di bioarte e una sua recente animazione, Inner Telescope, che rinvia alle narrazioni geometriche prima maniera. Proposta più complessa quella di Sommerer/Mignonneau, People on the Fly, tentativo di comprimere a livello schermico una grande installazione interattiva. La numerazione delle copie e a volte la copia unica è una delle strategie utilizzate per fissare il valore dell’oggetto multimediale. Il ventaglio delle proposte linguistiche tuttavia non risolve, almeno per ora, la problematica dell’opposizione dei dispositivi digitali allo spazio domestico. Il digitale nasce per operazioni comunicative che investono gli spazi urbani, in concorrenza con i linguaggi pubblicitari e televisivi, cercando di ridefinire la città stessa come forma comunicativa legata al pianeta. Lo scontro fra le diverse ragioni comunicative è importante, e la presenza delle gallerie d’arte negli spazi di Ars Electronica crea nuove chiarezze e nuove domande.

Lorenzo Taiuti

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #40

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Lorenzo Taiuti
Lorenzo Taiuti ha insegnato corsi su Mass media e Arte e Media presso Academie e Università (Accademia di Belle Arti di Torino e Milano, e Facoltà di Architettura Roma). E’ esperto delle problematiche estetiche dei nuovi media. È autore di video, installazioni e website, collabora con musicisti sperimentali in produzioni audiovisive. Ha collaborato sui temi di arte e media con vari periodici, tra cui "Giornale dell’Arte", "Virus", "Alias"", "Terzocchio", "Linea d'Ombra", "Repubblica", “Juliet”, “Exibart”, “Artribune”, “Arte e Critica”, “Digimag”, “Noema”, “D’Ars”. Ha pubblicato i seguenti testi sulle tematiche dell’arte e i nuovi media: Arte e media. Avanguardia e comunicazione di massa (Costa & Nolan 1996), Corpi Sognanti. L’Arte nell’epoca delle tecnologie digitali (Feltrinelli 2001), Multimedia. L’Incrocio dei linguaggi comunicativi (Meltemi 2005), I linguaggi digitali (per la serie XXI secolo - Enciclopedia Treccani 2010).