Un’installazione che vuole replicare l’esperienza meditativa del deserto. Una camera silenziosa e bianca da visitare in pochi. È l’opera di Doug Wheeler al Guggenheim di New York. Ma non a tutti è piaciuta.

Se l’anno scorso il Guggenheim di New York finiva sulle pagine dei giornali di tutto il mondo per la  provocatoria installazione di Maurizio Cattelan, il famoso wc d’oro massiccio, quest’anno il museo newyorkese punta su un’opera di segno molto diverso. PSAD Synthetic Desert III, progetto dell’artista minimalista Doug Wheeler (Globe, Arizona, 1939), è un’installazione che immerge lo spettatore in un ambiente completamente trasformato dalla luce e dall’isolamento acustico. Lo spazio, che appare espanso grazie a un particolare sistema di illuminazione, è occupato da una distesa di sculture coniche in materiale fonoassorbente, un panorama astratto che si osserva dall’alto, sospesi su una piattaforma. I suoni esterni vengono attutiti, trasformando l’ambiente in una specie di camera anecoica, anche se in questo caso l’isolamento sonoro non è totale, con l’obiettivo di offrire un’esperienza contemplativa simile a quella che l’artista ha vissuto nel deserto dell’Arizona, sua terra natale.

LA DELUSIONE DI FORBES

Per garantire una fruizione corretta, gli spettatori vengono invitati a entrare in gruppi di massimo cinque persone, senza cellulari, e si trattengono per un periodo di tempo stabilito, che può variare tra i dieci e i venti minuti. L’opera di Wheeler, artista della West Coast americana assimilabile al movimento Light and Space, il cui rappresentante più noto è il californiano James Turrell, è stata concepita nel 1968, acquisita sotto forma di progetto dalla collezione Panza di Biumo nel 1992, e viene realizzata ora dal Guggenheim per la prima volta. Le reazioni della stampa finora sono state di segno contrastante: mentre Patricia Garcia di Vogue e Randy Kennedy del New York Times si dichiarano soddisfatti dell’esperienza e molto colpiti dall’atmosfera silenziosa e meditativa dell’installazione, Brienne Walsh di Forbes esprime la sua delusione con parole forti: “Dalle fotografie l’installazione sembra fantastica. Ma è solo fotogenica. Cosa ci dice del lavoro di Wheeler, e dell’arte in generale? Che se le galleria che ti rappresenta è potente abbastanza – Wheeler è seguito da David Zwirner – puoi trovare i soldi per realizzare qualsiasi cosa”.

-Valentina Tanni

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma e Milano. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020).