Arte, media, tecnologia. Intervista a Peter Weibel

Parola al CEO dello ZKM, ovvero il Zentrum für Kunst und Medientechnologie di Karlsruhe. Che approfondisce un tema quanto mai attuale: il legame tra arte e tecnologia, schiudendo le porte di un museo dedicato all’argomento.

SoL - ZKM - photo Zilius
SoL - ZKM - photo Zilius

Non esiste progresso tecnologico senza l’arte: il motto coniato da Peter Weibel si propaga tra le startup allestite da Code_n, la piattaforma The Global Ecosystem for Digital Pioneers, assidua presenza alla CeBIT–Global Event for Digital Business a Hannover, che quest’anno Ulrich Dietz ha dislocato nella città di Karlsruhe, allo ZKM – Zentrum für Kunst und Medientechnologie, in forma di new.New Festival. Tre giorni di avanguardia digitale aperti a 5.000 visitatori.

NUOVI INNESTI
Il connubio ZKM/Code_n scaturisce dalla necessità di attivare nuovi innesti tra arte e tecnologia, che interrompano l’impasse dei colossi dell’industria digitale dominatori del mercato. Mentre, fino a poco tempo fa, essi vivevano della corrispondenza globale dei loro prodotti, pensando di potere fare a meno dell’estro creativo delle generazioni nascenti, oggi si trovano in grosse difficoltà, poiché sopravvivono solo grazie ai flussi finanziari globali. Disrupt è la parola-cerniera di questo festival, nell’intento di attivare la rottura di un corto circuito industriale imperniato sulla promessa costante del progresso, forzando i margini della tecnologia riletta dalla media-theory.
Allo ZKM – terzo museo di arte performativa in Europa nella recente stima di The Independent “i tools sono esplorati come strumento di emancipazione e rivelazione”, precisa Peter Weibel nello sviscerare, in questa intervista, il suo passaggio da artista performativo alla direzione dell’istituzione.

SoL - ZKM - photo Zilius
SoL – ZKM – photo Zilius

Da dove prende le mosse la tua storia?
Environment del linguaggio: è il contesto di filosofi, scrittori, poeti e pensatori in cui sono cresciuto negli Anni Sessanta, che mi ha portato a comprendere il potere performativo del linguaggio, a quel tempo assunto dalla critica come strumento predominante di percezione e di lettura della realtà. Da questa esperienza adolescenziale la mia attenzione si concentra, già dal 1964, sull’espansione dei tools del linguaggio: ossia sugli attrezzi del linguaggio, che, da un lato, ne emancipano l’accesso e, dall’altro, ne circoscrivono i perimetri, ingabbiando l’azione creativa. Prima ancora della teoria di McLhuan stavo già lavorando sulla cibernetica, edotto dagli ultimi membri del Wiener Kreis in merito alle correlazioni tra struttura logica del linguaggio e struttura logica dell’universo: il limite del mondo non è il limite del linguaggio, come sosteneva Wittgenstein, il limite è dato dai tools, di cui elaboro, nel 1984, il primo libro di computer aesthetics, e di cui sviluppo le ricadute in Net Condition (1989): una mostra-indagine sulla rete e i suoi condizionamenti sulle relazioni sociali.

Come si disvelano i rapporti di forza tra tecnologia, industria e media-art?
Con la rivoluzione industriale cambia il sistema dominante attraverso un processo di personalizzazione che ha i suoi albori con l’inizio della civiltà umana, ossia con il trionfo sul Sole, dall’uso personale del fuoco fino alla domotica. Il controllo sociale nell’era post-industriale si basa sull’individuo, dal latino in-dividere: la società di massa, o meglio il mercato di massa, incluso quello dell’arte, ha l’esigenza di poggiarsi su un’unità indivisibile. Ma come l’atomo in natura, anche l’individuo non è una particella indivisibile, poiché dipende dagli strumenti con cui il soggetto si relaziona all’ambiente. Il personal computer, l’iPhone promettono libertà fittizie, poiché adoperano gli stessi tools di dominio sociale prodotti dall’industria, i media, provocando di fatto un’auto-dominazione data dalla tensione di un movimento contrastante: quello appunto del dominio sul soggetto-indivisibile, e quello della consapevolezza dell’uso degli strumenti, per cui, come già aveva previsto Foucault, attualmente impera non il cogito ergo sum, piuttosto io sono in quanto essere osservato.

Code_n_ZKM - premio 30.000 - photo Lpm
Code_n_ZKM – premio 30.000 – photo Lpm

Qual è, dunque, la strada che lo ZKM segue oggi?
Superando l’idea della prigione del linguaggio di Foucault, l’industria attuale, per impossessarsi delle risorse umane, non deve più ricorrere a shock e punizione, bensì allo sviluppo personale dei tools: trova l’essere umano pronto a regalargli la decodificazione del sé come merce senza scambi, spinto da questa tremenda felicità data dall’ossessione dell’essere presente come condizione inscindibile dall’oblio del presente: ovvero le nuove malattie del terzo millennio: paura-godimento di scomparire. Tutta l’attività espositiva, di ricerca e di archivio allo ZKM è espandere il linguaggio performativo come soggetto-critico, contro la personalizzazione come promessa di libertà.  Global control censorship (1999), libro-mostra, è una lettura critica degli strumenti di comunicazione digitale e del loro fantomatico senso di libertà-finzione. Anni dopo con Global Activism (2013), che per me rappresenta l’arte del terzo millennio, si supera il concetto di individuo: rispondendo-prevedendo che coloro inizialmente affascinati da questi movimenti avrebbero poi girato la testa, lo ZKM invita ed espone i loro tools di indagine sociale, salva-guardando le fondamenta del globalartivismo in un museo del terzo millennio, ossia un luogo di ricerca sulle arti contemporanee che non produce cataloghi ma, mio grande vanto, pubblica libri: veri trattati tematici, diffusi.

Come cambiano l’arte e l’artista secondo la teoria dei media?
Oggi anche l’artista, perse le commissioni e le committenze che lo rivelano più come imprenditore nell’ indagare il reale, pone la sua motivazione nella auto-commissione. I saloni indipendenti da cui parte la ridefinizione del ruolo dell’artista corrispondevano a una medesima finzione della modernità: quella dell’invenzione di una necessità interna all’artista, raccolta e selezionata da chi esercita il controllo sociale e l’immagine del mondo, come i vari global player, Prada, Louis Vuitton.

SoL energy
SoL energy

Lo ZKM ha colto la sfida di Code_n con una propria produzione: SoL, Symmetries of Lights, ideata da Freddy Paul Grunert, associate curator, e Fabrizio Tamburini, scientist in residence. Come si attua in questo caso il nesso tra media-art, scienza e tecnologia?
L’essere umano è privo di sensi per percepire il campo magnetico di cui fa quotidianamente uso nell’informazione e nell’investigazione della realtà. L’installazione SoL avvicina l’invisibile delle 84 simmetrie che compongono le diverse invarianti della luce, e rende visibile come ogni nostra azione cambia la struttura dell’universo.  Ciò che avviene nelle dieci dimensioni, per noi inimmaginabili, nasce da un sodalizio iniziale di sperimentazione tra campo curatoriale e ricerca scientifica: la visualizzazione non si adatta a qualcosa di astratto, né rende visibile un’astrazione, sono le immagini stesse a essere intrinseche all’astrazione. Questo è l’esordio del lavoro tra Grunert e Tamburini.

SoL magnetic
SoL magnetic

Ma l’installazione SoL applica il tool panorama screen, una macchina che appartiene alle origini dei nuovi media, perché non sviluppare un dispositivo ad hoc?
È necessario che ogni nuovo strumento si misuri con gli strumenti che hanno sancito un nuovo modo di relazionarsi al mondo: la media theory non privilegia più un unico punto di vista, né un’unica fonte, e il panorama screen è uno dei primi tools per espandere l’universo.

Come sottolinea Freddy Paul Grunert: “SoL in Code_n è un primo atto verso l’espansione dei sensi nella performance come senso che muove una nuova ottica sulla sincronia tra tecnologia-scienza-arte-economia”.

Cristina Fiordimela

http://zkm.de/

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