Nel mondo della moda, dove tutto sembra costruito per essere perfetto, desiderato e irraggiungibile, esiste una grande zona d’ombra difficile da nominare: quella della salute mentale. Un tema che per troppo tempo è rimasto ai margini, un tabù quasi incompatibile con un sistema che vive di immagine, impeccabilità e performance. Eppure, proprio lì – dietro le quinte, tra scadenze serrate, aspettative elevate e una costante esposizione al giudizio – si accumulano pressioni profonde e dolorose, spesso invisibili, che si traducono in ritmi di lavoro non sostenibili, precarietà diffusa e una pressione continua sull’immagine e sull’identità personale. Non si tratta solo di fragilità individuali, ma di dinamiche strutturali che attraversano tutta la filiera: dalla produzione al consumo, dagli studi creativi alle passerelle, fino a chi, pur non facendo parte diretta del sistema, ne assorbe immaginari e standard.
Il progetto “One Person. One Voice” di Florian Müller
Da questa consapevolezza nasce il progetto One Person. One Voice., ideato da Florian Müller, fondatore della campagna internazionale Mental Health in Fashion insieme all’artista Claudia Malecka. L’iniziativa fotografica, che rientra all’interno della stessa campagna, è finanziata da Projekt Zukunft, programma del Dipartimento per l’Economia, l’Energia e le Imprese Pubbliche del Senato di Berlino. Con oltre vent’anni di esperienza nella comunicazione del settore moda – attraverso la Müller PR & Consulting – e una formazione che unisce economia e psicologia, Müller lavora da anni per portare alla luce le pressioni psicologiche taciute all’interno dell’industria.
Il progetto mira a un cambiamento strutturale, coinvolgendo università, aziende e istituzioni attraverso conferenze, workshop, programmi educativi e pratiche creative, come la sezione curata da Müller sulla salute mentale all’interno del festival A Shaded View on Fashion Film. “Quello che cerco di fare è creare consapevolezza. Rendere normale parlare di salute mentale, ma anche offrire strumenti concreti: dove trovare aiuto e come affrontare certe situazioni”, afferma Müller.
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Le fotografie di Claudia Malecka sulla salute mentale
Accanto a lui, la regista, artista e fotografa Claudia Malecka traduce questa visione in un linguaggio visivo essenziale. La serie di trentacinque ritratti, realizzati durante la Berlin Fashion Week, costruisce uno spazio sospeso, neutro, in cui ogni distrazione viene eliminata per lasciare emergere solo le persone e le loro parole. “Dovevo rendere visibile qualcosa di invisibile. L’idea della tela sospesa nasce da lì: un elemento che sembra stabile, ma che in realtà è fragile, fluttuante, si muove con il vento. È una metafora del tema stesso”, spiega Malecka.
La pressione performativa e gli standard identitari imposti nel mondo del fashion
I trentacinque partecipanti legati all’industria o che con essa interagiscono (provenienti da design, media, artigianato, educazione e attivismo) contribuiscono con dichiarazioni personali che che affrontano la pressione performativa, l’impatto degli standard imposti sull’identità e sull’autostima, e l’urgenza di riportare ascolto, cura e spazio umano all’interno dell’industria. Tra loro figurano voci consolidate e voci nuove: Diane Pernet, pioniera del fashion film e fondatrice di ASVOFF, tra le prime piattaforme dedicate al genere; Sara Sozzani Maino, curatrice e talent scout da anni impegnata nella scoperta dei nuovi talenti della moda; il designer Julian Zigerli; il giornalista e critico di moda Alfons Kaiser, insieme ad altri nomi di creativi e operatori culturali attivi nel settore. Infatti uno degli elementi più significativi emersi dal progetto riguarda la risonanza trasversale delle testimonianze. Müller racconta: “Sono rimasto sorpreso da una cosa: ogni volta che usciva un articolo sulla campagna, ricevevo messaggi da persone molto diverse tra loro. Alcune erano figure affermate nell’industria, altre voci meno visibili ma altrettanto significative. Tutte mi dicevano la stessa cosa: non sono l’unica a stare così. Non era più una questione individuale, ma qualcosa che superava le singole esperienze. Questo, per molte persone, ha aperto uno spazio di speranza”. Il fondatore evidenzia una contraddizione interna al sistema: “Mi colpiva vedere che anche persone con grande potere, che potrebbero cambiare le cose, si limitano spesso a esprimere supporto senza riuscire ad agire davvero. Dimostrando quanto il problema sia diffuso e strutturale. Sappiamo tutti cosa accade nell’industria della moda eppure continuiamo a far finta di niente”.
Rappresentazione e salute mentale: un’urgenza per il sistema moda
Nel dialogo emerge con forza il tema della rappresentazione. Voci molto diverse convivono all’interno dello stesso progetto. Per Müller, è proprio questa coesistenza a rendere il quadro reale.“Da lì ho iniziato a costruire il progetto, ma sempre con molta attenzione. Non volevo attaccare persone specifiche, né esporre individui vulnerabili. È un equilibrio delicato quello di raccontare il problema senza strumentalizzare le persone coinvolte, restituendo la complessità del sistema.” La moda funziona attraverso un’immagine idealizzata, quasi impermeabile alla fragilità. Le persone, dentro questo sistema, spesso non hanno nemmeno gli strumenti per riconoscere il proprio disagio. E dall’esterno, la stessa illusione continua a essere alimentata.
Partendo da queste riflessioni Muller costruisce la sua campagna, facendo attenzione a non attaccare con aggressività persone o situazioni specifiche ma attraverso un equilibrio delicato parlando, come vuole il titolo del progetto, come un problema condiviso come fosse “un unica persona”, uno spazio che dia voce a chi non riesce a parlare. La salute mentale, oggi, non può più essere marginalizzata ma è il punto da cui ripensare una moda più responsabile, lucida e soprattutto umana e Florian Muller – che ha già rifiutato due volte l’acquisto della campagna da lui fondata – è determinato a non fermarsi.
Margherita Cuccia
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