Open ticket. Cosa c’entra Macron con l’industria della moda francese?

Il giorno prima del ballottaggio per le elezioni presidenziali Emmanuel Macron, a passeggio sulla spiaggia atlantica di Le Touquet, indossava berretto, jeans e felpa con cappuccio nei colori della bandiera francese. Tutto molto studiato, del resto lo “stile” della coppia presidenziale lo è sempre stato. Le giacche dal prezzo ragionevole indossate da Macron durante il […]

Il giorno prima del ballottaggio per le elezioni presidenziali Emmanuel Macron, a passeggio sulla spiaggia atlantica di Le Touquet, indossava berretto, jeans e felpa con cappuccio nei colori della bandiera francese. Tutto molto studiato, del resto lo “stile” della coppia presidenziale lo è sempre stato. Le giacche dal prezzo ragionevole indossate da Macron durante il suo primo mandato erano la risposta implicita al movimento dei Gilet jaune, anche se al suo polso è comparso talvolta un costoso Fabergé Altruist da oltre 18mila euro. Non esattamente una strizzatina d’occhio per chi non ha mancato di prendere di mira le boutique dorate del Faubourg Saint-Honoré e indicare Brigitte Macron come la nuova Marie Antoinette.

BRIGITTE MACRON E LA MODA

Brigitte Macron non sembra essersi fatta intimorire. Sul palco insieme al marito per il discorso per la vittoria di domenica 24 aprile indossava una giacca blu di Louis Vuitton con grandi bottoni argento e pantaloni abbinati: il tutto perfettamente coordinato con l’abito blu navy del marito. Brigitte in passato ha indossato altre etichette francesi, tra cui Balmain (Olivier Rousteing, il designer di questo brand, ha pubblicato una dichiarazione su Instagram lodando la rielezione di Macron) e Alexandre Vauthier. Sebbene anche le precedenti first lady si siano associate ai classici marchi francesi, con Carla Bruni-Sarkozy spesso in Dior o Hermès e Bernadette Chirac in Chanel, la predilezione di Brigitte Macron per Louis Vuitton è qualcosa che va al di là di un’affinità di gusto: come è facile verificare dall’account Instagram dedicato al suo stile

Fondation Louis Vuitton

Fondation Louis Vuitton

POLITICA FRANCESE E COMMERCIO

Vuitton fa capo alla più potente multinazionale del lusso esistente, quella LVMH di proprietà di Bernard Arnault, al terzo posto tra gli uomini più ricchi al mondo solo dopo Elon Musk e Jeff Bezos. Un salotto di ricconi dunque? Un gioco di specchi riservato alla “perfida” élite dell’1%?  Non è proprio così. Se è vero che la Francia rappresenta il 5% della spesa mondiale per il lusso, il Paese ospita i suoi più forti battitori, oltre a LVMH, (Louis Vuitton, Dior, Fendi tra gli altri) c’è Kering, (Gucci, Saint Laurent e Balenciaga tra gli altri), Chanel, Hermès… e nel suo complesso l’industria della moda francese è sinonimo di 150 miliardi di euro in vendite dirette, di un milione di posti di lavoro e del 2,7% del PIL nazionale. Come è noto, poi, l’influenza della couture francese non si ferma ai numeri, un solo esempio: Louis Vuitton è anche il nome di uno dei nuovi musei parigini, la Fondation Louis Vuitton, inaugurata nel 2014, disegnata da Frank Gehry e destinata a divenire un “regalo” per la città di Parigi che ne sarà proprietaria a tutti gli effetti nel 2070. Il sospiro di sollievo per la riconferma del presidente da parte del fashion system francese è stato dunque profondo. Questa industria elogia il sostegno che Macron ha rivolto agli apprendistati, che sono fondamentali per l’artigianato di lusso. Nel 2020 è stata approvata una legge ad hoc che favorisce il reclutamento di manodopera artigiana. Il settore ha bisogno di 20mila artigiani in più ogni anno per sostenere la domanda crescente dei consumatori di lusso americani ma soprattutto cinesi. Nell’agenda di Macron non è mancato poi l’interesse per le startup di moda francesi, aiutate attraverso finanziamenti provenienti dalla banca di investimento pubblica BPI. E poi l’aiuto ad aziende trovatesi in forte difficoltà durante i due anni di pandemia attraverso il programma di “disoccupazione parziale”: LVMH, Kering, Chanel, Hermès non lo hanno utilizzato, ma molti più piccoli ne hanno davvero avuto bisogno.

L’INCUBO LE PEN

Marine Le Pen, durante tutta la sua campagna elettorale, si è guardata bene dall’avvicinarsi a un qualsiasi marchio. In caso di vittoria il suo piano per il “patriottismo economico” avrebbe significato secondo gli analisti un impatto negativo sul CAC 40, la borsa francese. La sua “preferenza nazionale per l’occupazione” avrebbe senza dubbio discriminato i lavoratori stranieri, ma l’industria della moda impiega stranieri a tutti i livelli, anche nei posti di leadership del design. A preoccupare era l’intenzione di mettere in atto condizioni che avrebbero fatto scivolare il Paese verso “Frexit” (la Brexit francese), determinando un impatto negativo su regolamenti e tariffe, e di conseguenza sull’economia francese di tutti i settori. L’incubo per il momento scongiurato non è però seppellito. A Macron resta molto da fare: il prossimo giugno, le elezioni legislative determineranno se il suo partito supervisionerà la maggioranza all’Assemblea nazionale. Delphine Iweins, autrice di Les vrais pouvoirs du président, esamina a fondo il complesso scenario in cui si dovrà muovere.

Aldo Premoli

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Aldo Premoli

Aldo Premoli

Milanese di nascita, dopo un lungo periodo trascorso in Sicilia ora risiede a Cernobbio. Lunghi periodi li trascorre a New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e…

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