Moda e sostenibilità. Siamo sulla strada giusta?

Mentre è in corso a Glasgow la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, anche la moda riflette sull’impatto del settore tessile-abbigliamento nei confronti dell’ambiente. Ma proprio tutti stanno adottando le strategie più virtuose?

La sfilata di Gucci sull’Hollywood Boulevard
La sfilata di Gucci sull’Hollywood Boulevard

Il tessile-abbigliamento è un comparto produttivo per sua natura inquieto e quel che accade al suo interno è da sempre contraddittorio. La cronaca più recente vede ad esempio Marie-Claire Daveu, responsabile per la sostenibilità e gli affari istituzionali di Kering (il gruppone di monsieur Pinault), rilasciare, a proposito del convegno in corso a Glasgow, una dichiarazione di questo tono: “COP26 è un grido di battaglia affinché la nostra industria si impegni nuovamente per essere migliore, dobbiamo tutti fare un duro lavoro non solo per rimanere in linea con le riduzioni delle emissioni, ma anche per ripristinare i sistemi naturali su cui abbiamo fatto affidamento per secoli. Solo così potremo essere veramente al servizio del nostro pianeta e del nostro futuro”.

LA SFILATA DI GUCCI A LOS ANGELES

Poche ore prima, a Los Angeles, Gucci, il più celebre tra i brand di Kering appunto, si è esibito in uno show milionario dove il direttore artistico Alessandro Michele ha presentato in streaming ad almeno 3 milioni (!) di utenti collegati e a centinaia di astanti (tutti coerentemente brandizzati) 115 uscite di ispirazione hollywoodiana. Abiti da grande occasione enfatizzati da un ricchissimo accompagnamento di accessori: il tutto realizzato in una mirabolante varietà di tessuti e materiali destinati al più rapido e ludico dei consumi e alle conseguenti impegnative (se mai realmente possibili) pratiche di smaltimento. La passerella dove hanno sfilato decine di modelli multigender? Niente di meno che il selciato dell’Hollywood Boulevard chiuso alla circolazione per l’occasione.

COP26 A GLASGOW

È impossibile che il pensiero non corra per contrappasso ad altri giovani ‒ coetanei o forse ancora più giovani rispetto a quelli visti sfilare sul Boulevard a Los Angeles: quelle decine di migliaia che hanno sfilato per le vie della Glasgow del COP26 venerdì 5 novembre: magari sommariamente abbigliati, ma portatori di una chiassosa quanto conseguente weltanschauung. 130 capi di Stato e i rappresentanti di centinaia aziende la scorsa settimana a Glasgow si sono impegnati a porre fine alla deforestazione, eliminare gradualmente le centrali elettriche a carbone e mobilitare trilioni di dollari per iniziative ecologiche: ma tutto questo è destinato a divenire realtà solo sostituendo il pensiero e i metodi che hanno portato a questa crisi.
Un nuovo rapporto realizzato da Oxfam, in collaborazione con lo Stockholm Environment Institute (SEI), mostra come per raggiungere gli obbiettivi di cui discutono i delegati al COP26 ciascun abitante del pianeta dovrebbe inquinare la metà rispetto a quanto accade oggi: dovrebbe farlo ogni persona sul pianeta entro il 2030. Si tratta però di cifre “medie”, che prese a sé assolvono tutti e nessuno. Perché è acclarato che la metà più povera della popolazione mondiale nel 2030 peserà sulle emissioni di gran lunga meno di quanto richiesto dal target di 1,5 gradi. Mentre è l′1% più ricco (80 milioni di persone, poco meno della popolazione tedesca) e il seguente 10% a superare questo livello di 30 volte per la più ristretta delle minoranze e di 9 volte per la successiva.

Manifestazione durante la COP26
Manifestazione durante la COP26

MODA, AMBIENTE E FUTURO

Di certo il tessile-abbigliamento non l’unico comparto produttivo responsabile del riscaldamento globale, ma è responsabile da solo di qualcosa come l’8-10% delle emissioni di gas serra. Ne hanno coscienza i signori della moda? Certo che sì e di recente hanno cominciato a occuparsi seriamente del problema. Il modello classico di produzione finalizzata all’acquisto compulsivo è ormai da tutti ritenuto non più proponibile. Anche aziende di dimensioni contenute si stanno dotando di figure un tempo impensabili come gli ingegneri per la sostenibilità, segno della messa in atto di strategie che esaminano ogni aspetto della loro catena, dove si annida il 90% delle emissioni che vanno a carico del fashion. La sostenibilità del resto comincia a non essere più percepita come un vincolo alla “creatività”: un “creativo” di nuova generazione può viverla come un’opportunità, per dare riposta alla pressione montante proveniente sia dai clienti (come rivela il recente rapporto Censis sull’argomento) che dagli investitori (analisi BlackRock 2020).
L’intero settore è in rapidissima evoluzione e suonano davvero passé gigantismi fine a se stessi, concezioni stilistiche megalomani e conseguenti produzioni non commisurate ai reali numeri di vendita: di collezioni presentate in questo solco purtroppo se ne sono viste ancora parecchie in questo secondo semestre del 2021.
E tuttavia l’intero “sistema moda” sta ripensando all’insieme delle sue dinamiche: la moda si appresta a uno sforzo gigantesco ma non più eludibile. I segnali di questa trasformazione ci sono: anche in Italia fioriscono ovunque nelle scuole di fashion design master dedicati alla sostenibilità: al Politecnico di Milano come allo IED di Como, che fa capo a un distretto di produttori di alta qualità, sono stati attivati insegnamenti dedicati a una generazione che sembra (deve) voler prendere in mano il proprio futuro. Restiamo ottimisti.

Aldo Premoli

LA REPLICA DI GUCCI

Ci dispiace leggere il riferimento a Gucci Love Parade in un articolo su moda e sostenibilità ‒ riferimento che purtroppo non coglie quanto fatto da Gucci in materia di sostenibilità e, nello specifico, di eventi sostenibili. L’evento citato, Gucci Love Parade, è infatti certificato secondo lo standard internazionale ISO 20121 ‒ che fornisce indicazioni per la progettazione di un evento sostenibile in tutte le sue fasi e che Gucci ha ottenuto (prima volta assoluta per un brand del lusso) in occasione della sfilata Primavera/Estate 2020 del settembre 2019. Nel 2020, questo tipo di certificazione è stata estesa anche agli eventi digitali e alle campagne pubblicitarie Gucci. Al fine di garantire che la gestione di questi eventi sia allineata allo standard ISO 20121, Gucci si affida a un’organizzazione terza accreditata, Bureau Veritas, che verifica regolarmente il sistema di gestione, il processo di raccolta dati e le diverse fasi della produzione.
Per fornirvi qualche esempio pratico, la maggior parte delle attrezzature e degli elementi di produzione utilizzati per Gucci Love Parade è stata noleggiata o pensata per un riutilizzo futuro. Ad esempio, sono stati utilizzati materiali riciclati per la produzione di elementi del set e le sedie da regista adoperate nello show saranno riutilizzate.
In occasione della sfilata di Los Angeles, Gucci ha anche collaborato con EcoSet per raccogliere e donare alcuni dei materiali utilizzati alla comunità locale dopo l’evento. Inoltre, per la produzione sul set, sono state considerate le migliori pratiche relative alla gestione dei rifiuti in loco, allo smistamento e al riciclo, mentre per il catering, EcoSet ha donato il cibo in eccedenza alle comunità locali dopo l’evento.
Altro aspetto importante da segnalare è che lo show è carbon neutral, in linea con gli impegni intrapresi da Gucci, carbon neutral dal 2018 (per maggiori informazioni: https://equilibrium.gucci.com/it/siamo-interamente-carbon-neutral/).
L’impronta ambientale dello show è stata misurata e verificata con il supporto di ReteClima e comprende elementi come: il trasporto e l’alloggio dei partecipanti (ospiti, dipendenti, produzione, modelle…); il trasporto di merci; il consumo di energia; il consumo di materiale per le installazioni; il catering; i rifiuti e la comunicazione. Tutte le emissioni di gas serra associate all’evento saranno compensate attraverso il progetto Kariba REDD+ in Zimbabwe.
Ringraziandovi dell’attenzione, cogliamo l’occasione per invitarvi a visitare Gucci Equilibrium (https://equilibrium.gucci.com/it/), la piattaforma che racconta il nostro impegno a generare un cambiamento positivo per le persone e per il nostro pianeta.

LA CONTROREPLICA DI ALDO PREMOLI

So cogliere e sono attento a quanto scrivo. Negli Usa è ormai consuetudine che eventi di questa portata siano carbon neutral. E difatti nel mio articolo nessun riferimento viene fatto a questo. Gli unici materiali a cui faccio riferimento sono quelli con cui è costruita la collezione: ben altra cosa… Bello in ogni caso vedere come i potentati economico-finanziari della moda siano attenti a questi argomenti. Dà speranza…

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualmente è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiesta” e direttore della piattaforma hyper local "SudStyle". Curatore indipendente di mostre che fanno da ponte tra arte e scienza. In Sicilia ha fondato “Mediterraneo Sicilia Europa onlus”, in Lombardia “La Cernobbina Art Studio”. Svolge attività di visiting professor per accademie del nord come del sud della Penisola.