Fashion Film Festival Milano. Intervista alla fondatrice

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Parola a Constanza Cavalli Etro, fondatrice del Fashion Film Festival Milano, andato in scena quest’anno in versione digitale.

Il Fashion Film Festival Milano si è da poco concluso e quest’anno, complice la sfida lanciata dal digitale e a sette anni dalla sua nascita, abbiamo scelto di intervistare la sua fondatrice Constanza Cavalli Etro, con cui condividiamo la passione per una visione della moda che travalichi la sola dimensione estetica, a favore di un maggiore approfondimento degli aspetti socioculturali, etici, ambientali e relativi al mondo del consumo.

Il Fashion Film Festival Milano è giunto alla sua settima edizione. Sarebbe interessante però partire dall’inizio e approfondire le ragioni e la vocazione che hanno guidato la sua nascita e crescita.
Quando ho vissuto in Messico ho realizzato la settimana della moda messicana, il festival di cinema latinoamericano e, inoltre, ho diretto la mia azienda di comunicazione. Erano e sono le mie tre passioni: la moda, il cinema e il poter creare e comunicare dei progetti contemporanei. Una volta arrivata a Milano, quasi quindici anni fa, vedendo da vicino molti eventi di moda, ho iniziato a pensare che mancasse qualcosa con uno spirito più inclusivo, aperto ai giovani e a un pubblico diverso, più democratico, ma sempre con una forte attenzione alla qualità. In parallelo c’è stata la nascita dei fashion film che mi hanno subito colpito per la loro forza, emotività e spazio creativo, risorse per il mondo della moda e non solo. Sapevo che era nato un nuovo, forte e rivoluzionario mezzo di comunicazione che univa la moda con l’arte in tutta la loro pienezza. Di fatto oggi lo storytelling è fondamentale per comunicare una collezione, un pensiero, un progetto o solo l’anima del brand. Così nel 2014 è nato il Fashion Film Festival Milano (ho scelto Milano come celebrazione e omaggio alla capitale della moda e del Made in Italy a livello internazionale). Con il FFFMilano ho voluto creare un momento diverso da tutti gli altri, che potesse mostrare un nuovo lato della moda, quello culturale, sociale e di contenuto. Un evento di altissima qualità, d’avanguardia, con i player più importanti del mondo della moda, del cinema e dell’arte, a supporto dei giovani talenti.

Che cosa volevate comunicare?
Con il festival, che dal primo giorno è sempre stato gratuito, abbiamo voluto aprire la moda alla gente, alla città, creando un punto di incontro, una community di persone creative che potessero trovare un luogo di scambio e arricchimento. Ho creato il principio de “il Grande aiuta il Piccolo”, pensando appunto a fare vivere e convivere i giovani talenti, designer, registi, brand emergenti con i maestri, i grandi nomi della moda, il cinema e la cultura, dando così un supporto, uno spazio, un trampolino di lancio ai giovani e generando un incubatore di talenti da tutto il mondo, unico nel suo genere. Moltissimi registi emergenti hanno lanciato la loro carriera grazie al festival. La nostra volontà è stata fin dall’inizio quella di rimescolare le carte e di proporre un punto di vista diverso, aperto, democratico e inclusivo. Sono molto orgogliosa di essere diventati, alla settima edizione, l’evento di riferimento a livello mondiale dei fashion film, o del connubio tra moda e cinema, guadagnando il rispetto, la fiducia e il sostegno dei grandi nomi dell’industria della moda, del cinema e dell’arte.

Parlare di moda oggi significa fare riferimento non solo agli abiti, ma a un sistema molto complesso, da un punto di vista economico e culturale, costituito da una grande varietà di “attori” e da universi di problemi e opportunità che non possono prescindere dalla dimensione sociale, spesso anche dal trio etica-estetica-etnicità. In che modo nel festival avete cercato di rappresentare questo mondo, di cui capita vengano date letture di superficie?
Il festival è un punto di incontro e un ponte culturale; riceviamo film da più di 58 Paesi. Fin da subito l’obiettivo che ci siamo prefissati è stato quello di dare spazio e voce alla cultura che c’è nella moda, alle tematiche contemporanee, aprendo un dibattito sulle questioni più urgenti, come ad esempio la sostenibilità e il supporto al talento delle donne. Con i progetti speciali FFFMILANOFORGREEN e FFFMILANOFORWOMEN abbiamo voluto portare all’attenzione tematiche che non si sarebbero più potute (e dovute) ignorare perché di fondamentale rilevanza socioculturale, approfondendole attraverso contributi e opere che potessero sensibilizzare il pubblico, in uno spazio aperto e senza barriere. Di anno in anno, attraverso il “glamour” della moda, siamo stati in grado di portare all’attenzione tematiche delicate e forti, con un grande riscontro e interesse da parte del pubblico. Per esempio quando nel 2017 abbiamo presentato l’anteprima europea di River Blue durante la fashion week di settembre (documentario che parla di come il fast fashion del denim abbia distrutto fiumi come il Fiume Giallo in Cina o il Gange in India), o come in questa edizione con Made In Bangladesh (film vietato in Bangladesh e che tratta lo sfruttamento delle donne nella catena produttiva), o ancora Let It Be Law di Juan Solanas (documentario meraviglioso, premiato a Cannes l’anno scorso, che parla del diritto all’aborto in Argentina) o ancora I Am Greta (documentario su Greta Thunberg).

Constanza Cavalli Etro. Photo Pablo Arroyo
Constanza Cavalli Etro. Photo Pablo Arroyo

LE PELLICOLE DEL FASHION FILM FESTIVAL MILANO

Halston di Frederic Tcheng ha aperto questa edizione del festival. In un mondo in cui in buona parte è stato destituito il mito dello stilista o del fashion designer nella direzione di un marchio di moda, che significato ha riproporlo attraverso una sguardo rivolto al passato?

Il documentario racconta un visionario, una figura che ha saputo andare oltre il suo tempo ed essere estremamente all’avanguardia. Il messaggio che il film trasmette è proprio quello di una persona che ha voluto seguire i suoi sogni e restare fedele alle sue idee, anche se non sempre capito, riuscendo a rivoluzionare il sistema della moda di quegli anni. È un messaggio estremamente contemporaneo, specialmente oggi che siamo tutti posti di fronte a nuove sfide e difficoltà; è un messaggio positivo di fiducia in sé stessi e di passione per il proprio lavoro. Halston rappresenta, più che il mito dello stilista, un personaggio estremamente carismatico, il genio creativo senza limiti e allo stesso tempo il grande imprenditore.

E per quanto riguarda la première italiana di quest’anno, Made In Bangladesh di Rubaiyat Hossain?
Il film Made In Bangladesh è una testimonianza fondamentale, che non sarà mai sufficientemente raccontata finché le cose non cambieranno realmente. È un film importante perché riesce, in maniera molto diretta ma coinvolgente, a trasmettere i problemi reali che affliggono il sistema del consumismo e le conseguenze etiche e sociali che le dinamiche del fast fashion e della produzione a basso costo hanno sulle vite umane. Questo film è stato vietato in Bangladesh ed è stato realizzato da una regista donna che ha voluto a tutti costi raccontare una realtà che sta vivendo il suo Paese e le sue donne. Per me è una questione di principi e responsabilità morale quella di potere dare voce e aiutare ad amplificare tali questioni.

Quali obiettivi persegue FFFMILANOFORWOMEN?
Fin dalla fondazione del progetto FFFMILANOFORWOMEN il nostro obiettivo è stato quello di dare uno spazio libero alla voce delle donne, al loro talento e creatività, alle diverse realtà a livello mondiale che lottano per i nostri diritti. Attraverso incontri con registe e personaggi di rilievo (Alina Marazzi, Franca Sozzani, Casey Legler, Lisa Vreeland, Patrizia Moroso, Jo Squillo, Claudia Donaldson, Leat T e Anna dello Russo, per citarne alcune), e dunque, attraverso discussioni su varie tematiche e approfondimenti, abbiamo cercato di valorizzare il talento femminile, purtroppo ancora poco rappresentato nell’industria della moda e del cinema. Il progetto è anche uno spazio di dialogo rispetto a temi delicati, tra cui il diritto all’aborto. Il festival è un progetto internazionale, inclusivo, e ogni anno riceviamo testimonianze da tutto il mondo, anche da Paesi in cui ciò che diamo per scontato non lo è, per cui per noi è fondamentale abbracciare tutte le realtà culturali e dar loro voce, creando una consapevolezza maggiore.

Matteo Garrone for Christian Dior Couture, Le Mythe Dior (2020). Still da film. Courtesy Fashion Film Festival Milano
Matteo Garrone for Christian Dior Couture, Le Mythe Dior (2020). Still da film. Courtesy Fashion Film Festival Milano

SOCIETÀ E MODA

Il tema di Let It Be Law di Juan Solanas è la lotta per il diritto all’aborto in Argentina. In che modo tornare a discutere sul diritto all’aborto può essere importante anche per le nostre società?
Let It Be Law documenta la fermezza delle donne che lottano coraggiosamente per assicurarsi il diritto all’autodeterminazione fisica, la libertà di decidere del loro corpo, il diritto alla salute, e testimonia la loro massiccia mobilitazione nelle strade di Buenos Aires.
È un documentario potente, militante, che rivela l’urgente e vitale lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne. Quando abbiamo voluto questo film, al di là del fatto di credere assolutamente in quello che si lottava, e che per fortuna il 29 dicembre 2020 abbiamo raggiunto in Argentina (la legge è passata!!), abbiamo voluto mostrare anche la resilienza, la forza, la passione e soprattutto il coraggio delle donne. Questo coraggio e sensibilità sono universali e assolutamente ispiranti, e in questo momento storico mi è sembrato importante ricordare che tutte noi ce l’abbiamo dentro.

Da un lato il sistema moda produce una grande varietà di comunicazione, dall’altro sembra sempre culturalmente sotto rappresentato al di fuori dei suoi circuiti, di fronte a un pubblico popolare. Forse più che puntare sulle narrazioni brevi sarebbe interessante iniziare a stimolare la produzione di più narrazioni cinematografiche, documentaristiche e seriali sulla moda?
I fashion film, ovvero i cortometraggi che partecipano al festival, sono un genere a sé. Essendo stati creati e pensati per il web e i canali social per oltrepassare i circuiti più tradizionali e raggiungere un pubblico più trasversale creando engagement e una community più allargata, la loro durata viene determinata dai canali attraverso cui vengono diffusi. Negli anni i fashion film sono riusciti a diventare uno strumento fortissimo, quasi indispensabile, riuscendo a raffigurare la contemporaneità socioculturale in un modo incredibile. Vere opere cinematografiche, con una narrazione propria e articolata. In questo senso, anche attraverso il festival, ci rendiamo conto di quanto riescano a raggiungere il pubblico popolare. È questa la grande forza dello storytelling rappresentato nel festival ogni anno. Inoltre, sono d’accordo che la moda, il Made in Italy e la sostenibilità, insomma il valore intrinseco della moda, potrebbero perfettamente essere raccontati anche in formati più lunghi e con taglio documentaristico, adesso più che mai, con il digitale che chiede costantemente contenuti nuovi.

L’edizione del 2021 si è spostata online, sorte toccata un po’ a tutti i festival di cinema nell’anno appena trascorso. In che modo il digitale può essere una sfida numericamente importante per la moda?
Il digitale è stata sicuramente una sfida; è un tipo di esperienza molto diversa ma con grandi potenzialità. Come festival, ad esempio, ricevendo film da circa 60 Paesi, è stata un’opportunità per non restare confinati in una sola città e poterci espandere internazionalmente, per diventare ancora più aperti e democratici, senza confini territoriali. È tuttavia uno strumento che va utilizzato in un modo diverso dal reale, dagli eventi fisici, per questo anche per molti brand di moda non è stato semplice riadattarsi alla nuova realtà che oggi viviamo. Alcuni erano sicuramente pronti, da anni lavoravano sul digitale in modo incredibile, altri invece hanno dovuto affrettare i processi. Oggi abbiamo visto come non si possa più evitare, ma come si debba sfruttare questo potenziale nel migliore dei modi, come uno strumento a nostra disposizione.

‒ Carlotta Petracci

fashionfilmfestivalmilano.com

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.