Vestire da pittore durante il lockdown. La storia (con corsi e ricorsi) della Chore Coat

Se non vi piace lavorare in smartworking indossando felpa e pigiama questo capo fa per voi. Ecco chi lo ha reinterpretato, da Giorgio Correggiani a van Gogh

van Gogh
van Gogh

Gli anglosassoni la chiamano Chore Coat: e difatti si tratta della giacca da lavoro utilizzata dai braccianti in Inghilterra e dagli spazzini in Francia nel XIX secolo. Oltre che da pittori come Renoir, van Gogh e Gauguin, che saranno pure stati degli intellettuali ma senza utilizzare braccia e mani non avrebbero prodotto le proprie opere. Di nuovo c’è che questo indumento “multitasking” (ma il termine allora non era stato ancor inventato) dall’inizio della pandemia sta vivendo un grande ritorno. Questa giacca longuette, morbida e sfoderata, sempre dotata di tre ampie tasche, è diventata in tutto il mondo una copertura predefinita per legioni di smartworker obbligati a lavorare da casa. 

COME È FATTA UNA CHORE COAT 

È sfoderata: quindi sufficientemente indulgente per adattarsi a corpi di tutti i tipi, compreso quello di chi non vede una palestra da sei mesi. I tasconi sono perfetti per infilarci di tutto: ieri stracci e pennelli, oggi gadget elettronici di ogni tipo, primo fra tutti il cellulare – anche se vista l’ampiezza del ricovero finisce inevitabilmente per posizionarsi in modo sbagliato -. Facile da reperire online è disponibile in una vasta gamma di prezzi. Le opzioni sono infinite, si va dalla versione in denim ruvido a quella in chambray di cotone, passando per il velluto a coste e la lana elasticizzata: quest’ultima più consona per uscire di casa onde raggiungere a pochi isolati il drugstore di turno. Certo è un capo soprattutto maschile, ma può adattarsi pure a signore e signorine dall’aria laboriosa, attratte all’abbigliamento minimal e utilitarian. 

ALL’INIZIO FU GIORGIO CORREGGIARI 

A ben vedere non è la prima volta che torna in auge. Era già accaduto a metà degli anni 70 quando divenne un must per un celebre (a quel tempo) Giorgio. Non l’immarcescibile Armani, ma Correggiari. Giorgio Correggiari (è mancato nel 2011) – meno fortunato tanto del suo omonimo che di Domenico Dolce  che proprio in quel periodo lavorava come assistente nel suo studio – ma in ogni caso un creativo a tutto tondo, uno di quelli che stava a monte della fortunata valanga del Made in Italy negli anni ‘80. Correggiari chiamava la Chore Coat giacca-camicia e la proponeva in versione super minimalista: uno ”straccio” utile da trasportare ovunque con pochi bottoni e senza colletto, in questo anticipando i designer giapponesi che sarebbero emersi di lì a poco.  Questa forma gli piaceva a tal punto da continuare a riproporla all’infinito anche nel nuovo millennio. 

SNOBISMO ALLO SPECCHIO 

La nuova fortuna di questo capo ora però viene dal basso. Niente proposte dal fashion (fatta eccezione per J W Anderson in una capsule disegnata per Uniqlo). Molti infatti durante il lockdown si sono trovati a qualsiasi fuso orario ad occupare per lavoro gli spazi in cui solitamente dormono. Ne consegue che in parecchi si sono accontentati di affrontare ogni nuovo giorno indossando una felpa sopra i pantaloni del pigiama, anche seduti al tavolo da cucina trasformato in scrivania. Postura, status e riconoscimento della gerarchia aziendale, addio: meglio il comfort di indumenti per lo più informi. Altri però hanno reagito: complice un po’ di snobismo da specchio casalingo e una salutare disciplina mentale. Per costoro – costi quel che costi – non ha senso abbandonare i rituali quotidiani della toelettatura: doccia, rasatura, deodorante. Sono questi i necessari atti di partenza, per arrivare dalla camera da letto alla scrivania, anche se è posta poco più in là. Quindi ecco il gesto che è anche psicologico di indossate la giacca-(camicia) che si può poi sfilare con comodo verso le 18, davanti a un bicchiere di vino rosso. Un altro gesto che scandisce un altro momento topico di questo strano tempo che stiamo vivendo e che ha regalato nuova fortuna alla Chore coat.

  Aldo Premoli 

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post”. Direttore della piattaforma super local “SudStyle.it”; senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide; a Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Dal 2020 visiting professor presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.