Fashion e Realpolitik: i marchi del lusso (anche italiani) si scusano con la Cina

Mentre imperversano le proteste di piazza ad Hong Kong, la politica colpisce anche la moda. Ecco cosa è accaduto in Cina ad una serie di marchi di moda occidentali per aver prodotto capi di vestiario non graditi alla Repubblica Popolare Cinese.

Le gaffe dei brand di moda con la Cina
Le gaffe dei brand di moda con la Cina

Sono nervose le autorità cinesi ad Hong Kong: già da qualche mese Pechino ha incrementato le indagini di polizia in merito a come le società straniere che operano in Cina si rapportano ai territori semi-autonomi come Hong Kong e Macao. E questo perché Hong Kong non vuole diventare cinese per una serie di ottime ragioni. Ad esempio gli abitanti sono molto più ricchi: quasi 40 mila dollari di reddito annuo pro capite contro i 7 mila di chi vive nel Continente. Agli occhi di Pechino tuttavia Hong Kong non è più solo una lucrosa piazza finanziaria, ma anche un tassello decisivo per i piani di sviluppo che sono alla base della sfida al dominio globale degli Stati Uniti. Pechino desidera infatti fondere in un’unica macchina da soldi la Borsa di Hong Kong, le start up di Shenzhen, le manifatture di Guangzhou e le attrazioni di Macao e Zhuhai.

I MARCHI DEL LUSSO SOTTO LA LENTE

Le ultime manifestazioni di piazza hanno portato la tensione alle stelle. È tocca ora ai marchi del lusso subire pressioni di ogni tipo: soprattutto online, qualsiasi pretesto è buono per presentare sbandierare la minaccia di potenze occidentali ostili circa le rivendicazioni territoriali cinesi. Ad esempio, Coach, Givenchy e Versace lo scorso lunedì 12 agosto si sono profusi in messaggi di scuse per aver messo in produzione modelli di T-shirt che avrebbero attentato alla sovranità del Paese. Milioni di utenti online hanno quindi chiesto il boicottaggio dei prodotti di queste aziende in seguito alla pubblicazione delle immagini di queste T-shirt su Sina Weibo, l’alias cinese di Twitter. Weibo ha diffuso l’immagine di una T-shirt nera by Versace che avrebbe abbinato il nome di alcune città ai paesi corrispondenti. Per intenderci, i nomi “Macau – Macao” e “Hong Kong – Hong Kong” sarebbero stati stampati sul retro del capo in un elenco in cui apparivano ad esempio “Beijing – China” e “Rome – Italy”. E, ovviamente, si è scatenato l’inferno. Immediatamente Versace, in un post pubblicato sui suoi account Instagram e Weibo, ha fatto sapere di aver commesso un errore e di aver smesso di vendere il prodotto. Inoltre, di aver distrutto le magliette rimanenti il 24 luglio scorso. Donatella Versace in persona ha dichiarato: Versace ribadisce che amiamo profondamente la Cina e rispettiamo risolutamente il territorio e la sovranità nazionale della Cina”.

I RAPPORTI TRA MODA OCCIDENTALE E CINA

E certo. Gli acquirenti cinesi rappresentano almeno un terzo delle vendite di lusso in tutto il mondo e due terzi della più recente crescita globale. Nonostante le scuse l’attrice cinese Yang Mi, già testimonial di Versace, ha rotto il contratto con il brand italiano. “L’integrità territoriale e la sovranità della madrepatria sono sacre” ha postato su Weibo. Dopo la t-shirt di Versace su Weibo è spuntata quella prodotta da Coach. Colpevole di aver realizzato una stampa a disegno che non identificava Hong Kong come parte della Repubblica Popolare Cinese. Il capo in realtà era già stato rimosso dalla vendita lo scorso maggio 2018: indicava anche – altra “aggravante” – Taiwan come paese indipendente. Anche Coach si è profusa in scuse. “Siamo pienamente consapevoli della gravità di questo errore e ne siamo profondamente dispiaciuti”, ecco il messaggio, pubblicato sui canali ufficiali della azienda sulle piattaforme Twitter e Instagram. “Coach prevede uno sviluppo a lungo termine in Cina, e rispettiamo i sentimenti del popolo cinese”. Coach, che è di proprietà di una holding del lusso con sede a New York, ha perso a sua volta un’importante testimonial cinese: “Chiedo scusa a tutti per il danno che ho causato a causa della mia scelta poco attenta di questo marchio!”: così la modella e attrice Liu Wen sempre a mezzo Weibo lunedì 12 agosto. Nello stesso giorno il vocabolo “Coach” è stato uno dei più cliccati su Weibo: 1,2 miliardi di visualizzazioni.

GIVENCHY E D&G

Lo stesso giorno pure Givenchy si è scusato su Instagram per un altro disegno apparso su una t-shirt dove Hong Kong e Taiwan apparivano paesi autonomi. Venduta a 565 dollari sull’ e-commerce cinese LiFang, è stata immediatamente rimossa. Il marchio, di proprietà del conglomerato francese di Arnault ha dichiarato, sul social network cinese, di “rispettare sempre la sovranità cinese“. Inutile ricordare quel che è successo lo scorso anno a Dolce & Gabbana per la pubblicità che mostrava una modella cinese in difficoltà con spaghetti e pizza affrontati con le bacchette. Con i cinesi si scusano tutti, compagnie aeree, case automobilistiche, operatori alberghieri…  l’anno scorso, lo aveva fatto persino il marchio fast fashion americano Gap: sempre per lo stesso motivo, la vendita di T-shirt e felpe che secondo le autorità cinesi portavano stampata una “mappa errata” della Cina.

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Onlus Mediterraneo Sicilia Europa che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà.