Aldo Premoli torna sulle derive del fashion system e prende in esame l’atteggiamento quasi sempre entusiasta dei media. Senza risparmiare nessuno – nemmeno Artribune.

Al cretinismo come pericoloso virus del fashion avevo già accennato in un precedente e intervento. Allora però formulavo un ragionamento che si concludeva con un punto di domanda finale. Perché, quando si tratta di materia percettiva, la verità non ce l’ha in tasca nessuno e il punto di domanda è d’obbligo. Ora però è il punto esclamativo a diventare d’obbligo. Perché l’infezione dilaga davvero virulenta. Non mi riferisco all’ultima sfilata del noto marchio fiorentino (da quattro lustri appartenente a una conglomerata del lusso francese) dove nessuno tra le sopraffine menti dell’ufficio stile pare abbia mai guardato negli occhi di un allettato in una corsia d’ospedale.
No, la mia attenzione la rivolgo agli operatori dei media schierati ai piedi delle pedane su cui si svolgono le semestrali fashion week europee. E mi chiedo come sia possibile che nel 2018 un settore importante per l’economia italiana (+6,9% nel 2017) possa essere trattato ancora una volta così.
Tutto bellissimo! Tutto geniale! Wow e stra-wow!
Un riflesso condizionato delle trascorse glorie del made in italiano? O forse un condiviso sentimento di prudenza perché il pubblico non venga disturbato nel percorso breve ma delicato tra lo scaffale dove sono allineati i prodotti e la cassa? Il pubblico (che in questo caso equivale a cliente) è da considerare così celebroleso? Altri punti di domanda, lo so.

Oliviero Toscani, Unilook. Lui e lei alla stessa maniera, L'uomo Vogue, 1971-72
Oliviero Toscani, Unilook. Lui e lei alla stessa maniera, L’uomo Vogue, 1971-72

DA BAILEY ALLA STAMPA

Dunque: tutto bellissimo! Tutto geniale! Wow e stra-wow! Non sembra pensarla così Christopher Bailey, per dieci anni alla testa di Burberry, che durante la fashion week londinese si è espresso così: “È un momento incasinato. Una situazione davvero difficile da processare, ci sono così tante cose in movimento… Così tante cose spiacevoli, così tanti cambiamenti nel modo in cui occorre guardare alla moda, ai gruppi che la producono, al modo in cui il pubblico acquista. Come industria la moda deve interrogarsi seriamente a proposito dei suoi comportamenti, dei valori che incarna, del modo in cui da sempre vengono fatte le cose. È davvero un momento confuso”.
Ma la voce di Bailey, per quanto autorevole, finisce col perdersi tra decine, centinaia di Tutto benissimo! Tutto bellissimo! Tutto geniale! Wow e stra-wow! Influencer, blogger e fashion journalist sono ancora una volta estasiati di fronte a tanta incomparabile bellezza. Gli abiti dell’ultimo défilé del marchio un tempo fiorentino e ora francese? Non sono importanti, è fondamentale invece l’attitudine degli “… abitanti del pluriverso di Gucci… Mostruosamente belli e rivoluzionari, espressione contemporanea dei loro antenati capelloni, delle madri androgine e femministe, sono i nipoti della cultura che ha aperto le teste degli uomini sradicando regole convenzionali”. È in questo modo, infatti, che “è stato portato letteralmente in vita il pensiero alla base della nuova collezione di Gucci. Pare infatti si ispiri alla Teoria cyborg di Donna Haraway, in cui il cyborg è metaforicamente considerato una figura che supera il dualismo di identità, mettendo insieme natura e cultura, maschile e femminile, normale e alieno, psiche e materia”.

Gucci. Collezione autunno inverno 2018-2019. Cyborg
Gucci. Collezione autunno inverno 2018-2019. Cyborg

SOLO POCHI DUBBI

Ora, si sa che i media italiani non versano in ottima salute, si sa che l’inserzionista è sempre più raro e va trattato con i guanti, ma anche all’estero non si scherza. Tutto benissimo! Tutto bellissimo! Tutto geniale! Wow e stra-wow! Eccoci: “The show radiated cross-cultural meanings, a clashing of symbols by a brand that has markets to charm across the globe”. E questa è stampa da prima fila, mica robetta. Qualche dubbio rispettosamente è stato espresso, ma rispettosamente, s’intende, perché il gruppo finanziario a cui appartiene il marchio pure quello è in prima fila nel mondo del fashion. E poi non è sempre e solo questione di denaro: è che il contagio che si è espanso in egual misura sulle due sponde dell’oceano pare inarrestabile. Rassegniamoci dunque e torniamo in patria. Su una piattaforma americana-italiana a cui guardo con grande rispetto (anche perché – lo confesso ‒ mi ospita su argomenti che non hanno nulla a che vedere con il fashion) viene recensita la mostra Italiana inaugurata “alla Triennale di Milano” (sic!) in occasione della fashion week milanese. La recensione si apre così: “Lui e lei con i capelli lunghi, lui e lei in doppio petto grigio, lui e lei quasi alla stessa altezza: si tengono per mano e guardano dritto nell’obiettivo, alla pari… c’è tutto il portato delle grandi conquiste femministe, dell’idea di uguaglianza che ha permeato gli anni del dopoguerra, della lotta contro gli stereotipi di genere”. Io la mostra non l’ho ancora vista e di conseguenza non mi esprimo: come potrei? Però la recensione l’ho letta e si chiude ‒ implacabile ‒ così: “Da Oliviero Toscani a Paolo Roversi, da Giovanni Gastel a Fabrizio Ferri, la fotografia, di pari passo alla moda, testimonia il connubio inscindibile tra arte e creazioni, in un gioco di rimandi non solo estetici, ma anche filosofici e concettuali”.
No vi prego non fatemi commentare ancora. Fatelo da voi.

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Onlus Mediterraneo Sicilia Europa che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà.

1 COMMENT

  1. Basta commenti?
    Forse trattare i fatti senza compromessi è troppo compromettente?
    Artribune tu quoque?
    La censura è una cosa tragica, ma l’auto-censura è ridicola.
    Forse attendere l’esito delle Elezioni, e poi si vedrà?
    Ma, andiamo…

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